Melanconiche sensazioni

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Questo articoletto nasce con l’intento di esaltare le cose belle, semplici ed antiche di una volta, pur non rinnegando di certo gli agi e i vantaggi della nostra civiltà moderna.
Fino a pochi anni fa non esisteva l’illuminazione pubblica nelle nostre belle campagne cegliesi, e nelle abitazioni rurali e nelle ville fuori porta bisognava arrangiarsi con delle lampade a gas, delle lampade ad olio o addirittura delle candele.
Ricordo ancora, perfino io che sono ancora molto giovane, la poesia frammista a un pizzico di malinconia che emanavano quelle flebili luci all’interno di un trullo, di una lamia o di una stalla.
Poi, circa trent’anni fa anche nelle nostre campagne arrivò l’illuminazione pubblica e gli alti pali della luce e tutte le comodità ed i vantaggi conseguenti. Per esempio, nella campagna della mia famiglia la luce elettrica arrivò circa venticinque anni fa ed io ricordo bene quei giorni in cui fu eretto il palo che portava finalmente la corrente anche al trullo dei miei nonni.
A proposito delle dolci e melanconiche sensazioni che si provavano di notte in quei momenti al debole chiarore di una candela, di uno stoppino o di una lampada ad olio, voglio rendere nota una bellissima poesia che venne in mente circa cinquant’anni fa al noto Geometra Pietro Maggiore, un uomo che, nel bene e a volte anche sbagliando, ha fatto la storia di questo paese dal dopoguerra fino ai giorni nostri.
Egli all’epoca era giovane ed in preda agli ardori giovanili, come è ovvio supporre; ed una notte di inizio ottobre, in pieno periodo di villeggiatura e di vendemmia, tornò nella campagna dei suoi genitori da una città limitrofa, dove viveva una passione contrastata e spesso conflittuale con una giovane.
Era circa mezzanotte e reduce dai postumi di una ennesima serata di amore e litigi si appoggiò su un sacco pieno di paglia d’orzo, seduto al fianco del camino nel trullo, e alla tenue luce di una piccola candela si fermò a riflettere stanco e pensieroso sulla serata appena trascorsa. Pian pianino la stanchezza prese il sopravvento sui pensieri ed egli si appisolò ed “appapagnò” (come si dice da noi) su quel sacco.
D’un tratto un pezzo di fiamma si staccò dalla cima della candela e cadde sulla chianchetta a mensola che sosteneva la candela stessa e su cui era nel frattempo colata la cera bollente. Tanto bastò per provocare una scintilla luminosa, un bagliore improvviso, istantaneo e più forte e per destare di scatto dal leggero sonnellino il giovane amante e ispirargli una bellissima poesia sull’amore che qui sotto riporto, col consenso di Pietro Maggiore:

L’amore
Quando nasce somiglia
Alla luce di una candela.
Appena si accende, dà luce e splendore,
man mano che brucia
il lumicino s’incurva, s’incrosta
e la fiamma a tratti si attenua e vacilla,
con forza si raddrizza
la punta che brucia, calante si rinnova,
finché tocca la calda liquida cera,
i lumicini si accoppiano e bruciano insieme
la fiamma cresce,
a tratti sfavilla più del normale,
l’amore s’infiamma e così continua
finché dura cera e sostegno.

Pietro Maggiore

Termino qui questo breve articoletto, sperando di aver allietato un po’ le persone che amano come me le cose semplici di una volta e la nostra bellissima campagna.

Domenico Barletta

Autore: Redazione Ceglie Plurale

Redazione Ceglie Plurale

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