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Le Masserie di Ceglie: Madonna della Grotta

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Nell’anno 1597, precisamente il giorno 20 del mese di luglio, il procuratore generale del Capitolo di Ceglie, don Paladino Nisio, stipula una convenzione con il maestro muratore Vito Nughele per la costruzione di quattro cappelle nella chiesa di Santa Maria della Grotta. Le cappelle dovevano essere allestite in numero di due per parte, lungo le pareti della chiesa, iniziando dal muro in cui si apriva la porta maggiore ed essere completate da due arcate misuranti palmi 16 ciascuna.
La stipula della convenzione da parte del Nisio (o Nisi), poteva essere sottoscritta a pieno titolo. Infatti, ormai da 19 aprile del 1570, poiché mesi prima della sua dipartita, monsignor Giovanni Carlo Bovio, di famiglia bolognese ma brindisino di nascita (era nato nella città il 5 gennaio 1522), arcivescovo di Brindisi e di Oria dal 1564 al 1572, aveva assegnato il complesso dei fabbricati masserizi e della chiesa Sancte Marie de Cripta una cum eius fructibus iuribus et emolumentis integro ac pleno jure imperpetuum pertineat ad dictam vestram parrochialem ecclesiam et vestram capitularem massam… al capitolo di Ceglie. Pertanto, il Capitolo poteva totalmente disporne per incrementare il culto della Vergine ed impiegare i frutti dei terreni annessi alla chiesa, non soltanto per per le necessità dell’importante santuario mariano, ma anche per i bisogni dell’intero clero di Ceglie.
La chiesa fu meta di pellegrinaggi. Sull’affresco che rappresenta San Antonio Abate, sul pilastro sinistro al lato dell’abside, vi sono vari graffiti di pellegrini; in uno si legge: aprele 1473 fruit processio… Si andava in primavera a Santa Maria della Grotta dai vari centri vicini.
Oggi l’edificio sacro e i padiglioni masserizi si presentano, a chi proviene da Ceglie, quasi all’improvviso, a circa sei chilometri dalla città, dopo aver percorso una stretta, tortuosa vicinale, opportunamente asfaltata, che conduce a Francavilla Fontana. Le pareti della chiesa sono alte e snelle, rese preziose dal bugnato antico, interrotte soltanto dal vecchio portale e dall’ampio rosone, del quale rimane la ghiera esterna e nessun elemento della raggiera; esili monofore filtrano all’interno, discrete, la luce del giorno. La facciata, a bugne rustiche e monocuspidata, termina anch’essa (come per la chiesa dell’Annunziata, nella zona storica di Ceglie) con un campanile a vela ad un fornice cui fu aggiunto, in tempi posteriori, un altro che non riesce, comunque, ad appesantire la leggera eleganza dell’intera struttura litica.
E’ probabile che il fornice più basso sia stato realizzato mentre si eseguivano i lavori delle cappelle nell’aula lunga e stretta della chiesa, facendo perdere così all’assieme quell’equilibrio estetico programmato dal progettista. Tuttavia, non è possibile affermarlo con sicurezza, perché mancano probanti documenti in proposito. E’ noto però il nome dell’architetto del sacro edificio, il quale appose la propria firma sulla facciata, appena a destra rispetto all’asse, sotto il rosone. Qui, su un concio di pietra calcarea, una scritta si tre righi, a caratteri gotici abbreviati, recita in latino: Hoc opus aedificavit magister muratoribus Dominicus de Juliano.
Chi fosse questo magister si ignora totalmente. Si possono, tuttavia, avanzare delle ipotesi abbastanza convincenti. Si pensa che egli abbia lavorato abbondantemente e con un certo profitto in tutta l’area della regione. Dalla sua scuola deve provenire il discusso Domenico di Martino o Martana che nel XIV secolo costruì la chiesa matrice di Grottaglie, varie volte restaurata, ove si ritrovano elementi comuni alla chiesa di Santa Maria della grotta di Ceglie come le colonnine ottagonali (che sorreggono l’arco ogivale del protiro) ed altri elementi del portale che accusano un’indiscussa parentela con quelli del portale maggiore della Basilica di San Nicola di bari.
L’intern, largo 6 metri e lungo (dalla porta d’ingresso fino all’arco di trionfo, che divide l’aula vera e propria dal vano absidale) 22 metri, era, senza dubbio alcuno, completamente affrescato. Oggi i muri sono scrostati e spogli, sebbene ancora, qua e là, qualche superstite scampolo d’intonaco ci documenta su di un passato pregno di arte e di devozione.
Il tetto, anche se in parte crollato, risulta formato da un doppio spiovente embricato, dalle lontane reminiscenze gotiche. La presenza, infine, della pavimentazione nettamente sottoposta alla soglia dell’ingresso rappresenta un elemento architettonico tipico delle chiese a carattere ipogeico, che trova riscontro nell’area jonico-salentina, in special modo nella cattedrale di Otranto, nell’Assunta di Castellaneta, rigorosamente restaurata agli inizi degli anni Settanta e nella S.S. Annunziata di Ceglie, da poco restaurata con accortezza filologica.
Appena varcato lo splendido portale con all’interno degli affreschi ed una gradinata in calcare duro si accede attraverso un’altra scalinata nel primo ambiente adattato a cripta nel quale si fondono l’arcano ed il mistico. Infatti le stalattiti e le stalagmiti fanno da stupenda cornice agli altari, i piani e le scalinate interne della chiesa sotterranea. la cavità prosegue per altri 36 metri circa tra stretti e bassi passaggi a gallerie riccamente concrezionate.
In una nicchia, nella quale è ricavata una cappella di taglio rinascimentale, da un altare litico ormai sbrecciato, occhieggia di già sbiadito, l’affresco della Vergine col Bambino da cui deriva il titolo alla chiesa ed il toponimo alla contrada. Lo spettacolo è penoso. Rifiuti e immondizie si accumulano da sempre e dove un tempo, per il tramite della Madre del Cristo, si invocava la protezione divina, regnano prepotenti la desolazione irredimibile e la rovina.
Affiancano la chiesa un minuscolo portico dotato di alcuni anelli di pietra calcarea, forse un tempo usati per agganciarvi i finimenti o allacciarvi le redini dei cavalli dei pellegrini ed un vasto corpo masserizie dal tetto a spioventi embricati. Si pensa possa essere stato, in origine, la sede di una comunità di monaci italo-greci, qui rifugiatisi a salvamento in seguito alle persecuzioni iconoclastiche scatenate dall’imperatore d’Oriente, Leone III l’isaurico, nell’VIII secolo.
Anche se gli elementi architettonici degli edifici sono certamente più recenti, di rozza fattura e giustapposti gli uni agli altri, risultato di modifiche strutturali apportate per l’adattamento del complesso alla diversa funzione, è ancora chiaramente individuabile l’impianto a chiostro. I numerosi locali risultano attualmente destinati ad abitazioni di contadini, che coltivano i campi dell’azienda agricola chiamata appunto dal nome della contrada masseria Madonna della Grotta.
Ancora nell’anno 1730, al tempo in cui venne redatta la Platea dei beni del Capitolo, la masseria faceva parte della Collegiata e Insigne Chiesa della Terra di Ceglie. Essa chiesa – enumera l’anonimo compilatore della Platea – possiede una masseria volgarmente detta della Beatissima Vergine della grotta, consistente in tumola cinquanta di terre serrate, e tre cento di terre aperte, con arbori trenta circa di olive, dentro una chiusura delle medesime, oltre altri innesti, le quali non ancora producono frutto; può fruttare da fertile, ed’infertile per ciaschedun’anno docati cinquanta, confinando detta Massaria da levante con un’altra Massaria di questo Reverendo Capitulo detta di Donna Antonia Christofero, li beni de R.R.P.P. Scholepie di Francavilla da Tramontana, da ponente li… altra Massaria di detto Capitulo chiamata Le Cruci, frutta, e può fruttare l’anno dico 50.. Attualmente l’azienda è di proprietà di privati e non risulta, con certezza, quando sia stata alienata dal Capitolo di Ceglie. Né tuttavia si può affermare se, quando e come essa possa essere stata espropriata in seguito ad una delle tante leggi eversive che, dal tempo di Carlo di Borbone e del suo ministro Bernardo Tanucci, via via fino ai regni di Gioacchino Murat e di Vittorio Emanuele II di Savoia, privarono la chiesa di buona parte del suo patrimonio secolare.
Un dato è, comunque, certo: la masseria sopravvive assai precariamente, essendo oramai abbandonata, come tante altre aziende dell’agro di Ceglie che non hanno saputo essere al passo con i tempi e si sono rivelate incapaci di riconvertire la produzione si da renderla maggiormente competitiva e più economicamente redditizia.
L’antica chiesa-basilica, in cui a malapena è possibile leggere superstiti affreschi dai vaghi moduli bizantineggianti che la impreziosivano, è paurosamente degradata per essere stata destinata, per lunghi anni, a stalla. E’, ormai, il melanconico relitto di un passato glorioso, che sopravvive a se stessa ed è visitata soltanto da qualche sporadico studioso che si avventura fin li per esaminarla e ne commisera la triste fine. Decisamente inutile, in questi anni, si è rivelato ogni intervento che da varie parti e in momenti diversi è stato posto in essere per tentare, almeno, un restauro conservativo dell’illustre monumento. Gli organi preposti alla tutela del patrimonio architettonico della Puglia hanno sempre lamentato, pretestuosamente, la mancanza di fondi sufficienti, forse sperando che il vecchio tempio alfine crolli e, con buona pace di ciascuno, non se ne parli definitivamente più.

Gaetano Scatigna Minghetti

Articolo tratto dal giornale Ceglie Plurale, anno V, n. 38, aprile 2005.

Di Redazione Ceglie Plurale

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