Quaremme

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Dopo molti decenni, quest’anno in Piazza Plebiscito è stato appeso il fantoccio di Quaremme e questo mi ha fatto ricordare cosa raccontava mia nonna alcuni anni fa. Per secoli, diceva, nelle principali strade della città, tra lo spazio temporale di 40 giorni, dalle Ceneri alla Pasqua, veniva appeso il fantoccio di Quaremme, vestito di nero e con la famosa conocchia tra le mani.
Molti significati si sono dati a questa antica usanza e a questa bambola fatta di stracci vecchi, i cegliesi l’hanno sempre identificata nella moglie dell’ormai defunto Carnevale.
Si accompagna, la vecchia, con la conocchia (fuso per filare la lana), un attrezzo  usato per dimenticare le pene sofferte per la morte del marito che, per settimane, l’aveva tenuta allegra.
In altre città del meridione, corredo della Quarantana è anche una patata dove sono state conficcate sette piume che rappresentano le sette settimane della Quaresima.
A Ceglie la variante è rappresentata invece da sette taralli (frisedde) che venivano tolte, una alla volta, alla scadenza della settimana, così da giungere alla Pasqua, con il fuso libero.
Come ricordano spesso gli anziani, ai loro tempi, questo periodo era caratterizzato da pesanti digiuni e severe penitenze. Era, infatti, vietato mangiare carne, ma solo baccalà, il sardone salato affumicato, le acciughe e qualche frutto, per purificarsi dalle lunghe feste del Carnevale.
Questa antica tradizione rappresentava anche un momento di incontri tra famiglie, in una comunità dove erano quasi assenti i luoghi di incontro dove socializzare.
Questo momento particolarmente austero veniva interrotto nella prima domenica di Quaresima, quando ad opera del più piccolo o anziano di casa, venica rotta la  pentolaccia: una antica pignatta ormai inservibile, riempita di cenere o di legumi. Era un’impresa rompere questa pignatta appesa al soffitto di casa e fatta penzolare per rendere più difficile l’operazione. La persona incaricata, bendata e fatta girare per far perdere l’orientamento veniva munità di un lungo bastone e buttava fendenti a destra e a manca per cercare di colpire la pignatta, chi la rompeva, poteva prendere il contenuto.
La terza domenica avveniva un altro macabro rituale, quello di mutilare un pupazzo fatto di stracci vecchi e riempito di paglia, mentre la domenica delle Palme, si portavano a benedire i rami di ulivo che venivano donati dai ragazzi alle proprie fidanzate o portati ad amici e parenti in segno di pace.
La notte Santa, quella che sanciva la fine della Quaresima, coincideva con la distruzione di Quaremme; il pupazzo veniva tirato giù e dato alle fiamme, tra urla, canti e balli e ci si preparava alla Pasqua e soprattutto a Pasquetta, giorno dedicato alla gita in campagna per fare la “scorcilaijove”