L’incalzante fruscio della morte in Pietro Gatti

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Ricordo perfettamente quella mattina di maggio del 1992 quando, seduto davanti al bar Milan, Pietro Gatti mi consegnò un poemetto, senza titolo, che di recente ho ritrovato rovistando tra le carte dei suoi lavori perfettamente rilegati in rosso, datati e autografati che aveva il gusto di donarmi in lettura in anteprima e che conservo gelosamente perché rappresentano il segno dell’amicizia che nutriva nei miei confronti. Era affaticato e la giornata già torrida.
Il poemetto si compone di 323 versi e a rileggerlo dopo tanti anni l’ho trovato di struggente bellezza. Il testo è annotato di suo pugno in corrispondenza di due nomi, Pietro e Giovanni, in calce alla traduzione in italiano. Del primo, noto politico democristiana dalla casa del quale aveva preso i Canti, annota: “Pietro: l’ins. elem. Pietro Maggi, al quale in gioventù sono stato legato con stretti vincoli di amicizia, di dimistichezza, poi allentati nel tempo per vicende diverse e divergenti di vita./Il libretto dei “Canti”: cm.12X8,5″; del secondo annota: “Giovanni: Giovanni Stoppa, con esercizio di vendita di giornali, di libri e d’altro in via Machiavelli. Buon frequentatore di libri”(per la precisione l’edicola era ed è locata in via Mercadante).
Il poeta esordisce “jete nu cunde de sta vita meje (è un rendiconto di questa mia vita). Sente incedere inesorabile la fine. Gli rimangono e si aggrappa agli affetti familiari: “Me ne stoche surene jinde case/de Mimme cu Mmechele i lle piccinne,/ cu Janne. Nu ggiurnale. Le rumanze… (me ne sto sereno dentro casa/di Mimma con Michele e i ragazzi/con Anna. Un giornale. I romanzi:…
Si lascia trasportare dai ricordi felici, quando con i Canti tra le mani, passeggiava per la campagna e rimembra tutte le grandi figure letterarie che hanno costituito la base della sua formazione intellettuale, morale ed estetica. Intreccia e mescola questi richiami letterari con straordinarie descrizioni della natura e di tutti gli esseri viventi che la popolano: la lucertola, il fiore, la nuvoletta bianca, il battere dell’accetta dei potatori.
Il poeta si ritrvova in un’osmosi perfetta ed olistica con la natura che genera pace e serenità: “Nu sulénzie de pasce: na mascije (un silenzio di pace una magia). Questo rapporto olistico con la natura fa avvertire al poeta il senso della sua pochezza e finitudine. Rivede e mescola i suoi fantasmi letterari, i suoi eroi da Raskolnikov, al Principe Andrea, da Elena a Penelope e Dulcinea. Dopo una carellata di eroi classici intravede i “Sepolcri” e i cipressi e all’improvviso compare San Francesco “cu core quand’o munne” (col cuore grande quando il mondo). E’ quasi annientato tra una concezione immanente e una trascendente della vita. Qui il poema prende un andamento drammatico e struggente. Tornato a casa, dopo la passeggiata, trova l’adorata Nenetta malata e stanca. Il disfacimento psicofisico dà al poeta il senso della fine dell’addio. Con Nenetta che piange, piange pure il cielo e a lui appare “nu curciule” (un nidiace) piccolo, indifeso e dolente. Sente come una ragnatela di seta che l’avvolge e piano piano si appisola e ha ancora il tempo per sognare in tranquillità: “Nu nute a ‘nganne. Nu gnotte. Nu rembiande./ Na làcreme ind’o core. Nu ssegghiutte. (un nodo in gola. L’ingoio. Un rimpianto./Una lagrima nel cuore. Un singhiozzo).
Il poeta vive una pace cosmica, si sente sinolo immanente con la natura, non cè traccia di una consolazione trascendente e la santità è avertita come grandezza del cuore. Ci avverte: “Nu bbisse dèbbele je sonde”. ( un abisso debole io sono). Ci resta solo il rimpianto la bellezza della vita che “Passe. Com’a fume” (Passa. Come il fumo). L’importante nell’addio è non avere rimorsi perché: “Mai c’agghje fatte u male apposutive” (Mai che io abbia fatto il male di proposito).
Ci lascia Gatti una grande lezione laica di rigore morale. Di lì a poco la sua parabola poetica ed esistenziale si concluderà con d'”epifania” della A seconda venute (La seconda venuta) e il poeta rivivrà l’esperienza che Kafka partecipò al suo amico Janouch “Cristo è un abisso di luce.Bisogna chiudere gli occhi per non precipitarvi”. Pietro Gatti nel suo ultimo poema attraversò questo abisso alla ricerca agostiniana di Dio.

Vincenzo Gasparro

Autore: Redazione Ceglie Plurale

Redazione Ceglie Plurale

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