II banditore, durante il giro serale, annunziava: “E’ venuto il teatro e domani sera, nel locale…, inizieranno gli spettacoli”. Il giorno successivo, vistosi manifesti, redatti a mano ma graficamente perfetti, apparivano sui muri evidenziando a caratteri cubitali il titolo dell’opera teatrale che avrebbero eseguito la sera. Le opere ricorrenti erano La sepolta viva; LM deca di Sorrento, Le due orfanelle, Cavalleria Rusticana e, durante la settimana santa, Passione e morte di Gesù. A pie dell’annuncio, importi differenziati indicavano l’ordine dei posti: primi posti, due lire; secondi, una lira; cinquanta centesimi per i ragazzi.
All’ora prestabilita, in un locale piuttosto ampio, generalmente seminterrato, gli artisti girovaghi avevano sistemato all’incirca cinquanta sedie prese in prestito da persone disponibili ed un palco mercé il generoso prestito di materiali da parte dei falegnami locali. Ad occupazione totale dei posti a sedere e dopo l’arrivo delle autorita, cittadine e persone benestanti, che occupavano la prima fila, aveva inizio l’annunciato spettacolo.
Un silenzio tombale regnava tra il pubblico mentre gli attori, sufficientemente preparati, si esibivano evidenziando marcatamente la drammaticità delle trame rappresentate. Fatalmente, come se non fossero bastati frequenti avvenimenti luttuosi che interessavano costantemente la cittadinanza, affaticando le ghiandole lacrimali, le donne presenti tenevano costantemente tra le mani un fazzoletto per asciugarsi le lacrime che sgorgavano copiose durante lo spettacolo. Gli uomini, anche se più forti a certe sensazioni, non riuscivano ugualmente a sottrarsi dal fenomeno e, furtivamente, asciugavano al lato destro del pantalone l’indice della mano col quale avevano raccolto il pianto degli occhi. Fuori, poi, i ragazzi privi di quattrini per poter entrare si ammucchiavano, azzuffandosi, nei pressi di una finestrina solitamente presente a fianco dei locali seminterrati e, arrampicandosi alla grata, si contendevano la visione attraverso le fessure della vecchia porticina che serrava l’infisso.
Per tutte le rappresentazioni i componenti della troupe erano in numero sufficiente a sbrigarsela da soli mentre per la rappresentazione della Passione e morte di Gesù, opera che veniva eseguita durante la Settimana Santa, si ricorreva all’ausilio di personaggi reperiti sul posto, privi di ogni esperienza teatrale, in quanto, per quelle scene, occorrevano molte persone perché potessero rappresentare: gli Apostoli, i soldati romani, la folla, ecc. Quel reperimento dava origine, sul palco e durante le scene, ad una ingenua ilarità da parte del pubblico presente nella platea che poneva quasi a repentaglio la mestizia ricca di sacralità attinente a quell’argomento. Malgrado l’abbigliamento ed il trucco, purtroppo, gli elementi del posto non riuscivano ad inserirsi, anche se come dilettanti, nel gruppo e conscguentemente attiravano su di essi un’attenzione particolare, fino all’individuazione del soggetto che veniva vistosamente indicato dagli scopritori presenti tra il pubblico.
Tra i concittadini improvvisati attori, come Michele che rappresentava S. Pietro, ed altre figure di minore importanza, uno di essi, Beniamino, rappresentò il Cristo. Costui era un soggetto alto e molto magro, così tanto da raffigurare un essere particolarmente fiaccato dagli stenti e mentre trascinava la croce postagli sull’avambraccio destro, dalla platea, un coro di ragazzi ne additò l’identità: U vi a ììeniamin càfec a Cristi (“guardate Beniamino che impersona il Cristo!”). La conseguenza fu logica: l’ilarità generale! Il risultato conseguente compromise la misticità dell’avvenimento che si stava rappresentando per la scelta avventata ed infelice del personaggio cardine della Passione.
Malgrado ciò, all’indomani dello spettacolo dovunque in paese e nelle zone di campagna i commenti furono favorevoli cosicché un’affluenza di pubblico sempre considerevole consentì a quei modesti teatranti (erroneamente denominati “teatristi”) di continuare con le loro rappresentazioni che dovevano, nelle nostre zone, costituire una forma di diffusione di comunicazione, anticipando così l’avvento della televisione.
La differenza con i programmi attuali consisteva nel genere di spettacolo, quel caso esclusivamente tragico, che non poteva avere in nessun caso alternativa: bisognava commuoversi sempre e piangere!
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