Le professoresse sono come i preti e le puttane

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La crisi della scuola è palmare, perché ormai è diventato di dominio pubblico sulle pagine dei giornali a scadenza mattutina. Casi di ordinaria violenza in tutti gli ordini e gradi, rotture clamorose tra i vari sistemi educativi e smarrimento del senso e del significato dell’educare. Occorre una riflessione spietata sul nostro sistema scolastico, perché continuando di questo passo si va incontro alla fine della scuola pubblica di mazza. Diverse sono le cause di questo fallimento. Da un lato per molti anni la prassi scolastica ed educativa è stata curvata sul versante della didattica e si è sfociato nel didatticismo, smarrendo il ruolo del senso e del significato dell’educare.
Ritorna prepotente il vecchio interrogativo: chi educa gli educatori e perché?
L’organizzazione didattica pullula di progetti e progettini senza senso, incapaci di operare un’incidenza reale sugli apprendimenti e sulla qualità delle relazioni umane. Sul versante dell’etica i ragazzi hanno maturato una rivoluzione antropologica abbagliati dall’etica del Don Giovanni e pensano che per essere felici devono in modo esponenziale soddisfare sempre nuovi piacere ottenendo tutto con facilità, senza il minimo sforzo. La scuola si appiattisce su questa etica del piacere rincorrendo tutte le esigenze delle famiglie e dei ragazzi. I nuovi linguaggi sperimentati vanno nella direzione dell’inseguimento dei miti televisivi del talk show, tra balletti e pizziche e anche l’attività motoria finisce per assecondare, già in primissima età, il mito professionistico delle grandi prestazioni dei grandi campioni generando competizione esasperata e rivalità.
La scuola inoltre ha perso la centralità nella trasmissione degli apprendimenti e non si rende conto che il bambino di internet non ha più bisogno del suo sapere ma ha solo necessità di apprendere il metodo di studio e una dotazione di senso e di significati. Necessità richiamare l’urgenza di una pedagogia forte, motivata. Una buona occasione di riflessione ci è data dal quarantennale della pubblicazione di “Lettera a una professoressa” di don Lorenzo Milani, autore amato e odiato per la violenza delle sue tesi e la chiarezza del suo postulato di fondo: la scuola è una scuola di classe che emargina i poveri e si modula sulla e per la cultura dei borghesi e dei ricchi.
Mentre Pasolini chiedeva l’abolizione della Scuola Media dell’obbligo, perché in essa intravedeva i germi della corruzione della società di massa, don Milani rivendicò la necessità dell’innalzamento dell’obbligo e la trasformazione degli assi culturali della scuola di massa affinchè essa fosse al servizio di tutti. Memorabile è il suo anatema: le professoresse sono come i preti e le puttane. Il libriccino diventò la bibbia di tutti i professori democratici e dette origini a strumentazioni didattiche nuove e alternative.
Dopo quaranta anni sembrerebbe che le cose vadano meglio e tutti sono promossi come auspicava il prete di Barbiana, ma se analizziamo freddamente quello che è successo dobbiamo constatare che il sogno di don Milani è rimasto un’illusione. Egli espresse a chiare lettere l’idea che le classi povere ed emarginate non possono superare il gap culturale se non sputando sangue sui libri, se non appropriandosi della parola che è l’unica vera arma rivoluzionaria che modifica lo stato delle cose presenti.Rifiutava quindi ogni didattica del bamboleggiamento e auspicava il tempo pieno per tutti per superare lo svantaggio.
Nella realtà, invece, si è realizzato una scuola facile il cui motto si potrebbe così sintetizzare: tutti promossi, di fatto tutti bocciati, perché una scuola dequalificata ripropone la selezione e chi ha un livello d’istruzione qualitativamente basso spende sul mercato del lavoro solo dequalificazione professionale e diventa manodopera intellettuale a basso costo.
Mentre prima la selezione si operava bocciando, ora paradossalmente la si opera promuovendo tutti. A ciò si è aggiunto la separazione tra profitto ed educazione operata da Berlinguer eliminando di fatto dalla scuola il principio d’autorità. Don Milani intendeva la promozione come reale promozione culturale e per chi non intendeva studiare diceva: “Noi per i casi estremi si adopera anche la frusta”.
Siamo così arrivati all’implosione della scuola, con le conseguenze che i giovani bivaccano toccando i culi delle professoresse, brutalizzando i più deboli e indifesi. E le professoresse che fine hanno fatto? Semplicemente non esistono più come classe sociale e complici i politici e le burocrazie sindacali sono diventate professioniste senza qualità che hanno smarrito il senso del loro essere intellettuali al servizio della trasformazione e del rinnovamento.

Vincenzo Gasparro
GLI ARCHETIPI DEL POETARE E NARRARE

Autore: Redazione Ceglie Plurale

Redazione Ceglie Plurale

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