A Ceglie c’era la tradizione di accendere dei giganteschi falò, subito fuori la Porticella in Largo Monterrone, a poca distanza dall’antica chiesetta di Sant’Antonio Abate, commenda dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, dove dimoravano i monaci del Tarì di Sant’Antonio di Vienna. Il culto di questo santo monaco eremita nel deserto era diffusissimo nella nostra città sin dall’alto Medioevo, quando con “il fuoco sacro” si evocava ed esorcizzava il fuoco dell’Inferno, da cui Sant’Antonio avrebbe sottratto tizzoni benedetti per darli alla povera gente (e benedetta è la brace che resta del falò, di cui si raccoglieva anche la cenere che, come’amuleto, si conservava e si disperdeva sui campi per renderli più fecondi); ma, soprattutto, il «fuoco di Sant’Antonio», quella particolare malattia che serpeggia sulla pelle come un tizzone ardente.
Quando nel tardo Medioevo la malattia si diffuse in forma epidemica in tutto il Meridione, l’Ordine dei Fratelli di Sant’Antonio si prodigò per assistere i malati, fondando ben 360 ospedali. I frati indossavano mantelli neri con una croce a forma di «Tau», suonavano campanelli per preannunciarsi e allevavano maiali che, con un campanello al collo, avvertivano della loro appartenenza all’Ordine, e quindi al Santo, per cui nessuno poteva toccarli, anzi pascolavano liberamente e venivano nutriti dai paesani. Perciò, il Santo viene raffigurato con un bastone a forma di Tau cui è legato un campanello, ed è seguito da un porcellino.
Anticamente, a Napoli si credeva che, facendo bere un po’ d’acqua nel campanello di Sant’Antonio ai bambini, questi avrebbero parlato più presto e meglio. Quanto al porcello, la fantasia popolare lo vedeva come la raffigurazione del diavolo, ammansito dal Santo e reso benefico per i poveri. Infatti il 17 gennaio lo si ammazzava e col ricavato si finanziavano opere di bene nonché i festeggiamenti per la ricorrenza del Santo. Dal maiale, la protezione di Sant’Antonio Abate si estese a tutti gli altri animali domestici e da lavoro, sicché il giorno della sua festa era un accorrere affollato verso la sua chiesa nel centro storico (chiesa che ancora oggi è possibile visitare nei pressi della Porticella) per farli benedire.
A Ceglie, la notte del 17 gennaio, era in vigore l’usanza della questua notturna per raccogliere doni e cantare serenate, manifestazione caduta in disuso più di un secolo fa e che dava inizio al Carnevale. «Sand’Anduéne maschere e suene» (Sant’Antonio, maschere e suoni) è un famoso detto popolare pugliese che ricorda come nel giorno di questo Santo cominciasse l’allegria del periodo carnevalizio.
Oggi, le vite dei santi non sono più così conosciute come un tempo; per cui risultano incomprensibili i riti legati alla vita e alla leggenda di Sant’Antonio Abate, monaco eremita egiziano del IV sec., morto vecchissimo il 17 gennaio del 356, alla veneranda età di 105 anni.
Un suo discepolo, Sant’Atanasio di Alessandria, ne scrisse la vita ne virtù eccezionali di asceta candido, separato dal mondo, vissuto nel deserto, rapito nello spirito, levato in cielo dagli angeli. Il suo fascino attrattivo era tanto forte che, a trent’anni dalla morte, la sua figura suscitava vocazioni irresistibili al monachesimo, da parte di schiere di giovani. In particolare un poemetto dei primi del Trecento, giunto a noi in tre versioni, lombarda, veneta e abruzzese, dice in versi di come Antonio fu concepito dai genitori mentre andavano in pellegrinaggio, pur avendo fatto voto di castità. La violazione di quel voto rese il bambino votato al diavolo. Quando egli, cresciuto, lo seppe, fuggì di casa e chiese asilo agli eremiti per sfuggire a quella maledizione. Ma ne fu scacciato. Si rifugiò dal Papa ma anche lì fu rifiutato perché maledetto.
Disperato, Antonio chiese di essere consegnato al diavolo che così lo fece portinaio dell’inferno. Ma impedì alle anime di entrare e ai diavoli di uscire. I diavoli si ribellarono e cercarono di mandarlo via non prima di aver ceduto al suo patto di non pretendere mai le anime di suo padre e di sua madre. Tornato nel mondo al suo romitaggio nel deserto, i diavoli per vendicarsi vennero a tentarlo, prima in forma di donna provocatrice; egli la respinse invitandola a giacere con lui su un letto di brace ardente (miracolo ripetuto nell’agiografia di San Francesco d’Assisi quando incontrò Federico II a Bari, nel cui Castello Svevo si trova una lapide che ricorda l’episodio). Questa lotta coi diavoli dell’inferno, ne fece il Santo protettore dal fuoco che aggredisce le case e le stalle, ma anche il corpo umano, serpeggiando sul corpo (l’herpes zooster, detto popolarmente “fuoco di S.Antonio”). Perciò, il giorno onomastico del Santo, il 17 gennaio appunto, in molte parti d’Italia, compresa la nostra Ceglie, si innalzavano falò più o meno giganteschi in suo onore.
Nicola Santoro
