Vorrei parlarvi di mio padre e dei suoi 90 anni

1 Stella2 Stelle3 Stelle4 Stelle5 Stelle (Nessun voto)
Loading...

Il 26 maggio mio padre compie 90 anni. Auguri direte voi, ma per comunicazioni personali usa il telefono e non abusare di Ceglie Plurale. Sì, è un fatto personale, ma è così personale da essere poi un fatto dell’intera comunità.
Perché riguarda un padre, un vecchio, e un uomo, come si usava dire una volta, all’antica. Appartiene a tutti questo compleanno perché tocca ciascuno di noi, il nostro rapporto con i padri, la vecchiaia e il lavoro.
Mio padre è figlio unico e come dice mia madre: “i gigli unici sono tutti stuffusi, ed io sono il più piccolo di una famiglia non numerosa (5 persone) dalle antiche radici cegliesi. Pensate che mio nonno (Vito Pietro) è nato subito dopo l’Unità d’Italia (1867) era, quindi, contemporaneo di Garibaldi.
I vostri nonni vi raccontano della Seconda Guerra Mondiale, mio padre è nato in piena Prima, mio nonno avrebbe raccontato la Guerra d’Africa (1886-1894).
Mio padre è nato e invecchiato a Ceglie, salvo una breve parentesi a Corigliano Calabro (1929-1937) dove mio nonno si era trasferito, ha passato larga parte della sua vita (60 anni) nella sua bottega di falegname in Largo Osanna, 38. Ripete spesso a noi figli: io e vostra madre abbiamo lavorato 120 anni, ed oggi ci tocca una pensione di poche centinaia di euro!
Ma non è del suo lavoro che voglio parlarvi. Ma di un padre. Di un uomo di 90 anni che anche per questa festa non vestirà l’abito buono e sicuramente non accetterà che la famiglia lo festeggi, come sempre dirà: “cosa sono queste fesserie…”. Godrà un attimo di felicità insieme ai figli, nipoti e pronipoti. Il 26 sarà circondato dai suoi tre figli e da mia madre, ormai novantunenne che da ben 69 anni è al suo fianco.
Auguri e fatti vostri, insisterete voi. Ma non è così, non è la storia privata di un padre avanti negli anni, fa parte invece del nostro alfabeto elementare, dell’amore filiale, reso ancora più tenero dalla sua età veneranda e dl corpo fragile. Perché con gli anni si diventa evanescenti, leggeri, pronti per il volo.
Io vi confesso che quando penso alla famiglia penso a loro, alla famiglia da cui provengo, prima che a quella che ho formato, in questo aiutato da mia moglie, insostituibile braccio operativo e paziente compagna a cui ho delegato tutto e di questo gli chiedo scusa. Perché quella creata dai miei è una calda famiglia. Ho saputo essere un buon figlio? Ho paura di non essere un buon padre.
Sono qui per dirgli grazie. Non solo per l’affetto che mi ha dato, per l’educazione e il rigore morale che ha trasmesso ai figli. Con lui vedo il tempo curvarsi e il passato ritornare insieme al presente, vedo le cose positive che si trasmettono da padre in figlio, con un atto d’amore e di continuità.
Sono qui a dirgli grazie per la sua preferenza verso le posizioni scomode e quasi sempre perdenti (non è mai sceso a compromessi), per la sua candida inettitudine agli affari, alla vita pratica e alle furberie dei traffichini; la stessa inettitudine che temo di aver assimilato, mitigata dalle capacità contrattuali di mia moglie sempre pratica e parsimoniosa.
Grazie per la sua gentilezza d’animo e per l’ingenuità di fidarsi del prossimo che ci ha trasmesso e che ci disarma rispetto alle fregature della vita, rispetto ai parassiti ingrati, agli avvoltoi che anche lui, come noi figli, scambia per poveri passeri a cui porgere il cibo.
Generazioni che oggi hanno più di 60 anni, hanno imparato e amato il mestiere di falegname, grazie a lui. Il suo mondo è stato il lavoro e la musica. Conserva ancora oggi gelosamente la sua tromba comprata nel 1953 quando faceva parte della banda di Lanciano diretta dal maestro Lufrano. Ogni tanto la tira fuori dalla custodia ancora immacolata, la guarda, gli occhi si bagnano di qualche lacrima, ma non potendola suonare (gli mancano alcuni denti) la rimette al suo posto nell’armadio. Con mia madre solo un paio di volte nella vita, accompagnati dai figli, sono stati al mare, il viaggio più lungo a Roma da Militare e qualche settimana a Milano per lavorare, non sono andati mai in aereo. Ha guidato per pochi anni una 500 e una 126. Non ha mai trafficato in carte di credito, cellulari e macchine da scrivere. Ha conosciuto solo qualche cambiale, indispensabile per comprare il materiale che serviva in bottega e mai una non è stata pagata.
Mio padre è nato il 26 maggio 1917 e non oggi che ha 90 anni, ma sempre si sente a disagio, quando esce dalla sua casa per fare visita o pranzare con i figli (Natale, Capodanno e Pasqua) e vuole tornare presto a casa per rintanarsi nelle sue abitudini. Ma vorrei vederlo sempre più contento, col sorriso rinato, quello delle grandi occasioni, il matrimonio dei figli, la nascita di nipoti e pronipoti, la laurea dei nipoti.
Eppure lui diceva quando ero bambino, sarai il bastone della mia vecchiaia, ed io ero fiero e malinconico, mi rimpettivo per l’importante incarico. Ma, poi gli anni sono passati e non so se sarò un bastone adatto per stargli dietro, oggi, che la senilità lo assale.
Alla fine vi devo confessare, cari lettori, che vi ho preso in giro; ho scritto questo articolo fingendo che fosse un tema di grande importanza per tutti voi, invece no, ho approfittato, l’ho fatto solo per lui. Perché lo vedo commuoversi quando parla di suo padre e dei suoi nipoti. Voi direte: “è l’età che lo rende tenero, ma quella commozione lo rendono ancora figlio unico, piccole manie dei suoi 90 anni che segnano la vita di tutti noi.
Anche se un po’ triste, mi auguro che continuerà così per tanti anni e che non ci scambieremo mai le parti.
Auguri, papà.

Michele Ciracì

Autore: Redazione Ceglie Plurale

Redazione Ceglie Plurale

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *