La Suora e lo Scrittore

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A Silvio D’Amico, lo storico del paese, benché non fossero ancora le sette,
non gli restò che alzarsi. Si era girato e rigirato, nel letto, per tutta la
notte, senza riuscire mai a chiudere gli occhi per più di un’ora. Almeno così
gli era parso. Più volte gli era balenato per la mente che doveva cercare al
camposanto di Molfetta, quel tassello che mancava per completare la sua ricerca
su papa Vito, il primo parroco della Collegiata del suo paese. Lo avevano
sepolto lì dov’era morto, più di vent’anni addietro. Si armò di penna e
taccuino e, alla guida della sua vecchia Cinquecento, si recò dritto al
cimitero molfettese. Non gli fu difficile trovarlo. Chi non trovò al suo posto,
invece, fu il custode. Contava sul suo apporto per farsi indicare il punto
esatto dov’era sepolto il monsignore. Aveva bussato e ribussato, finché non
aveva notato, all’angolo della vetrina d’ingresso, un cartello che recava l’
avviso: “Sono in cimitero”. Silvio si lasciò sfuggire un irrispettoso sorriso,
pensando che il povero custode, con quella scritta, intendesse annunciare a
tutti d’essere morto anche lui. Lo storico si avventurò tra tombe e cappelle,
alla ricerca di quello che poteva essere rimasto di papa Vito.

Una prima, sommaria ricognizione si rivelò infruttuosa. Cercare una tomba
non doveva essere come cercare un ago in un pagliaio, eppure di papa Vito
neanche l’ombra. A Silvio non gli andava di importunare nessuno. Diamine, aveva
fatto tanti chilometri per non sapere dove andare? Proprio così, Silvio non
sapeva dove cercare. Doveva necessariamente chiedere aiuto, se non voleva
tornarsene con la coda tra le gambe. Già, ma a chi chiedere? Ognuno, in quel
luogo, va e viene in religioso silenzio. Decise, così, spingendosi più a sud
possibile, di ricominciare a leggere i nomi sulle lapidi. Niente, ancora
niente. Eppure di Sunna, quello era il cognome del nostro, ne aveva scorsi
tanti.

Lo sconforto cominciava a prendere il sopravvento sullo scrittore. Non gli
restava che chiedere e, giustappunto, mancò poco che non atterrasse un’anziana
suora. Lei, certamente, doveva conoscere la tomba di un prete. Si scusò con la
sorella per l’incresciosa botta e si decise a chiedere lumi. L’anziana suora,
come lui, non era del posto, ma di quella sepoltura ne aveva sentito parlare in
convento. Doveva trovarsi tra i loculi della chiesa Madre, realizzati, tanti
anni addietro, in una specie di catacomba, a ridosso della zona monumentale. Il
posto preciso proprio non le veniva a mente, all’anziana religiosa. Si offrì di
accompagnare lo studioso. Una prece non si rifiuta a nessuno, specialmente a un
povero sacerdote sepolto lontano dal suo paese natale. I due si trovarono
presto davanti allo stretto ingresso di un sotterraneo. Occorreva impegnare una
scala di ferro, sistemata quasi perpendicolarmente, per arrivare sul fondo del
locale. L’uomo si fece spazio davanti alla suora e si offrì di fare da cavia.
La scala barcollava sotto il peso dello storico. Bisognava scendere
necessariamente uno alla volta e con la massima cautela. La suora attese
pazientemente il suo turno. In verità avrebbe voluto evitare quella discesa ma
giunta a quel punto non se la sentì di lasciar fare. Indicare dall’alto il
posto preciso dov’era sepolto quel povero sacerdote poteva suonare come un non
voler offrire la sua preghiera. Dal fondo Silvio armeggiò con la scala a pioli
e l’assicurò tra le sue gambe. L’anziana suora poteva avventurarsi nella sua
discesa. Contrariamente a come aveva fatto l’uomo, si girò di spalle e impegnò
il primo gradino. Silvio, da giù, non poteva fare a meno di guardare la suora.
La scala, malferma, non poteva essere lasciata. L’uomo accostò la testa ai
pioli. Alzò lo sguardo al cielo, seguendo con gli occhi il dondolio della
tunica. Stramazzò al suolo.

L’anziana suora non capì mai il perché di quella improvvisa fine. Lo capì a
sera la superiora, ritirando il bucato dal soleggio.

Ceglie Messapica,
28.2.2009 Damiano LEO

Melanconiche sensazioni

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Questo articoletto nasce con l’intento di esaltare le cose belle, semplici ed antiche di una volta, pur non rinnegando di certo gli agi e i vantaggi della nostra civiltà moderna.
Fino a pochi anni fa non esisteva l’illuminazione pubblica nelle nostre belle campagne cegliesi, e nelle abitazioni rurali e nelle ville fuori porta bisognava arrangiarsi con delle lampade a gas, delle lampade ad olio o addirittura delle candele.
Ricordo ancora, perfino io che sono ancora molto giovane, la poesia frammista a un pizzico di malinconia che emanavano quelle flebili luci all’interno di un trullo, di una lamia o di una stalla.
Poi, circa trent’anni fa anche nelle nostre campagne arrivò l’illuminazione pubblica e gli alti pali della luce e tutte le comodità ed i vantaggi conseguenti. Per esempio, nella campagna della mia famiglia la luce elettrica arrivò circa venticinque anni fa ed io ricordo bene quei giorni in cui fu eretto il palo che portava finalmente la corrente anche al trullo dei miei nonni.
A proposito delle dolci e melanconiche sensazioni che si provavano di notte in quei momenti al debole chiarore di una candela, di uno stoppino o di una lampada ad olio, voglio rendere nota una bellissima poesia che venne in mente circa cinquant’anni fa al noto Geometra Pietro Maggiore, un uomo che, nel bene e a volte anche sbagliando, ha fatto la storia di questo paese dal dopoguerra fino ai giorni nostri.
Egli all’epoca era giovane ed in preda agli ardori giovanili, come è ovvio supporre; ed una notte di inizio ottobre, in pieno periodo di villeggiatura e di vendemmia, tornò nella campagna dei suoi genitori da una città limitrofa, dove viveva una passione contrastata e spesso conflittuale con una giovane.
Era circa mezzanotte e reduce dai postumi di una ennesima serata di amore e litigi si appoggiò su un sacco pieno di paglia d’orzo, seduto al fianco del camino nel trullo, e alla tenue luce di una piccola candela si fermò a riflettere stanco e pensieroso sulla serata appena trascorsa. Pian pianino la stanchezza prese il sopravvento sui pensieri ed egli si appisolò ed “appapagnò” (come si dice da noi) su quel sacco.
D’un tratto un pezzo di fiamma si staccò dalla cima della candela e cadde sulla chianchetta a mensola che sosteneva la candela stessa e su cui era nel frattempo colata la cera bollente. Tanto bastò per provocare una scintilla luminosa, un bagliore improvviso, istantaneo e più forte e per destare di scatto dal leggero sonnellino il giovane amante e ispirargli una bellissima poesia sull’amore che qui sotto riporto, col consenso di Pietro Maggiore:

L’amore
Quando nasce somiglia
Alla luce di una candela.
Appena si accende, dà luce e splendore,
man mano che brucia
il lumicino s’incurva, s’incrosta
e la fiamma a tratti si attenua e vacilla,
con forza si raddrizza
la punta che brucia, calante si rinnova,
finché tocca la calda liquida cera,
i lumicini si accoppiano e bruciano insieme
la fiamma cresce,
a tratti sfavilla più del normale,
l’amore s’infiamma e così continua
finché dura cera e sostegno.

Pietro Maggiore

Termino qui questo breve articoletto, sperando di aver allietato un po’ le persone che amano come me le cose semplici di una volta e la nostra bellissima campagna.

Domenico Barletta