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Pochi anni fa, il Natale aveva un sapore diverso

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Forse è così per ogni generazione. Pure mio padre, quando avevo sette-otto anni e lui circa la mia attuale età o poco più, m’incantava raccontando il suo “Natale”, fatto di cose semplici, povere ma immensamente ricco di significato, di sogni che maturavano, sera dopo sera, al cantuccio di un focolare attorno al quale la famiglia si ritrovava; di desideri che salivano assieme alle faville scoppiettanti lungo la cappa e più in alto ancora, nel cielo.

“Ai miei tempi il “Natale” aveva un altro sapore…” concludeva mio padre.
Aveva davvero ragione. Oggi è difficile che una scintilla duri quanto un sogno di un bimbo; impossibile, credo, che trovi la forza di raggiungere la “volta celeste”. Eppure: “Ai miei tempi il “Natale” aveva un altro sapore…” dico, incosapevolmente, ai miei figli…
Forse perché la mia generazione, a ridosso della ripresa economico-sociale, ha avuto il tempo di riflettere, di dare un valore alle cose, prima che il consumismo inglobasse perfino i valori metaforici del “Natale” fino a ridurli a sembianze escatologiche “povere” d’ogni significato. Non più di una o due settimane prima del Natale, almeno questo è quanto registrano i miei ricordi, la televisione timidamente pubblicizzava i panettoni. Un dolce ambito, ricco di fascino, così bene inghirlandato e reso “appetitoso” da luci fantasmagoriche che, il bianco-nero degli schermi televisivi lasciava immaginare ancor più surreali del dovuto.
“A Natale regalate il panettone, per dar “sapore” alla festa più bella dell’anno”. Erano frasi del genere quelle che i tubi catodici inviavano nelle case degli italiani e molti emigranti, che tornavano in famiglia da Milano, reggevano per un laccetto, penzoloni dal dito indice, l’ambito panettone. Ricordo in particolare un Natale di molti anni fa, pochi giorni prima mio padre ritorna a casa con in mano un pacco: “è tornato un amico da Milano, mi ha portato il panettone”, disse a tutti noi. Il panettone dunque, veniva da una città lontana. Il panettone non si comprava con la semplicità di un pacco di sale; il panettone non si comprava affatto, il panettone si riceveva in regalo, il panettone era prodotto solo nelle ricche città industriali del nord; il panettone era un lusso riservato a pochi e riceverlo in dono era una grande riconoscenza, un’importante gesto di stima, di rispetto, di profonda amicizia.
Bisogna avere sei-sette anni nella Ceglie di quegli anni che, piano piano rinasceva economicamente per capire il fascino che il panettone suscitava a quei tempi; occorre pensare che qualsiasi leccornia di allora non era confezionata in scatole variopinte, perfino la cioccolata o un suo derivato, la “Ciocolat” mi pare si chiamasse, si vendeva ad etti, tratta da un secchietto fatto di legno e spatolata su un foglio di carta oleata dove veniva pesata e incartata.
Ricordo che durante il periodo natalizio, nella salumeria della “francaviddese” in via Santoro Urgesi, si vendevano dei particolari formaggini al cioccolato avvolti in carta stagnola con un sottilissimo filo di stella filante; più formaggini si compravano più si aveva la possibilità di recuperare pochi centimetri filo, che andava ad inghirlandare i rami del nostro albero di Natale.
L’albero di natale, per noi bambini era tutto un mondo di meraviglie, d’attese e trepidazioni, di magici avvenimenti. Sotto l’albero di Natale potevano accadere incantesimi e miracoli.
Renderlo bello, luminoso, ricco di riflessi colorati era un dovere, un rito.
Il panettone, confezionato con cartoncino lucido, pieno zeppo di figure natalizie che riproduceva papà natale, angeli, pastori, stelle filanti colorate, stimolava a dismisura la fantasia di noi bimbi e nulla andava sprecato: ogni pezzo di cartone, ritagliato a dovere, avrebbe abbellito e arricchito il presepio.
Tutto questo naturalmente nell’anno a seguire, perché il panettone si consumava solo ed esclusivamente il giorno di Natale, se si aveva la fortuna di riceverlo in regalo.
“Ai miei tempi il Natale aveva un altro sapore…”. Come dimenticare questi momenti di particolare felicità? Ricordo una sera prenatalizia particolare, alcuni clienti vennero alla bottega da falegname di mio padre, a saldare i conti per lavori richiesti e già eseguiti o per dare un anticipo su quanto commissionato.
E lui, puntualmente, l’antivigilia di Natale, si recò a pagare il suo creditore: il rifornitore del legname, il vetraio, il rivenditore di ferramenta, sempre la stessa persona, “Stefano di Zizzi”.
Mio padre, quella sera, tornò a casa con una luce diversa negli occhi. Consegnò a me e ai miei fratelli, il dono ricevuto da Stefano “uno scatolo di formaggini al cioccolato”, ammiccando un mezzo sorriso di compiacimento, mentre raccontava a tutti cosa gli aveva detto Stefano: “Mest’Antò, è sempre un piacere vederti, ti ricordo cliente da decenni, ti stimo per serietà e correttezza”. Sicuramente quando, Stefano lasciò la ferramenta al figlio Gianni, sempre in Largo Osanna, gli avrà “aperto gli occhi” su ogni cliente e non avrà dimenticato di segnalare “Mest’Antonio di Fiuro”, e gli avrà detto: “fagli credito per qualsiasi richiesta, è un buon lavoratore e un galantuomo”.
I miei occhi s’inumidirono di gioia quand’ebbi tra le mani il suo/mio regalo: uno scatolo pieno di formaggini al cioccolato avvolto nella carta stagnola sfavillante… Il giorno di Natale il “Panettone Milano”, e lo “scatolo di formaggini” furono aperti a tavola e consumati. Ricordo ancora quel panettone, bello, dorato e ricco com’era d’uva passa… un Natale felice, immagino sia andata così.
I miei ricordi si perdono in quella luce diversa negli occhi di mio padre, in quel sorriso compiaciuto, appena abbozzato sulle sue labbra… Non per i doni ricevuti, ma per la gratificazione, la riconoscenza, la stima del suo creditore; valori che illuminano la vita.
“Ai miei tempi il Natale aveva un altro sapore…”.

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La notte della Befana

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Quando mi sono trovata io dall’altra parte del fosso, ho capito, finalmente, una parte di quanto i miei genitori hanno fatto nella mia infanzia. Mi riferisco a quello che succedeva o che succede nelle case dove vi siano piccoli o meno piccoli, nella notte della Befana.

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Angelo Golizia, il valore della terra

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Riviste specializzate da tempo si occupano dell’opera fotografica del nostro concittadino Angelo Golizia. Questo giornale ha già fatto conoscere questo artista ai cegliesi, nell’articolo conclusivo sulla Storia della fotografia cegliese.
Torniamo a parlare di Golizia in occasione della presentazione del suo volume intitolato “Masserie”, Edizioni Leonardo International, avvenuta l’11 dicembre scorso nel Palazzo Ducale di Martina Franca e il giorno successivo in una tavola rotonda, presso il locale “Il Giardino della Signora” a Ceglie.
Nel suo splendido volume, con scatti essenziali, pone all’attenzione dei lettori, e soprattutto dei cegliesi, la ricchezza e il valore storico e artistico delle nostre masserie.
Nel prossimo numero del Giornale pubblicheremo un’ampia scheda bio-bibliografica di Golizia, nato a Ceglie nel 1957 e la recensione della sua ultima opera.
Questo spazio dedicato al nostro concittadino è l’occasione propizia per augurargli sempre maggiori successi.
Torna più spesso tra i tuoi compaesani a respirare il profumo della terra natìa, che mai si dimentica.