Arbiter elegantie

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Il libro di Michele Ciracì, rappresenta un altro tassello della ricostruzione storica locale che l’autore con tenacia, pazienza e competenza porta avanti da decenni.
La storia ricostruita partendo dal lavoro umano, esaltando il sudore degli ultimi, di quelli di cui la storiografia non si occupa e ignora, il cui diuturno impegno determina il farsi della storia, nella quotidianità dolente, ma anche esaltante dell’homo faber.
Questo, come altri testi, dovrebbero diventare pane quotidiano nelle tecniche didattiche storiografiche nelle scuole, per imparare il metodo della ricerca e nel contempo favorire l’affermazione dell’immaginario simbolico della comunità.
Quello che mi piace mettere in risalto in questa nota è proprio la metodologia usata. Tutto il materiale fotografico, le testimonianze orali sulla sartoria cegliese è il frutto di una partecipazione collettiva e corale che l’autore ha saputo sollecitare. I sarti cegliesi, con le loro testimonianze, hanno contribuito attivamente a ricostruire la loro storia.
Qualche tempo fa m’imbattei a Milano nella tabella della sartoria Caraceni e ricordai i racconti degli amici sarti cegliesi che in quell’atelier avevano lavorato e che per entrarci avevano dovuto dare prova della propria maestria.
Anni duri di povertà nell’Italia della ricostruzione alla ricerca dolorosa del pane. Gli artigiani cegliesi sono testimoni delle drammatiche trasformazioni delle forme di produzione capitalistiche, del passaggio dalla forma lavoro basate sul controllo completo del ciclo produttivo, a quello seriale fordista della catena e della produzione in scala. Il rifiuto della maggior parte di loro di riconvertirsi alle nuove tecnologie, connota l’orgoglio di maestri capaci dominare tutto il ciclo produttivo dando prova della propria genialità che trasforma un materiale informe, in un oggetto estetico funzionale ed elegante. Questa consapevolezza li poneva su un gradino superiore nella scala sociale, perché il possesso di un’arte li rendeva orgogliosi e fieri. Era un classico sociologico la superiorità ostentata dagli artigiani nei confronti dei braccianti considerati lavoratori dotati solo di forza bruta.
Un proverbio suonava così: ci vogliono sette generazioni per trasformare nu villane in un arrisane. Li univa comunque la stessa povertà, se è vero che ogni artigiano si ingegnava e diventare un lavoratore polivalente che praticava due o tre mestieri per sfuggire alla morsa della fame.

Michele Ciracì
Stia della sartoria Cegliese
Tiemme Manduria

Autore: Redazione Ceglie Plurale

Redazione Ceglie Plurale

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