La portalettere rurale

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Maria Caliandro, la portalettere rurale, per alcune ore era intenta ad attendere l’arrivo della “carrozza” proveniente da Ostuni, seduta a fianco di Leonardo Incalza “Papanarde”, fruttivendolo all’angolo di Piazza Plebiscito. Lei sonnecchiava a guisa di un cane sull’aia, con un occhio chiuso e l’altro semiaperto, con la mano destra infilata nell’apertura laterale della gonna, per catturare qualcosa da mettere in bocca.
Maria la postina era figlia di Nicola e Angela Venerito, nata a Ceglie il 10 novembre 1881, dove muore il 20 novembre 1941, a sessant’anni.
Il 26 ottobre 1899, a soli 18 anni, si era unita in matrimonio con Alfredo Fagiani, impiegato comunale, nato il 21 agosto 1879 ad Amendolara (Calabria).
Dopo la morte del marito, per consentirgli di vivere una vita dignitosa, il Comune la destinò al recapito della corrispondenza.
Alle ore 15 in punto, avveniva l’apertura pomeridiana dell’ufficio, con la relativa distribuzione della corrispondenza. Un modesto pubblico, anche se non interessato alla corrispondenza ma attratto dalla curiosità, si radunava nello spazio antistante l’ufficio in via Pietro Cossa (via Dante) e, nell’attesa che si compisse quell’avvenimento importante, cioè la distribuzione, aveva luogo un clamore ironico da parte dei giovani, che divertiva anche gli astanti seri come l’arciprete e il maresciallo dei carabinieri, che abitualmente accorrevano per ritirare la rispettiva corrispondenza.
Quei lazzi infastidivamo il personale all’interno dell’ufficio e sovente il direttore usciva fuori per chiamare all’ordine i presenti. Lo spazio dell’ufficio postale era costituito da una piccola stanza in cui erano presenti qualche sedia e due piccoli sportelli utilizzati dalla popolazione per versamenti, ritiro e pagamento di vaglia. Ad attendere la postina vi era sempre qualche bella fanciulla interessata all’arrivo di una missiva segreta, un rapporto amoroso che le ragazze avevano nascosto ai propri genitori.
Durante l’inverno, quando giungeva la carrozza (successivamente la “corriera”)che trasportava la posta, arrivavano, come proiettili di mortaio, palle di neve che si infrangevano, senza troppi complimenti, sul corpo degli scaricatori e degli impiegati addetti, se fuori tiro, sui muri retrostanti.
Era appunto quello il frutto di una monelleria che doveva dare forza alla rituale baldoria di circostanza. Finalmente, appariva sul gradino della porta dell’ufficio Maria Caliandro, recante un fascio di posta stretta tra l’avambraccio sinistro ed il pettto e sul capo il berretto duro simile a quello dei gregari delle Forze Armate e che aveva un fregio con il cono musicale, simbolo del servizio postale. Così dava inizio alla distribuzione della corrispondenza ai rispettivi destinatari.
Chi non aveva ricevuto niente, riaprendo la parte ironica dell’avvenimento chiedeva, interrogando la postina con l’intento di beffarla: “Per me non c’è niente?”.
I postini, fino agli anni ’70, uscivano due volte al giorno “due gite” così venivano chiamate in gergo e il lavoro si protraeva fino alle ore 18,00.
Ricordo ancora i primi mesi del mio servizio quando, in occasione del Primo aprile, si usciva più volte al giorno e sino a tarda sera, per consegnare le centinaia di “pesce d’aprile” alle ragazze o ai giovanotti. Buste prive di francobollo che venivano regolarmente tassate e pagate dalle persone a cui erano dirette. Un rituale che vedevano coinvolti in particolare i giovani che con ansia attendevano di ricevere queste buste riccamente colorate e riempite di frasi a doppio senso. Chi aveva ricevuto la lettera rientrava al proprio domicilio tenendo aperto il foglio contenuto nella busta e che leggeva in compagnia degli amici o delle amiche.
Quanta fatica al freddo o sotto l’acqua!
Nei primi anni ’50 l’Ufficio postale era in Largo Osanna (oggi Farmacia Lagamba-Galante). Il direttore dell’epoca era Luigi Galasso, coadiuvato dalle sorelle Maria, Italia, e Margherita, persone a cui ci si rivolgeva con il don. Dal 1958 con l’inaugurazione del nuovo ufficio, ci si trasferisce in Piazza Sant’Antonio, dove ancora si ricevevano e si trasmetteva i telegrammi utilizzando l’Alfabeto Morse.
I portalettere di quegli anni li ricordo tutti, anche se alcuni sono deceduti, come Domenico e Carlo Gasparro, con cui ho iniziato a lavorare nell’agosto del 1962 sulla I zona (centro storico): uno spasso, tutto il giorno a ridere, ma fu sufficiente per capire quale fosse il rapporto che si veniva a creare tra il postino e la gente, un legame, molte volte più forte del rapporto di parentela. Altri colleghi erano Martino Leo, Pietro Francioso, Vittorio Urgesi, Pietro Carlucci, Rocco Gasparro e Luigi Ciracì (deceduti da poco), Giovanni Francioso, Rocco Vitale, Giuseppe Convertino, Gabriele Ligorio, Severino Gasparro, Cosimo Santoro, Pietro Ciracì.
Direttori degli anni ’60 furono Michele Galetta, scomparso proprio pochi mesi fa, Cosimo Ciniero, Carlo Taurisano.
Un capitolo a parte meriterebbero due personaggi unici, Pietro e Umberto, persone molto particolari che ogni giorno con la “trainedda” che tiravano a spalla, dalla Stazione arrivavano fino all’ufficio, carichi di pacchi: quando arrivavano, per giunta, venivano da noi benevolmente presi in giro, mentre grondavano sudore come se sui loro miseri stracci piovesse. In particolare Umberto (suscettibile) si arrabbiava molto facilmente e visto che era balbuziente, non riusciva mai a farsi capire. Quando l’Amministrazione postale abolì questo servizio, Umberto e Pietro si ritrovarono senza lavoro e senza denaro, drammatico fu per loro questo distacco. Che grandi lavoratori!
Oggi gli impiegati postali, provengono per la maggior parte da altri paesi e copiosa è la presenza delle donne: Maria e Tommaso Argentiero, Umano Bellanova, Domenico Bruno, Olga Castoro, Giuseppe Convertino, Francesco De Leonardis, Raffaele Di Rella, Antonio e Giuseppe Esposito, Pasquale Gianfreda, Antonio Gioia, Filomena Pagliara, Cosimo Santoro, Isabella Gallone, Elena Suma, Franco Vacca, Patrizia Leone, Salvatore Tanzarella, Andrea Argentiero, Severino Gasparro, Giovanni Santoro, Mariano Tetesi, Maria A. Gallone, Antonio Bellanova, Domenico Ciracì, stimato dai colleghi e dall’intera comunità cegliese il Direttore Silvestro Suma.
All’inizio del secolo scorso la “postina” Maria Caliandro era una e per questo oggi la ricordiamo in questa pagina.