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Masseria Pisciacalze

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L’epigrafe latina del 1627, nel suo testo conciso e cortesemente perentorio, come sa essere l’ospitalità pugliese, indica fin da quell’epoca quale fosse il temperamento ed in quale considerazione tenessero gli ospiti i proprietari di masseria Pisciacalze, prospiciente la via per Fedele Grande, che conduce poi a Martina Franca ed a Villa Castelli.
La sacralità dell’ospite a masseria di Pisciacalze è ulteriormente ricordata, graficamente, dal segno del krismon che, sull’architrave dell’ingresso dell’attuale vano cucina, precede il millesimo e sovrasta l’epigrafe citata.
Il sapido ma greve toponimo deriva, molto probabilmente, dall’agnome di qualche antico proprietario. Lo storico martinese Giuseppe Grassi documenta, infatti, un soprannome simile a quello di pisciacalze, registrato nelle diverse accezioni di pesciachiazza, pregipiazza, piscicbiazza, pizzicazza’.
Fino al 1816, comunque, le vicende del complesso masserizie rimangono, allo stato attuale delle ricerche, sconosciute per mancanza di una documentazione storica e di tradizioni orali.
In quell’anno fu redatto il catasto provvisorio di Ceglie e definito lo stato di sezioni del territorio, perché si potesse finalmente stabilire, in maniera razionale e precisa, la contribuzione fondiaria spettante ai proprietari dei terreni, fatto in esecuzione del real decreto del 12 agosto, ed in conformità delle istruzioni ministeriali del dì 1° ottobre 1809, per servire alla formazione del catasto provvisorio.
La masseria era di proprietà della signora Saveria Magli di Martina, i cui terreni erano di natura semenzale, oliveta e macchioso. Su di essi insisteva una casa rustica che corrispondeva, in parte, all’attuale corpo di fabbrica. Il seminativo ricadeva per 20 tomoli nella prima classe, per 45 nella seconda e per 50 nella terza, con una rendita imponibile di 225 ducati. L’oliveto si estendeva per 4 tomoli in prima classe, per 5 in seconda e per 4 in terza, con una rendita imponibile di 106,50 ducati. La superficie macchiosa, infine, rientrava per 20 tomoli nella prima classe, per 20 nella seconda e per 53 tomoli nella terza, con una rendita di 103,32 ducati. La casa rustica, con tutti gli annessi ed i servizi, era davvero ampia, come ancora oggi si può agevolmente constatare, ed occupava 4 stoppelli di prima classe, con un reddito imponibile di 20 ducati.
Della signora Saveria Magli si conosce soltanto che era sposata con don Carlo Colucci di Manina, il quale ebbe la casa devastata durante il sacco comandato per due ore nel marzo 1799 dal De Cesare e dal Boccheciampe, che avevano ricondotto all’ordine legittimista la cittadina murgese, fieramente impegnata nella difesa degli ideali della Repubblica Partenopea. La Magli, dunque, apparteneva ad un’illustre casata di Manina, che annoverava, tra gli altri, l’abate Pasquale Magli che non si peritò di polemizzare a lungo col famoso Antonio Genovesi, e che brillantemente sostenne con la ragione i dogmi cattolici.
Da costei, verosimilmente per ragioni ereditarie, la masseria passò in proprietà dei signori Colucci, un’altra notevole casata, che contava tra i suoi esponenti molti illustri rappresentanti nel clero, nella vita pubblica, nel mondo del diritto e della cultura della Franca Martino.
I Colucci, a testimonianza della propria potenza economica e sociale, innalzavano uno scudo araldico che, sormontato da corona, recava una colonna reggente un angelo, su cui proiettan luce due stelle da destra e due da sinistra. Essi s’imparentarono co’ Degregorio di Tarante, co’ Valente di Ostuni, col barone di Sfatte don Francesco Blasi, con gli Allegretti di Ceglie, co’ Martucci, co’ Fanelli, co’ Ruggieri, co’ Magli di Martino.
Nel 1835 il corpo di fabbrica padronale di Pisciacalze, i cui terreni un tempo confinavano direttamente con masseria Selva dei Nannavecchia di Ceglie’, venne ampliato e gli fu conferito l’attuale impronta neoclassicheggiante, raccordando le vecchie strutture seicentesche, coperte da volte embricate a doppio spiovente, con le nuove che si andavano eseguendo, in ossequio alla temperie artistico-culturale allora dominante.
Si aprì un ampio penale, con gli stipiti affiancati da levigate paraste e sormontati da una elegante trabeazione, lungo la quale, a caratteri cubitali furono incise in sigla: Anno Reparatae Salutis 1835.
Si costruì uno spazioso scalone d’onore (completato da un ballatoio che immette in un vestibolo), protetto da una balaustra in ferro battuto, per consentire l’accesso al piano padronale, dove, tra i numerosi ambienti, insiste un vasto salone nel quale apre i battenti una cappelletta devozionale, coperta a catino, con l’altare in pietra, la cui mensa è sostenuta da due colonnine cilindriche. L’altare è sormontato da un rame di ignoto autore, raffigurante la Vergine Addolorata che, per il tratto, per la pacatezza dei colori, per l’impostazione della figura, per il panneggio dei veli del capo e degli abiti ma, in specie, per la composizione delle mani incrociate, può essere verosimilmente attribuito al pennello di Vito Nicola Galeone (1807-1883).
Questo pittore, francavillese di nascita e massafrese d’elezione, ha lasciato una miriade di lavori, per lo più non firmati e di soggetto sacro, che ancora oggi sono conservati in parecchie case dell’Alto Salento; morì dimenticato e nella più nera indigenza a Massafra, dove nel 1957 a cura della locale Pro Loco, venne allestita una retrospettiva nel 150° anniversario della nascita.
Al Galeone può essere altresì attribuita, sebbene con notevole cautela, la Vergine Immacolata, che domina una parete nel vano dello scalone d’onore della stessa masseria. Questa tempera, per l’impostazione, può, infatti, essere raffrontata con la Buona Pastora, una tela che l’artista realizzò per la famiglia Lecce di Massafra, quantunque il dipinto esistente nella masseria risulti molto più organico e maturo ed il volto della Vergine, su cui aleggia un malinconico e infinito sorriso, sia molto più delicato.
Nella pianta della masseria Pisciacalze dei signori Colucci in lenimento di Ceglie Messapico, redatta in Martina Franca il 30 di giugno del 1878 dall’ingegnere Luigi Casavola, sono minuziosamente riportati tutti i dati e gli elementi del complesso masserizio che questa famiglia possedeva in agro di Ceglie.
Si rileva che masseria Pisciacalze sviluppava un’estensione di 248 tomoli martinesi, che corrispondevano a 212.62.00 ettari.
Questa cospicua azienda, a causa dei passaggi successori, venne smembrata sul finire del secolo scorso, subendo una notevole parcellizzazione dei terreni, che l’ha mutilata, come appare ai giorni nostri, dei parchi, degli oliveti, dei vignali, delle pezze e di tutti quegli altri corpi essenziali per l’efficiente funzionamento di un complesso masserizie di tale entità.
Una testimonianza diretta sulle liti familiari per ragioni di eredità è resa dalla Memoria legale del 20 maggio del 1893, a firma dell’avvocato Paolo Camassa, dalla quale si ricava che erano in discordie i due fratelli Domenico e Carlo Colucci. Domenico abitava a titolo di locazione un quartino dell’altro alla masseria Pisciacalze e l’annuo [sic] pigione era di lire 47,00, pagabili terziatamente, secondo consuetudine. Nel 10 agosto 1891 Carlo minacciò di sfratto il fratello inquilino… Nella vertenza vennero coinvolti anche gli altri fratelli, Ambrogio, Angelo e Francesco, con tutte le immaginabili conseguenze che ne derivarono sul piano delle ripicche, delle impuntature, dei dispetti ma, soprattutto, della tranquillità e della pace familiare: Dacché è morto mio padre, risponde l’altro (Domenico Colucci) non si prende più ivi [nella masseria di Pisciacalze], pace’.
Oggi ogni eco della vita e delle antiche diatribe si è spenta con la scomparsa dell’ultima Colucci che ha vissuto stabilmente a masseria di Pisciacalze: la signora Lucrezia, maestra elementare, figlia di Francesco e di Addolorata Fischetti, che tra queste mura ha anche esercitato a lungo la sua professione e che ha lasciato in eredità la sua quota al marito Domenico Elia.
Un’altra quota, invece, che ingloba il vecchio lazzo, posseduta negli anni passati da Vito Ricci, è stata di recente acquistata da Settimio Todisco, un operatore gastronomico di successo, di origine monopolitana, che l’ha trasformata, adattandola alle esigenze del catering.
La notorietà acquisita in questo settore dal signor Todisco, non soltanto in Puglia ma anche nelle altre regioni italiane, schiude esaltanti prospettive all’intero complesso masserizie di Pisciacalze, che segneranno, quasi certamente, il motivo del suo riscatto dal degrado e dall’incipiente abbandono.

Gaetano Scatigna Minghetti

Di Redazione Ceglie Plurale

Redazione Ceglie Plurale

3 risposte su “Masseria Pisciacalze”

Per Colucci Carla : sono Guido Colucci pro-pro nipote di don Carlo Colucci (1750-1799) il quale il 4 marzo 1771 sposava donna Saveria Magli ed ebbero 11 figli : Gregorio Lupolo, Maria Anna Luisa, Giovanna Francesca, Giustina, Maria Giuseppina, Dorotea, Angelo Raffaele (ramo da cui discendo), Agnese, Francesca Paola, Cosima e Comasia.
Spero che queste notizie ti possano essere utili.

Articolo molto ben fatto e che mi ha fornito ulteriori informazioni sulla mia famiglia :complimenti

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