Un Liszt dipinto dal vero

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Cosimo Gigliola eccellente musicista, ottimo pianista, fine interprete del repertorio romantico: tutto questo e molto altro è andato in scena la sera di domenica 5 aprile scorso al Teatro Comunale di Ceglie per il quinto appuntamento stagionale dell’Associazione Caelium del Maestro Massimo Gianfreda. Il programma del concerto era interamente incentrato sul compositore ungherese Franz Liszt (1811-1886) del quale il giovane pianista cegliese ha proposto 3 lunghi pezzi dalle variegate cifre stilistiche e di genesi. All’inizio Funerailles, un semplice tema malinconico, dal tono quasi straziante ma insieme non pesante. Impressionante l’incipit marziale e il tema melodico concepito in modo discendente dal vago sapore di cinema neo-realista e che ricordava molto da vicino certe colonne sonore di quel filone, tipo quella firmata da Alessandro Cicognini per il capolavoro assoluto di Vittorio De Sica Umberto D. Al centro della serata, poi, una più accattivante composizione e cioè la Parafrasi sul Rigoletto di Giuseppe Verdi con la quale il compositore magiaro ha messo sul pentagramma innumerevoli varianti sul celebre tema Bella figlia dell’amore. Gigliola, il cui merito principale è stato quello di non eccedere in facili virtuosismi o pezzi di sfoggio di bravura che poteva tra l’altro permettersi, ha dato prova di essere un pianista sempre attento alle coloriture di timbro, alle sonorità volute dall’autore, all’agogica mai esercitata al solo scopo di acchiappare facilmente il pubblico: un interprete fedele e misurato ma dalle inconfondibili caratteristiche originali apparse chiare specialmente nell’ultimo pezzo in programma Anni di pellegrinaggio, Seconda annata: Italia, composizione concepita da Liszt tra il 1836 e il ’39 e che racchiude al suo interno sette diversi momenti in cui l’arte dei suoni sposa liberamente la bellezza degli occhi scaturita dall’ammirazione di autentici capolavori dell’arte italiana. Liszt trovò lo spunto per quest’opera nel corso delle sue tappe italiane legate alle diverse tournèe concertistiche che in quegli anno lo vedevano acclamato interprete in tutta Europa. E così Gigliola, forte della sua tecnica e di una memoria davvero strabiliante, ha dipinto dal vero, come se avesse avuto un pennello, lo Sposalizio (della Vergine) diRaffaello, Il pensieroso, ispirato al Mosè di Michelangelo che si trova nella Chiesa di San Pietro in Vincoli a Roma, impregnato com’è di grave solennità silenziosa. La meraviglia lisztiana di fronte ai capolavori del genio plurisecolare italiano prendeva così corpo con la Canzonetta del Salvator Rosa, ispirata da una composizione poetica del letterato napoletano, al Sonetto 47 del Petrarca (il più tenue di tutti), al 104 e al 123 fino ad arrivare a toccare il culmine con Après une lecture du Dante dal sottotitolo emblematico di fantasia quasi sonata e che ben si esplicava in suoni e temi dal gusto celestiale e sonorità che, all’opposto, sembravano provenire dalle profondità cavernose più terree. Performance di spessore questa di Gigliola, coronata col bis tratto dal Preludio op.23 n.35 di Rachmaninoff che è servito al pianista per certificare una raggiunta maturità artistica e interpretativa veramente da applausi.

Nicola Santoro

Autore: Redazione Ceglie Plurale

Redazione Ceglie Plurale

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