La Settimana Santa a Ceglie è qualcosa che appare sempre più eccezionale a mano a mano che il tempo va avanti. La tradizione, eredità che si trasmette di padre in figlio è oggi, quasi completamente scomparsa, attraverso soprattutto lo sguardo e, quindi, lo stupore. E’ qualcosa che non pensavamo cambiasse in una città che è cambiata molto e soprattutto male, senza sviluppare una proprio nuova identità.
La Settimana Santa, non molti anni fa, in una città piuttosto piatta culturalmente, in una magica “festa” continua, riesciva a rendere irriconoscibile una Ceglie che anche noi abitanti non conoscevamo.
Oggi, tutto è cambiato, ma la Madonna resta, non facciamocela sottrarre da nessuno. E resta anche questa straordinaria festa musicale che si consuma nel nome della morte. La “passione” cegliese è scandita dalla musica sin dalle origini, dall’incedere sincronizzato dei portatori e dalla gente che segue le solenni processioni.
E’ ancora la musica che rende le processioni uno spettacolo notturno di lodi alla morte annunciata del Salvatore. La Settimana Santa cegliese è soprattutto un rito che si alimenta nella preghiera dei fedeli.
Ma chi è il vero protagonista della festa sacra? Ho sempre pensato che fosse Cristo che servisse come presteso per teatralizzare il suo martirio. Con il passare degli anni, invece, è apparso sempre più prepotente il fatto che, l’unica regina della Passione resta lei, la Madre, anzi la Gran Madre dolorosa del figlio di Dio.
E’ per questo, forse, che in passato più fortemente, oggi quasi del tutto disatteso che il successo si ripete ogni anno e i cegliesi aspettano la Pasqua con il piacere di omaggiare la persona più cara e più gradita d’ogni famiglia: la Mamma. La folla aspetta una presenza, quella della Madre quando esce da San Domenico, pronta ad essere misericordiosa con tutti i suoi figli, tutti l’aspettano per riconoscere in lei la “propria madre” e rendergli onore.
Questo ribaltamento è più normale di quanto si possa credere. Alla fine Cristo muore ma sa di risorgere per tornare al Padre. E’ la Madre che lo perde per sempre.
Si sa che il Cielo è molto grande e si rischia di perdersi. Per cui va benissimo che le cose restino come sono, anche perché il malinteso di celebrare la Madonna con la scusa di rivivere gli spasimi del Salvatore, va benissimo che resti tale. La Chiesa sa bene che la Storia non si può cambiare, basta evitarla.
Una Chiesa che doveva rispettare le abitudini, le tradizioni secolari locali, quando inopinatamente ha cancellato (1964-65) le bellissime e sacre processioni dell’Addolorata che uscivono dalle chiese cegliesi.
Nella nostra cultura tutti i personaggi importanti sono uomini o tendono al maschile sotto forma naturalmente di deità. Cristo ha un nugolo di donne accanto nel momento della bisogna (dalla Veronica alla Maddalena fino ovviamente alla Mamma).
Allora che anche quest’anno la Madonna si prenda la sua rivincita, almeno nella teatralità del rito, nella messa in scena barocca di un dolore attorcigliato sulle note agonizzanti delle marce funebri. Del resto sappiamo che le donne siprendono sempre le proprie rivincite nei confronti del mondo maschile che le vitupera e le relega nell’angolo dei “lavori donneschi” o tout court del piacere.
Ma per suffragare queste note che non ambiscono ad altro che ad una riflessione sul nostro magnifico carnevale della fede, quali prove si possono portare?
Forse basti pensare che la statua più bella è quella della Madonna perciò già gli artigiani che la realizzarono erano a lei ben disposti. Il loro scrupoloso zelo era intessuto d’amore verso la Mamma ideale che nel Cielo ci attende alla fine dei nostri giorni. Nel senso che il successo della Madonna è già inscritto nel suo Dna artistico come a dire che la sua immagine è costruita per l’inevitabile successo.
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