Il giovedi dei cornuti

A Ceglie anticamente, la domenica e il martedì grasso, gruppi mascherati facevano festa per le vie cittadine. La conclusione era, però, il martedì col matrimonio burlesco tra Quaraminedda e Diavulicchio, accompagnati dalla musica e da uno stuolo di bambini urlanti. Era il tempo anche di degustare prodotti tipici, come il “grano pesato” con il brodo di “gnummariedde”, in qualche casa anche del farro che si ricavava dalle fave rimaste, mescolate sapientemente con delle farina, e condita col sugo di braciola, con il profumo di cipolla “spunzale”.
Molto festeggiati e uno più significativo dell’altro erano i giovedì di Carnevale, ma quello dei “cornuti” un tempo era quello più divertente poiché consentiva di dire pane al pane e vino al vino, ovvero “cornuto ai cornuti”, cioè quelli che lo erano per davvero. Quel giorno il gesto della mano con l’indice e il mignolo aperti non aveva pietà per nessuno, cornuti o no che fossero accettavano lo scherzo col sorriso sulle labbra e forse con l’amaro nel cuore.
A Carnevale ogni scherzo vale!
E così c’era chi simpaticamente scherzando alludeva e chi poi si difendeva alla meglio. Un personaggio di quei tempi probabilmente ancora oggi ricordato, disgraziatamente e notoriamente “cornuto” con la “C” maiuscola aspettava il detto giovedì per prendere in contropiede la gente. Egli infatti si era munito di un bel paio di autentiche corna di bue e usciva di casa reggendole orgogliosamente in testa. Lo aspettavano i compagni di lavoro scommettendo fra di essi che quel signore portasse o meno le corna. Lui arrivava col sorriso beffardo eppure pronunciando ad alta voce “ecco il vostro caro amico cornuto”. Rideva e faceva ridere a crepapelle immortalando così: “u curnut e cundente”.
Lo so, c’è chi muore dalla voglia di sapere a tutti i costi chi fosse quel cegliesissimo personaggio. Non lo diciamo per due motivi: per non offendere la sua memoria e pure la sua intelligenza. E poi le corna bisogna saperle portare come faceva lui, con estrema naturalezza e convinzione. Le corna offendono più chi le fa che chi le subisce.
Potrebbe apparire questa una strana filosofia, ma è perfettamente inutile scagliarsi contro il destino o una donna viziosetta. Bando alle chiacchiere, il giovedì dei cornuti, meglio se particolarmente freddo, si usava mangiare “strascinate e purpiette”, conditi “cu na cucchijarine di ricotta asquande”. Oggi, sembra che la tradizione sopravviveva “come na canna annanzi u viende” cioè flebile e traballante.
Rivolgiamo così un caloroso invito a perpetuare non solo il ricordo ma la tradizione del carnevale cegliese, concretamente ed in armonia con amici e propri cari. La vita non è fatta soltanto di veleni politici, guerre, kamikaze e morti, ma anche e soprattutto dal piacere di accettarla per quel che è, strana, bella a viversi interamente anche con qualche momento di spensieratezza. Si dice pure che il sorriso fa buon sangue ed allunga la vita. Per un solo giorno bando alle malattie, ai terrorizzanti telegiornali, alle diete, agli appassionati ed interessati consigli medici, niente di tutto questo. Una boccata di ossigenante relax fa bene al corpo e soprattutto allo spirito e di ciò sembra ne abbiamo bisogno un po’ tutti. Tiriamoci fuori dalla monotonia e dalla pressione malefica che ci viene imposta, cerchiamo pure di uscire fuori della stretta morsa del ricatto morale e materiale. Che sia questo il vero trionfo della libertà, ne abbiamo bisogno, tanto bisogno!

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Redazione Ceglie Plurale
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