La storia delle biblioteche a Ceglie Messapica – parte 1

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Ritorniamo sull’argomento, oggetto in passato di altri interventi. In questa città è da sempre stata assente la volontà politica e culturale in genere di favorire il libro, e il documento in particolare.
Biblioteche pubbliche a Ceglie non ve ne sono mai state, ma ricco era il patrimonio librario conservato nei palazzi delle famiglie più ragguardevoli della città.
Nel Cinquecento molti volumi e opere antiche erano presenti presso i notai Matera e Vacca. Ancora più ricca e corposa era la collezione della famiglia più in vista della Ceglie dell’epoca, quella dei Monaco che abitava il grande palazzo oggi conosciuto come Nannavecchia, sito in via Maddalena.
Nel Seicento, preziosi manoscritti, libri antichi e moderni erano conservati nelle case Lupoli sulla via di San Demetrio e Amati, “posta vicino alla chiesa di S. Antonio Abate”, come si evince dai documenti del Catasto seicentesco.
Così come preziose e ricchissime erano le librerie di casa Principalli. Nel Settecento il dotto canonico Domenico Principalli teneva in altissima considerazione i suoi libri, tanto da farsi ritrarre da un ignoto pittore, con alle spalle gli scaffali stipati dai suoi volumi.
Bellissime raccolte di opere scientifiche, letterarie, musicali e di giurisprudenza si trovavano in casa Urgesi che annoverava tra i suoi discendenti sacerdoti, avvocati e musicisti. Altre pregevoli librerie ornavano i palazzi dei signori Allegretti, Epifani, Vitale. Manoscritti , cinquecentine, seicentine e molti altri reperti erano in casa Greco, la cui biblioteca è giunta integra sino ai primi anni novanta del secolo scorso dispersa, poi, recentemente per pochi denari presso tutti i rigattieri della provincia.
Di quell’epoca era anche l’importante libreria di casa Antelmy. Giuseppe fu uno degli uomini più importanti di Terra d’Otranto nei primi anni dell’Ottocento. In stretta corrispondenza con gli uomini più in vista del suo tempo, aveva pubblicato nel 1807 “Sorgenti della vera gloria e del potere del sovrano relativo alla felicità dei popoli”.
La sua casa era considerata un museo. Possedeva, infatti, oltre che migliaia di volumi anche una delle più ricche raccolte di reperti archeologici allora conosciuta, tutti ritrovati sul suolo cegliese. L’Antelmy non nascondeva il suo orgoglio per questo suo “tesoro” che veniva continuamente studiato. Con la morte dell’ultimo Antelmy, di quell’immenso patrimonio non si è salvato un solo libro o, peggio ancora, un solo reperto.
Nella giovane Italia unita, che muoveva i primi passi verso la formazione di una nazione moderna, il problema dell’istruzione era uno dei più gravi. Le scuole erano occasionali, i maestri scarseggiavano, la maggioranza delle famiglie non aveva sensibilità alcun per l’istruzione dei propri figli.
Quei libri, conservati con decoro tra i “signori” della città e mostrati con orgoglio ad amici e conoscenti in visita, rappresentavano più che una realtà culturale piccole fiaccole accese ad indicare una strada che avrebbe dato i suoi frutti solo molti decenni dopo. I libri, però, non erano presenti solo nei palazzi cittadini. A Ceglie i frati degli ordini francescani e domenicani, qui stabilitisi nei loro conventi sin dal Cinquecento, avevano creato una ricca raccolta di opere di grande valore e di numerosi manoscritti che, come ricordano le memorie dell’epoca, erano stipati in bellissime librerie, tutte di legno di noce intagliato con scaffali preziosi. Con la soppressione degli ordini religiosi avventuta nel 1809, il Convento dei Domenicani di Ceglie e, di conseguenza, anche la sua biblioteca, passarono per legge al Comune. L’intero complesso da allora divenne sede municipale. Delle centinaia di libri che facevano parte di questa biblioteca inventariati all’atto della soppressione, in documenti scritti, ancora oggi reperibili all’Archivio di Stato di Napoli, non un solo volume ci è giunto. Dopo l’Unità d’Italia, (1861), la cosiddetta seconda soppressione del 1866 cancellò anche l’Ordine Francescano che, nella nostra città, tanto aveva fatto per l’intera collettività fin dal 1576, anno della fondazione del suo convento. Per legge anche questa struttura passò al Comune con annessi i tanti volumi in esso conservati: struttura che fu utilizzata da allora a scopo di ospedale sino alla sua vandalica cancellazione nel silenzio più assoluto della città nei primi anni Sessanta, per far posto all’attuale nosocomio. In questo caso ci si può ritenere un pò più fortunati, poiché alcune cinquecentine e seicentine, così come altre opere provenienti dai Cappuccini, risultano oggi custodite presso il Convento dei Padri Passionisti. Non possiamo che augurarci che la biblioteca dei Padri diventi patrimonio della nostra comunità.
Un cenno anche sull’ordine dei Carmelitani che si stabilì a Ceglie nel Settecento alla odierna via Francesco Argentiero, zona ancora oggi da tutti conosciuta come “sobbe u’ spizzije”. L’Ordine nel suo convento ospitava povera gente e anche ammalati, dando loro un ricovero sicuro. I Carmelitani operarono a Ceglie solo per pochi anni fino a quando, dopo molte contese con i Domenicani per questioni di proprietà, furono costretti a lasciare il paese. Anche loro possedevano una ricca “libreria” che fu donata, nel momento della loro partenza, all’Università (Comune). Ma anche di questo patrimonio non resta nessuna traccia.

Continua nella seconda parte

Nicola Santoro

Autore: Redazione Ceglie Plurale

Redazione Ceglie Plurale

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