Arbiter elegantie

1 Stella2 Stelle3 Stelle4 Stelle5 Stelle (1 voti, media: 5,00 di 5)
Loading...

Il libro di Michele Ciracì, rappresenta un altro tassello della ricostruzione storica locale che l’autore con tenacia, pazienza e competenza porta avanti da decenni.
La storia ricostruita partendo dal lavoro umano, esaltando il sudore degli ultimi, di quelli di cui la storiografia non si occupa e ignora, il cui diuturno impegno determina il farsi della storia, nella quotidianità dolente, ma anche esaltante dell’homo faber.
Questo, come altri testi, dovrebbero diventare pane quotidiano nelle tecniche didattiche storiografiche nelle scuole, per imparare il metodo della ricerca e nel contempo favorire l’affermazione dell’immaginario simbolico della comunità.
Quello che mi piace mettere in risalto in questa nota è proprio la metodologia usata. Tutto il materiale fotografico, le testimonianze orali sulla sartoria cegliese è il frutto di una partecipazione collettiva e corale che l’autore ha saputo sollecitare. I sarti cegliesi, con le loro testimonianze, hanno contribuito attivamente a ricostruire la loro storia.
Qualche tempo fa m’imbattei a Milano nella tabella della sartoria Caraceni e ricordai i racconti degli amici sarti cegliesi che in quell’atelier avevano lavorato e che per entrarci avevano dovuto dare prova della propria maestria.
Anni duri di povertà nell’Italia della ricostruzione alla ricerca dolorosa del pane. Gli artigiani cegliesi sono testimoni delle drammatiche trasformazioni delle forme di produzione capitalistiche, del passaggio dalla forma lavoro basate sul controllo completo del ciclo produttivo, a quello seriale fordista della catena e della produzione in scala. Il rifiuto della maggior parte di loro di riconvertirsi alle nuove tecnologie, connota l’orgoglio di maestri capaci dominare tutto il ciclo produttivo dando prova della propria genialità che trasforma un materiale informe, in un oggetto estetico funzionale ed elegante. Questa consapevolezza li poneva su un gradino superiore nella scala sociale, perché il possesso di un’arte li rendeva orgogliosi e fieri. Era un classico sociologico la superiorità ostentata dagli artigiani nei confronti dei braccianti considerati lavoratori dotati solo di forza bruta.
Un proverbio suonava così: ci vogliono sette generazioni per trasformare nu villane in un arrisane. Li univa comunque la stessa povertà, se è vero che ogni artigiano si ingegnava e diventare un lavoratore polivalente che praticava due o tre mestieri per sfuggire alla morsa della fame.

Michele Ciracì
Stia della sartoria Cegliese
Tiemme Manduria

Per un cammino al sole

1 Stella2 Stelle3 Stelle4 Stelle5 Stelle (2 voti, media: 1,50 di 5)
Loading...

Rita Santoro Mastantuono ha fatto tredici. Con la poesia. Ha appena vista la luce, infatti, la sua tredicesima silloge. S’intitola, felicemente, “Per un cammino al sole” ed è pubblicata da Antonio Dellisanti Editore di Massacra (TA). Si aggiunge a: Margherite negli occhi, Dalle radici dell’anima, Il pane delle attese, Vene di luce, La riva sommersa, Per cieli d’albe, Crisalidi e sole, Un respiro, un sogno, una poesia, Nel solco del tempo, Nei sentieri del vivere, Con te mio Dio e Grappoli di sogni.
Una continua crescita, senza nessuna flessione, ha caratterizzato la scalata poetica della nostra amata concittadina. Con quest’ultima opera, ma nel finale ci fa capire che non finisce qui e noi ne siamo fieri, Rita si colloca sul gradino più alto. Maturità e passione si danno la mano e pongono, noi fortunati suoi lettori, all’ombra buona della vera arte. La poetessa, ora più che mai, ci sa trarre “lontano dall’errore e dalla sofferenza”, ci sa “mostrare la strada”, come giustamente mette in risalto Lucio C. Gimmo, eccellente prefatore del nuovo libro poetico della Mastantuono. La passione e l’amore per il bello, il divino, la giustizia, la natura, gli affetti familiari, i sogni continuano ad essere linfa vitale per la nostra poetessa. Rita, nonostante la sua cecità (o forse grazie anche ad essa) continua, con forza e coraggio, a cantare la nostra terra, il Mediterraneo, le nostre tradizioni, i nostri eterni valori. La sua profondità non può che riempirci di gioia e d’orgoglio. La sua voce, sempre più alta e sicura, non può che ubriacarci d’amore e di voglia di vivere. Ci uniamo anche noi al grido sincero del Gimmo: “…la voce di Rita è tra le migliori, tra quelle che dicono del possibile amore tra le creature…” ed anche noi la “ringraziamo di esistere”.

Ceglie Messapica, 18.5.2007 Damiano LEO

Rita Santoro Mastantuono
Per un cammino al sole
Antonio Dellisanti Editore
Pagine 52, euro 8,00

Sono forse io responsabile di mio fratello?

1 Stella2 Stelle3 Stelle4 Stelle5 Stelle (Nessun voto)
Loading...

Z. Bauman si presenta al pubblico italiano con un nuovo affascinante libro e ci invita a riflettere sull’infelicità che attanaglia l’uomo nella società postmoderna. L’assunto di fondo del libro si esplica nell’osservazione che l’uomo della post modernità si è trasformato da produttore in consumatore. L’uomo moderno è quindi diventato homo consumens e il modo moderno della produzione capitalistica ha trasformato la sua essenza facendolo diventare un vorace consumatore distruttore di risorse. In questo quadro di riferimento tutto ciò che si presenta come negazione di un frenetico consumo viene espulso dalla normalità sociale. Scrive Bauman:-Nel mondo liquido moderno, la lentezza è il presagio della morte sociale.
Già Kundera ci aveva avvertito che il grado di velocità è direttamente proporzionale all’oblio.
All’interno di questo schema l’agire non è libero e le uniche opzioni che noi esercitiamo sono predefinite e preselezionate. Anche l’esercizio della libertà ha subito mutamenti profondi e l’uomo è diventato membro di un branco che ha perso il senso delle relazioni del gruppo.
– Nella società dei consumi della modernità liquida, lo sciame tende a sostituire il gruppo con i suoi leader, le gerarchie e l’ordine di beccata. Lo sciame può fare a meno di tutti questi meccanismi e accorgimenti. Gli sciami non hanno bisogno di imparare l’arte della sopravvivenza. Essi si radunano e si disperdono a seconda dell’occasione,spinti da cause effimere e attratti da obiettivi mutevoli.
La società dei consumi si basa sull’inganno e produce infelicità, perché si fonda sulle frustrazioni delle attese. Chi non vuole diventare o non può essere consumatore viene emarginato ed espulso.
L’homo consumens ha subito una mutazione antropologica ed ha segnato la fine dell’homo politicus. Il “populismo di mercato” vede nella politica il nemico numero uno e considera il mercato come l’unico strumento democratico.
In questo ambito vengono proposti argomenti interessantissimi sulla crisi del welfare state che si è trasformato in workfare con l’intenzione palese di espellere i poveri e gli svantaggiati.
La crisi del welfare nasce dalle mutate forme capitalistiche. Prima “affinché l’economia capitalistica funzionasse, il capitale doveva essere in grado di acquistare forza lavoro e quest’ultima doveva godere di condizioni tali da apparire agli occhi di potenziali acquirenti, una merce desiderabile. In questo quadro il requisito per l’adempimento di tutte le altre sue funzioni, era la mercificazione delle relazioni capitale-lavoro; fare sì che le transazioni di vendita e acquisto di forza lavoro potessero avere liberamente luogo”.
Purtroppo è finita l’epoca del pieno impiego industriale, questo comporta un minor numero di posti di lavoro e le borse premiano le aziende che operano tagli e licenziamenti.Gli emarginati diventano underclass e i poveri rappresentano un peso per la società. Si afferma così l’etica di Caino: – Sono forse io il responsabile di mio fratello?
Bauman sostiene che non c’è nulla di ragionevole nell’assunzione di responsabilità, nella care, nell’essere morali.Eppure il destino del futuro lavoro sociale dipende dagli “standard morali della società di cui siamo tutti abitanti”.

Z.Bauman
Homo consumens
Erikson
La città tutta aspetta una risposta.