I nomi della vergogna e i giusti

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Questo libro è veramente da leggere, affinchè non si perda la memoria e a imperitura vergogna gli italiani ricordino gli uomini, tutti rigorosamente di cultura, che firmarono il Manifesto della razza durante il fascismo. Scopriamo anche dei fatti sconvolgenti rimanendo stupiti nel leggere i nomi di uomini insospettabili che si macchiarono della loro firma per uno sterminio.
Alla prima stesura del testo, datato 14 luglio 1938, apposero la loro firma: Lino Businco, Lidio Cipriani, Arturo Donaggio, Leone Franzi, Guido Landra, Nicola Pende, Marcello Ricci, Franco Savorgnan, Sabato Visco ed Edoardo Zavattari. Il Manifesto enencia dieci punti in cui si affermava che le razze umane esistono, che ci sono piccole e grandi razze, che il concetto di razza è puramento biologico, che la popolazione italiana attuale è di orgine ariana e la sua civiltà ariana, che è una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici, che esiste ormai una pura “razza italiana”, che è giunto il tempo che gli italiani si proclamino razzisti, che è necessario fare una netta distinzione tra i Mediterranei d’Europa, gli Orientali e gli Africani, che gli ebrei non appartengono alla razza italiana e che i caratteri fisici e psicologici degli Italiani non devono essere alterati in alcun modo.
Ai primi dieci firmatari si aggiunsero altre 329 firme tra cui ricordiamo qualche nome famoso: Giorgio Almirante, Giorgio Bocca, Aldo Capasso, Gabriele De Rosa, Amintore Fanfani, Luigi Chiarini, Agostino Gemelli. Quello che sorprende Franco Cuomo è l’impunità di cui tutti questi intellettuali beneficiarono ed alcuni di essi nel dopoguerra assunsero importanti cariche di governo e istituzionali.
Da questo Manifesto scaturirono decreti che proibivono la pubblicazione e la lettura di libri di autori di origine ebraica, l’espulsione dalle scuole di professori di origine ebraica quali l’eminente Enrico Fermi e Bruno Pontecorvo e l’allontanamento dagli uffici pubblici di impiegati e l’avvio tragico e doloroso di tanti innocenti nei campi di concentramento e di sterminio.
Con il RD 1390 del 1938 veniva impedita l’iscrizione nelle scuole pubbliche agli alunni di razza ebraica e con tragica ironia si affermava che “per i fanciulli di razza ebraica sono istituite, a spese dello Stato, speciali sezioni di scuola elementare nelle località in cui il numero di essi non sia inferiore a 10”.
Molte volte si è voluto, per minimizzare, fare una distinzione tra razzismo tedesco e quello italiano, ma Mussolini già nel 1921 aveva scritto sul Secolo d’Italia “per il Fascismo la questione razziale ha una grande importanza poichè la razza è il materiale con il quale intendiamo costruire anche la storia”. Altre volte il Duce tende a ridimensionare la questione e nel ’29 alla Camera, in occasione dei Patti Lateranensi, pronuncia questa frase “gli ebrei sono a Roma dai tempi dei re. Erano 50.000 ai tempi di Augusto e chiesero di piangere sulla salma di Giulio Cesare. Rimarranno indisturbati”. Ma questa ambivalenza finirà con l’approvazione del Manifesto e delle leggi raziali e con una serie di direttive del Gran Consiglio per salvare la razza da “incroci e imbastardimenti”. Nel ’38 Guido Landra e Lino Businico, direttore e vice direttore dell’Ufficio Studi e Propaganda della razza del Minculpop si recano in Germania e da Hitler sono insigniti della Croce rossa tedesca e il capo della polizia Bocchini incontra Himler per stabilire “accordi del genere già stipulati tra il Reich e la Polonia” con l’obiettivo di eliminare: ebraismo,massoneria e internazionalismo comunista.
A questi razzisti vanno contrapposti i Giusti che nel mondo ne sono stati censiti 17433 tra cui 295 italiani. Ricordiamo tra questi: Giorgio Perlasca, Giovanni Palatucci, don Francesco Repetto e padre Giuseppe Girotti.
Nel 1943-44 treni stipati di prigionieri partirono da Milano, Verona, Bologna, Firenze diretti quasi tutti ad Auschwitz-Birkenam. “Transitarono su quei treni senza ritorno 8000 ebrei italiani. Ne tornarono poco più di 800, la decima parte. C’erano 733 bambini tra i deportati. Ne tornarono 121″.

”’Franco Cuomo”’, I Dieci, Baldini-Castoldi

Vincenzo Gasparro

L’elegante esattezza della morte

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La prima volta che mi è capitato di leggere delle poesie di Vincenzo di Oronzo ne sono rimasto subito affascinato per la ricchezza delle metafore e la modernità della scrittura giocata sul terreno del substrato mitico dell’infanzia e della terra d’origine: Ceglie Messapica. Ho subito avuto l’impressione che il mondo poetico fosse giocato sulla lettura struggente e il richiamo mitologico alle cose e alle persone del suo borgo senza indugiare, però nella nostalgia, ma proiettando la dimensione culturale delle sue radici in un’ottica cosmopolita. E’ come se Ceglie rivivesse tra Piazza Navona e la Fontana del Tritone. Di Oronzo è un emigrato che affonda le radici nella sua terra e nello stesso tempo vive e respira la cultura urbana sorseggiando acqua brillante al III bar della stazione Termini. Finalmente questo bellissimo testo, premio selezione Poesia 2003, La coscienza dell’acqua ci dà ragione di un poeta vero e originale. Il titolo ci mette fuori luogo invitandoci a coglierne la trama e il senso recondito del dire in un turbinio di immagini al limite del comprendere avendo il poeta introiettato la lezione simbolista ed ermetica.
L’autore non ci aiuta a cogliere le ragioni della Coscienza dell’acqua. Il lettore, gira e rigira, pensa di trovare la magica parola acqua a piè sospinto e invece inciampa in essa solo quattro volte nel modo più banale e insignificante. La coscienza dell’acqua è una metafora da gustare e scoprire. Penso che il senso sia racchiuso in questa bellissima poesia:

madre
i capelli acconciati anni ’30
la pelliccia di volpe
argentata
e un tailler
sul tuo corpo d’anfora.
Ora un lampo,
una vetrina d’iris dove abbagliano altri
MODELLI.

Il corpo della madre è paragonato a un’anfora che contiene il liquido amniotico che ha protetto la vita del poeta. L’anfora richiama le nostre radici greche. Il luogo mitico del poeta è si Ceglie, ma inserita nella cultura millenaria della Magna Grecia. Non a caso in tanti versi si incontra l’eleganza e la raffinatezza del ritmo greco. Chi ama la poesia troverà le ragioni per convincersi che senza di essa la vita è solo aridità e formalismo. Solo la poesia può rendere elegante la morte e il padre può morire nel rosolio di limoni rimasti nel vetro. Non fatevi mancare nella biblioteca il profumo di quest’anima cegliese.

Vincenzo di Oronzo,
La coscienza dell’acqua, Libroitaliano World

Vincenzo Gasparro

Il rispetto della memoria

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Maria Teresa Giusti nella premessa ci avverte che la disponibilità di nuove fonti provenienti dalla Russia non ci inducono ad una meccanica, semplicistica revisione dei fatti storici. Se una cosa ci ha insegnato questo lavoro è che le vicende e le sofferenze umane non debbono diventare oggetto e strumento della politica e della ideologia. Si parle nel libro, con dovizia di particolari e in modo avvincente, dei prigionieri italiani in Russia nel secondo conflitto mondiale. Si narra della tragedia dell’Armir, l’armata che Mussolini volle mandare a combattere in Russia. Un esercito composto da oltre duecento mila uomini sotto il comando del generale Garibaldi.
Fu una disfatta che si sarebbe potuta evitare solo se si fosse dato retta al generale Messe, nostro conterraneo, che aveva ben compreso le insormontabili difficoltà ambientali, logistiche e militari della spedizione. In soli 45 giorni lasciammo sul campo 95 mila uomini e rimpatriammo 300 mila tra feriti e congelati. I prigionieri, definiti dalla propaganda di Stalin predatori fascisti subirono violenze d’ogni genere, ma si riscontrarono anche esempi di bontà da parte della popolazione russa.
I comunisti italiani rifugiati in Russia erano al corrente della tragedia dei nostri soldati. Vincenzo Bianco chiese un intervento a favore dei nostri soldati, ma nulla volle fare Togliatti. Egli vedeva nella soppressione dei nostri soldati la concreta espressione di quel giudizio che il vecchio Hegel diceva essere immanente a tutta la storia.
I prigionieri vennero inseriti nelle strutture del gulag, campi di concentramento in cui si calcola siano morti oltre 18 milioni di dissidenti politici. A questo orrore si aggiunsero le responsabilità politiche del fascismo con la guerra di aggressione all’Unione Sovietica. Decisamente un libro da leggere e riflettere per non dimenticare il male del Noveceno.

Maria Teresa Giusti, I prigionieri italiani in Russia, Il Mulino

Vincenzo Gasparro