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Le Grange o Grance Cegliesi

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Per Gràngia o Grància Grància, termine francese grànge, grànche, latino tardo grànica, (grànum) nella Lex Baiuvariorum s’intende un’organizzazione benedettina, specialmente cistercense, di persone e beni economici, costituita inizialmente da edifici rurali sui terreni di un’abbazia per la custodia dei prodotti agricoli, ed in seguito (sec. XII) trasformata, per il lavoro manuale dei monaci stessi, in una piccola comunità monastica governata da un rappresentante dell’abate e una unità economica (fattoria) amministrata dal cellerario o monaco granciere; ampliata dalla popolazione laica dei salariati, contadini, pastori, piccoli artigiani, diede origine a villaggi rurali che conservano tuttora la denominazione originaria di Gràngia o Grància.
Nel latino medioevale (a.1319), è documentato Gràntia “cascinale”. La voce è passata dal francese anche nello spagnolo e all’italiano meridionale. Da non confondere con Grancìa, che ha il significato di “ulcera nella bocca”. Nel Medioevo, per grancia si indicava dunque una coltivazione agricola dipendente da una Abbazia o da un Priorato, unità agricola organizzata nei possedimenti di un Ordine monastico.
Questo tipo di organizzazione a Ceglie, a quel tempo, più che Grància era meglio conosciuta con il termine “Beneficio”. A tal proposito mi preme rammentare che nella nostra città esiste ancora un rione ed una contrada rurale che porta quel nome (u’ benefic’). Le più antiche chiese cittadine quali Sant’Anna, Sant’Antonio Abate, all’
epoca meglio nota come Sant’Antonio di Vienna, nel dialetto cegliese “Sand’ Anduèn”, SS. Annunziata, San Domenico, Chiesa Madre, e la stessa Chiesa di San Rocco fruivano di una Grància.
L’Abbazia benedettina di Sant’Anna, per esempio, disponeva, tra l’altro, “…. della masseria in loco detto Paglionico e Marzano (o Manzano) di terre fattizie macchinose con chiusa, cisterna, arbori di pero, giardiniello ed altri membri e degli ortali detti di Sant’Anna e di San Nicola…..” (ASBr. Notaio C. Vacca, 25.05.1589, C.170; ASBr., Notaio Tommaso Lamarina, a.1747, CC.451-479), “… con terre aperte quanto quelle chiuse, casella, pagliara et una cisterniola d’acqua…..” (ASBr., Notaio C.Vacca, 4.3.1596, C.255/T256).
La masseria di cui sopra (Paglionico), il 7 aprile 1604, da documentazione risulta di proprietà di un certo Donato Appruzzesi. Fu proprio in quel tempo, infatti, composta una controversia tra il Capitolo di Ceglie e lo stesso Appruzzesi con sentenza della Corte di Ceglie (ASBr., Notaio Stefano Matera, C. 67/t).
Per la chiesa della Santissima Annunziata, il “Beneficio” era goduto dal Cardinale Giuseppe Spinelli, Arcivescovo di Napoli (1734-1752), “……al quale
spetta(va) di provvederla di tutto il bisognevole…..”.
Tale Grància era composta da tutto il territorio dell’antica masseria “….dell’Insarti con 195 alberi di olivo……” (ASBr., Platea seu campione di tutti li Beni stabbili di campagna…….il venerabile convento di San Domenico…..A.1744, Pianta Geometrica dell’Insarti; La piantina geometrica di cui innanzi è stata pubblicata in Terre Celiarum del Galdo Hydruntini Provincia (a cura di) Enrico Turrisi, Oria 1997, p.69). Ci saranno stati sicuramente altri terreni, case, censi appartenenti alla Grància di cui sopra, ma non ne siamo venuti ancora a conoscenza. Con molta attendibilità dovrebbero essere tutte quelle proprietà che in seguito furono del capitolo cegliese. Quei beni sono riportati in un decreto, del 1748, con il quale la Curia oritana autorizzava don Francesco Paolo Leone, Priore Generale del Capitolo della Collegiata di Ceglie ad alienare alcuni beni, a mezzo asta pubblica, per saldare un debito di 4.000 ducati dovuti dal Capitolo ad un certo don Giovanni Antonio Polaja di Martina.
Il documento in argomento è importantissimo per la toponomastica della zona non solo, ma soprattutto risulta una fonte eccezionale di informazioni. Ci precisa,
per esempio, che a quei tempi, a Ceglie esisteva la coltivazione del lino e la conseguente lavorazione di quel prodotto fino alla tessitura. Apprendiamo inoltre che nella cosiddetta Corsèa Sant’Antonio era ubicata una piscina utilizzata dalll’Ill.mo Signor Duca il quale pagava al Capitolo un censo annuo di grana 10 (ASBr., Notaio Tommaso Lamarina, a.1748, C.300). Per raggiungere quella piscina (cisterna) fu scavato nella roccia un tunnel che partendo dai giardini del castello raggiungeva l’odierno Corso Garibaldi al civico 72.
La Grància della Cappella di Sant’Antonio Abate (ASBr., Not. Francesco Paolo Lamarina, 12.4.1683, C.35), era posseduta dal Clerico Giuseppe Oltavy della Terra Turris Paludarum (odierna Torrepaduli in provincia di Lecce) diocesi di Ugento.
Nel gennaio del 1748, Cappellano e beneficiario della Grància della citata Cappella era il Rev. Don Giuseppe Manfredi di Scorrano (LE), il quale era stato investito dal Cardinale Giuseppe Pignatelli, Arcivescovo di Napoli [Relazione dell’Arciprete Donato Maria Lombardi in risposta ad un questionario per la Visita Pastorale di Mons. Castrese Scaja (1746-1755), Vescovo di Oria]. Il Cardinale Pignatelli era nato a Napoli il 6.2.1652 e costì morto il 5.12.1734, era stato, tra l’altro, anche Arcivescovo di Taranto dal 27.9.1683 e Nunzio Apostolico in Polonia fino al 1703 (Enciclopedia Cattolica, Roma 1950, vol. IX, p.1467).
Il monastero di San Domenico, riconosciuto dallo stesso Ordine conventuale quale il più ricco del Regno [tassato per 12 ducati annui. Basti pensare che quello di Bari era esentato (G. Cioffari, Gli Ordini Religiosi Mendicanti: Tradizione e Dissenso, Memorie domenicane. Nuova Serie 1991, cap. IX)], possedeva la masseria S. Pietro con vigna estensione 211, prodotto lordo 300, contribuzione (fissata dal Ministero delle Finanze per il 1811: 635-25) 75,35, Napoli 4.5.1811, fasc.1377/9, b.70 Affari Generali, custode Brizio Vitale, Casa Municipale, Giustizia e pace, Scuola; fasc.1377/1, stato demaniale, Ceglie, Gendarmeria reale, 4 corridoi e terzo piano; il frantoio detto Forlèo, alcune mandrie di bovini, ovini e caprini, case, botteghe, ecc. (ASBr., Platea…a.1744; Catasto Onciario di Ceglie, aa.1700-1750, vol. I, fotogrammi n° 105, 125,127,145; ASLe., Stato dei beni componenti la dotazione del Ducato di Taranto, Ceglie, Masseria S. Pietro, ecc., fasc. 1377/13).
L’ospizio, con l’annessa chiesa, gestita dai Padri Carmelitani di Martina era ubicato nelle immediate vicinanze dell’omonimo largo. Infatti a ricordo di quella struttura fu dato il nome a quel sito. Il numero di bisognosi che ricorrevano all’ospitalità caritatevole dell’ospizio deve essere stato considerevole, tanto che la fondazione ricevette ben presto donazioni e lasciti in case, terreni, censi. Il monastero aveva, per quanto di nostra attuale conoscenza, la Grància composta da un appezzamento di terreno dove ora insiste il complesso ospedaliero per neuromotolesi (ASBr., Platea seu campione di tutti li Beni stabbili di campagna ……….cit.; Piantina topografica intitolata Pianta Geometrica di Fino in Terre Celiarum del Galdo Hydruntini Provincia, Oria 1997, p.75).
Il Collegio delle Scuole pie, possedeva, invece, tutto il terreno che dalla Porta di Giuso porta alla Stazione FSE, odierna via Bottega di Nisco, adibito ad orti e frutteto. Inoltre, il Collegio, pagava un censo annuo di 10 grana al Capitolo di Ceglie per il terreno dove qualche anno fa c’era la masseria di Insarti.
Infine il Capitolo della Chiesa Madre oltre alle proprietà dell’antica Abbazia di Sant’Anna e della Chiesa dell’Annunziata, possedeva anche un terreno utilizzato ad orti dove ora insiste il Banco di Napoli. Tutta quella zona dell’ odierna via Balilla, infatti, è conosciuta con il nome di Orto del Capitolo.

Pasquale Elia

Di Redazione Ceglie Plurale

Redazione Ceglie Plurale

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