Corso Garibaldi negli anni 50

Negli anni cinquanta del secolo scorso Corso Garibaldi era chiamato da tutti “a Cursij”, il Corso, perché era la strada principale del paese.

Vi si affacciavano una serie di case ad un solo vano, alcune delle quali erano state precedentemente aggregate per realizzare abitazioni più confortevoli. Molte di queste avevano il tetto a più falde spioventi, ricoperte di tegole rese multicolori dal tempo. L’unica casa di questo tipo, non ancora modificata, si trova al numero 48. Sulle facciate, imbiancate a calce, si aprivano porte e finestre ben proporzionate e corredate da stipiti, architravi, davanzali in pietra ed infissi di legno. Le porte-finestre, con persiane, balconi e inferriate erano una eccezione. Al piano terra, si potevano ammirare le porte a due ante, che, una volta aperte verso l’esterno, consentivano la vista delle caratteristiche vetrine. Queste porte rappresentavano un vero decoro ambientale con le loro specchiature in legno lavorato o vetro e, nel caso dei negozi, con le sovrastanti insegne dalle grandi cornici lignee. Se ne conservano alcune, presso abitazioni e presso il Caffè Centrale. L’atmosfera era resa festosa da una distesa di panni variopinti, sciorinati al sole. Il pavimento stradale era realizzato con antichi blocchi di pietra dura, che la pioggia e la neve rendevano sdrucciolevoli. Anche la maggior parte dei gradini e delle caratteristiche scalinate esterne era in pietra, levigata dagli spazzoloni e dal tempo. Esistevano inoltre alcune scale in graniglia di marmo e cemento: ne sopravvivono soltanto due o tre. Queste ultime erano il risultato di alcune ristrutturazioni dei primi decenni del novecento. Anche i cornicioni, i modiglioni e le inferriate, che risaltano per le belle decorazioni, risalgono alla stessa epoca.
In tutte le abitazioni mancava il riscaldamento e per scaldarsi si adoperava il braciere. In coincidenza con le piogge, veniva spesso a mancare la luce. L’energia elettrica era distribuita malamente mediante conduttori pensili, sostenuti da mensole in acciaio con isolatori in porcellana bianca. La strada era illuminata per mezzo di lampioni centrali che emettevano una luce soffusa.
Negli anni cinquanta tale ambiente era animato da artigiani, commercianti e dal via vai dei loro clienti, popolato da famiglie radicate da tempo, percorso da tutte le manifestazioni e tutti i riti, civili e religiosi, festosi e tristi: costituiva appunto, insieme con Piazza Plebiscito, il centro del paese. Transitavano poche auto, oggi considerate storiche, tra le quali spiccavano la Bianchi S9 e la Lancia Aurelia, entrambe di Donna Rosina Lodedo. Non esisteva il senso unico. Passavano gli ultimi carretti e calessi, trainati da cavalli e giumente, tra il suono dei campanelli e l’abbaiare dei cagnolini. Per strada c’era sempre un piacevole sottofondo sonoro: di giorno, il cinguettio dei canarini nelle loro gabbiette e il coro degli attrezzi adoperati dagli artigiani; la sera, la musica classica diffusa dalla radio di Rocco Domenico Carbotti (Minguccj Carabbott’). Gli stagnini, Lorusso e Marseglia, facevano risuonare le pentole in rame, sotto i colpi del martello, e sbuffare il ventilatore per mantenere i carboni accesi e pronti per le saldature. L’armaiolo Bruno provava e riprovava il richiamo per gli uccelli per renderlo simile al cinguettio di un passerotto. Donato Gallone (Magghjon’), martellava il cuoio sullo zampetto, tagliava le pelli e le modellava sulle forme in legno per ricavarne, con gusto e passione, delle scarpe artigianali molto belle. Suoni diversi, ma simili, provenivano da due seminterrati, nei quali si respirava uno strano odore di tannino e pece. Erano i laboratori di bardamenti di Cosimo Sarcinella e Gaetano Lacorte, che, con il cuoio e le pelli, costruivano selle, testiere, para-occhi, camarre e sottopancia per cavalli. Spesso si ascoltava il coro dei clacson dei cortei matrimoniali che, per consuetudine, sfilavano lungo il Corso: circostanza che invogliava tutti ad affacciarsi incuriositi e sorridenti sulla strada. Ad una di queste sfilate partecipai anch’io. Era una mattina d’estate del 1954. Ero seduto in una elegante Fiat 1500, colore scuro, tettuccio trasparente, carrozzeria aerodinamica in alluminio. A fianco a me sedevano due sposi, i miei zii Paolo Ciccarone ed Elisabetta Gioia. Di frequente passava di sera, di ritorno dal suo giro, il banditore, Giovanni Balsamo (a Cunocchij), per annunciare, tra una boccata di sigaro e l’altra, che presso la macelleria di Giuseppe e Isabella Ciracì (Donna Chiar’) erano pronti i fegatini fumanti e ben salati: annuncio inutile per chi si trovava nel Corso e sentiva nell’aria il profumo d’arrosto. Questa atmosfera diveniva bucolica, poco prima del tramonto, per i belati di una pecorella e di una capretta, mentre venivano munte dal lattaio.
Poi c’era la musica della banda. Accompagnava le processioni che percorrevano il Corso sia all’andata che al ritorno dalle chiese. Durante le feste nazionali, precedeva i cortei diretti al monumento ai caduti. Annunciava il transito dei funerali, che passavano tutti dal Corso, e invitava a chiudere le porte in segno di partecipazione. A dire la verità, non sempre la banda interveniva ai funerali e ciò accadeva per le famiglie con poche risorse economiche. Era veramente commovente assistere al corteo della gente povera, affranta dal dolore per la perdita degli affetti e del sostegno economico, con un seguito di poche persone, qualche fiore e soprattutto un solo prete. Anche il numero delle corone di fiori e quello dei preti era proporzionale alla ricchezza della famiglia del defunto. Queste corone venivano allestite da Lucia Urso, nel corridoio di accesso alla Villa Ducale.
Il proprietario di questo giardino, il duca, passeggiava spesso per il Corso, con la compagnia della moglie e di un bastone dal manico d’argento. Entrambi erano alti ed elegantemente vestiti. Di frequente, se incontravano qualche persona povera, elargivano sostanziose elemosine. Se ne vedevano tanti in giro di postulanti, soprattutto quando nevicava, circostanza che bloccava il paese. Pochi andavano al lavoro. Anche il Corso subiva per giorni la stessa sorte, a causa dei cumuli di neve e ghiaccio. In genere c’era tra la gente un clima di amicizia, ma anche poca privacy. Si ascoltavano dovunque molti pettegolezzi: una sorta di giornale vocale divulgava notizie del paese: fidanzamenti, matrimoni, nascite, morti, funerali, malanni, furti, omicidi, compravendite di immobili. Molti, per non perdersi le novità, lavoravano o si intrattenevano presso porte e finestre.
Il centro dei pettegolezzi erano le botteghe dei barbieri, luoghi di intrattenimento e di conversazione, come i saloni di Roberto Nannavecchia, Pasquale Vitale (Sardon’), Carmine Ciracì (Donna Chiar’), e Lorenzo Palma (u Scurlat’). La bottega di quest’ultimo presentava una particolare attrattiva: due grandi specchi, uno di fronte all’altro, nei quali le immagini si moltiplicavano all’infinito. Altro luogo di intrattenimento era il circolo cacciatori, gestito da Giovanni Marangi, accompagnato dal fedele Giuseppe. Il club richiamava molto pubblico, soprattutto dopo l’installazione del televisore, probabilmente il primo a Ceglie. Presso questo circolo venivano portate le volpi per ottenere il premio, dopo averne reciso un orecchio, a riprova della cattura.
I bar, invece, erano poco frequentati a causa della modesta situazione economica generale. Ce n’erano tre, come ora. Il più importante era il Caffè Centrale di Donato Gallone (Ticchij d’ Magghjon’): piccolo di statura, corporatura larga, carattere metodico, andatura lenta e cadenzata, era il depositario della ricetta del biscotto cegliese.
Un centro di discussioni politiche era la rivendita di bombole e cucine a gas di Rocco Carbotti, amante della musica, sincero e convinto socialista, lettore assiduo dell’Avanti!
Nel suo negozio, frequentato di sera da molti amici, tra i quali l’avvocato Michele Elia e Pietro Palazzo, dopo il giornale-radio, si parlava frequentemente di politica. La discussione, nel periodo di agosto, diventava molto vivace per la presenza di Nicola Gatti (Cap’ d’Aciedd’), con l’Unità sempre in tasca. Esisteva tuttavia una vera sezione di partito, l’Associazione Combattenti del maestro Felice Marconi, presso la quale lavorava pure Antonio Balsamo.
L’ambiente del Corso era ospitale nei confronti dei molti forestieri residenti. Aveva accolto Urbano Stellin, venuto dal Polesine a rilevare un negozio di filati; la famiglia Lorusso, originaria di Martina Franca, con le figlie sarte e i figli stagnini; Vito Gianfreda, che aveva impiantato un negozio di bombole, cucine e radio. Era martinese anche l’orologiaio Giuseppe. Lo si poteva osservare mentre, in un minuscolo vano al numero 57, smontava e rimontava molle, ruote e ingranaggi, con il monocolo e la luce puntata sugli orologi. Una persona che merita un particolare ricordo è Donato “u cappiddar’” , originario di Cisternino. Questi in un minuscolo locale, come quello dell’orologiaio, ripuliva e riciclava vecchi cappelli ai contadini. La domenica tutti i negozi erano aperti e c’era un via vai intenso di gente. Donato, corporatura robusta e sanguigna, con voce tonante invitava a indossare i berretti per esaltarne, al di là del vero, qualità e adeguatezza all’indossatore. E invogliava gli altri ignari passanti a complimentarsi con il suo potenziale cliente. La scena risultava notevolmente comica ed il personaggio simpaticissimo.
Completavano il quadro degli artigiani le sartorie e la bottega dell’orafo. Oltre alle signorine Lorusso, faceva la sarta, presso la propria abitazione, Rosaria Marseglia, allieva di mia madre. Nel settore maschile, principi del filo e dell’ago erano Giuseppe Annese e Pietro Pepe. Si potevano scrutare mentre, nelle loro botteghe, disegnavano i modelli con il gesso, tagliavano, cucivano e modellavano con il pesante ferro da stiro.
Infine, nei pressi della Piazza, chiuso dietro la sua vetrinetta, in un’atmosfera riservata e inaccessibile, svolgeva l’attività di orafo una persona anziana, alta e magra, sempre vestita di nero, Cataldo Ficarelli. In quegli anni molti artigiani, con l’intento di migliorare le proprie condizioni economiche, divennero commercianti, nel proprio ed in altri settori. Tra questi si ricordano: Luciano Quarto, barbiere, che aprì una rivendita di filati, successivamente acquisita da Urbano; Pietro De Fazio, calzolaio, che vendeva pelletteria, filati e, nel periodo scolastico, libri di testo; i fratelli Lorusso, stagnini, che aprirono rivendite di bombole, cucine e addirittura casse funebri. Gli unici artigiani che non c’erano nel Corso erano il falegname e il fabbro e, nel settore del commercio, il salumiere e il fruttivendolo. Per ogni altra esigenza si poteva trovare la bottega che faceva allo scopo. Per acquistare il sale e le sigarette si poteva andare presso il “Sali e Tabacchi” di Giuseppina Urso (Sippin’ a Salier’), per un cappello di qualità da Cosimo Fumarola, per le scarpe presso i negozi degli “Artier'”, Vincenzo Vitale e Mimina Nannavecchia. L’unico negozio di tessuti era quello di Mariuccia e Domenico Balsamo. Quest’ultimo, veterano del commercio, faceva sfoggio, tra l’altro, di grosse auto, Alfa Romeo, Lancia, Opel. Mariuccia, la sua compagna, goriziana di origini, aveva problemi di ambientamento a Ceglie e purtroppo si rifugiava nel bere. In un periodo nel quale mancavano i telefoni privati, non poteva mancare il centralino pubblico, gestito da una signorina vestita di nero, figura arcigna e voce tipica dell’accanita fumatrice, Elena Crescenzio.
Al numero 18, nel luogo dove si trova ancora oggi, c’era la bella Farmacia Lisi, ricca di storia e di fascino, di proprietà della dr.ssa Maria e del dr. Franco Ricci. Si potevano ammirare, al suo interno, l’antica mobilia con colonne e capitelli (ancora oggi conservata), i vasi in ceramica e le bottiglie in vetro variopinto e, nel retro, le belle bilance a mano, il torchietto per preparare le compresse, il crogiolo e il distillatore corredato dal fornello ad alcool. La famiglia Lisi-Ricci era una di quelle che aveva l’abitazione al Corso. Infine al numero 74, c’era l’unico studio professionale, quello dell’avv. Alberico Urgesi, alto e robusto, sguardo severo, abito grigio chiaro con gilè, orologio da taschino con catenina, elegante cappello, bastone in ebano con manico d’argento, inseparabile sigaro: la sua figura incuteva timore e rispetto. Aveva da antica data l’abitazione nei pressi dello studio. A Corso Garibaldi, inoltre, si faceva particolarmente notare un’altra famiglia di vecchia data, quella dei Gioia, meglio conosciuti come “‘ Ndrsan’”, dal cognome di un loro parente sacerdote, Vincenzo Andrisani. Era una famiglia patriarcale con numerosi fratelli e nipoti, incentrata sulla figura del sacerdote Oronzo (Papa Ronz’). Avevano un comportamento caratteristico: litigavano spesso e a voce alta, tanto che gli urli si sentivano dalla strada, ma, come per incanto, nel giro di pochi minuti la lite si ricomponeva per risolversi in una tranquilla passeggiata verso la piazza. Di fronte alla mia abitazione, nell’unica casa tuttora con tetto spiovente e tegole, abitava una vecchietta arzilla, simpatica e molto socievole, Maria Chirulli (Fisccar’). Era solita prepararsi il caffè e le uova al tegame con il fornellino ad alcool.
Avevano l’abitazione nel Corso, inoltre, la famiglia Vitale-Suma (Panghijn’), i Marseglia (Scarpariedd’, dal mestiere del padre), i Lorizzo (Maria d’ Pagghijaredd’), i Leporale (Pich’), i Bruno, i Calavita, la famiglia di Michele Caliandro (Cascett’) e infine la mia. Mio nonno Angelo Pietro, uomo magro e riservato, carrettiere come i suoi ascendenti, abitava dalla seconda metà dell’ottocento, in una modesta casa al piano terra, alla quale si accedeva dal numero 61. Lì nacquero mio padre e i miei zii. La casa, dove abito io, fu acquistata successivamente, negli anni trenta del secolo scorso.
Così si presentava Corso Garibaldi negli anni cinquanta.
Alla fine di quel decennio la strada subì delle grosse trasformazioni. Incominciò il degrado architettonico che si accentuò nei decenni successivi, conseguenza della mancanza di cultura e di un malinteso senso di modernità. Furono realizzate aperture sproporzionate, sostituite le porte di legno con delle brutte e rumorose saracinesche. Quasi tutte le finestre vennero trasformate in porte finestre. Le lastre di Corigliano sostituirono le tegole, i parapetti modificarono la sagoma di molte facciate. Uno strato di asfalto fu sovrapposto alla precedente pavimentazione in pietra. Negli anni sessanta scomparvero man mano gli antichi mestieri e si sviluppò il commercio. Le condizioni economiche del paese migliorarono, e così anche quelle del Corso, in conseguenza della nascita delle grandi industrie a Brindisi e Taranto, dove trovarono lavoro, come pendolari, molti artigiani e contadini cegliesi. La punta di diamante dello sviluppo furono il negozio degli Annese ed il nuovo bar dei Gallone (Purptton’). Oggi il Corso è in declino. Mancano l’agibilità della strada, le dimensioni ottimali dei locali, la visibilità fuori orario delle vetrine, le idee per destinazioni e assetti diversi da quelli del passato. Ed esiste, in generale, il problema del modo di vivere e di pensare di tutta la popolazione. Ma questo è un argomento che non riguarda soltanto Ceglie.

Angelo Palma

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Di Redazione Ceglie Plurale

Redazione Ceglie Plurale

1 commento

  1. Je doit absolument vous remercie de la façon de nous faire revivre ces année là, personalment , en meme temps que je lisais cette (poesie ) je voyé defilé devant mes yeux comme un film, don je reconessais tous les lieux que vous décrivez avec un’etonnante precision. Merci de m’avoir avec cet episode della nostra amata CEGLIE apporter un coin dont je retrouvé mes souvenirs jamais oublier .Rocco Faggiano France

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