Servono cambiamenti radicali e non contentini
31 agosto 2007
Il Comitato cittadino di salvaguardia del Presidio ospedaliero della Città di Ceglie Messapica (Br) all’inizio del mese di luglio, seriamente preoccupato per lo stato di totale abbandono del proprio Ospedale, facendosi anche portavoce delle innumerevoli proteste pervenute da parte dei cittadini per via dei disagi mai venuti a cessare dall’epoca dello smantellamento dei reparti ospedalieri del nosocomio cegliese, si rivolgeva agli organi di stampa, richiamando l’attenzione di partiti, parlamentari pugliesi e amministratori dell’ASL/BR1, sulla necessità che venisse considerato seriamente il problema della Sanità cegliese per dare delle risposte chiare ed esaurienti ai cittadini, che in un primo momento erano stati “SCIPPATI” di un ospedale in passato punto di riferimento per l’intero territorio brindisino, e poi ingannati dalle TANTE PROMESSE ELETTORALI di restituzione del mal tolto.
Nell’occasione erano state formulate delle proposte:
- istituzione di una sede di distretto socio-sanitario;
- possibilità di mettere un holter pressorio all’ambulatorio di cardiologia;
- organizzare un Consiglio Comunale monotematico.
Il Comitato a distanza di tempo, si vede costretto a rivolgersi ancora una volta agli organi istituzionali, ritenendo essere stati proficui, a giudicare, da come vanno le cose, gli incontri tra gli stessi avuti per discutere sull’argomento.
Lamenta il Comitato che, comunque il nuovo Piano Regionale della Salute dovrebbe scaturire da un confronto con associazioni, comitati civici ed organismi di rappresentativi dei cittadini (e tutto ciò, non solo con le parole, come fanno alcuni rappresentanti politici del centro sinistra, ma anche con i fatti).
I componenti del Comitato non si sono ancora rassegnati: attendono di conoscere le motivazioni che hanno indotto alla chiusura del reparto di lungodegenza riabilitativa; vogliono capire perché non è stato ancora aperto il centro di risveglio per coma apallico, e perché non si è ancora provveduto a dotare il pronto soccorso delle indispensabili figure cardiologo e dell’anestesista rianimatore.
Si chiedono anche che fine hanno fatto i poliambulatori in precedenza esistenti e perché non è stato ancora attivato il reparto di Medicina, nonostante l’impegno assunto dal Dr. Scoditti e perché si tarda a dotare il nosocomio cegliese della tanto decantata AUTONOMIA FUNZIONALE, una cosa sola è certa, sostiene il Comitato: si pensa solo agli ospedali di San Pietro Vernotico, Mesagne, Fasano ed Ostuni – paesi ben rappresentati da esponenti politici, a differenza di Ceglie che sembra proprio essere stata DIMENTICATA DALLA POLITICA LOCALE: molto eloquente è la recente diatriba che sta riguardando Ostuni per la creazione del nuovo ospedale zona nord che i politici di quella città vogliono far sorgere nella stessa struttura ospedaòliera già esistente in quel Comune.
In mancanza di risposte, il Comitato fa sapere che ha programmato per il mese di settembre incontri pubblici per informare i cittadini della GRAVE SITUAZIONE IN CUI VERSA IL NOSOCOMIO CEGLIESE ed intende organizzare una serie di manifestazioni per sollecitare i politici ad intervenire e a farsi portavoce nelle opportune sedi dei disagi dei cittadini.
ALL’OCCORRENZA NON SI ESCLUDONO MANIFESTAZIONI DI PROTESTA CHE POTRANNO ESSERE PORTATE A BARI PRESSO LA SEDE DEL GOVERNO REGIONALE.
Ceglie Messapica 30.8.2007
Il Presidente del Comitato
Cataldo Rodio
Nardulè, Fichi d’amore e di passione
26 agosto 2007
Nella tassonomia vegetale è indicato con il nome latino di ficus carica, ovverossia “fico comune”, che è un albero delle moracee – famiglia di dicotiledoni arboree ricche di latice – con corteccia grigia e foglie palmato-lobate, di colore verde intenso. Deve il suo altisonante nome latino al grande studioso di botanica, lo svedese Carlo Linnèo (1707-1778), autore di un nuovo metodo di classificazione delle piante intitolato, sempre in latino, Nomenclatura binomiale. Quest’albero, che ha avuto come centro di diffusione la Siria, produce frutti commestibili, dolci e carnosi e si è propagato in tutte le regioni dal clima caldo e temperato ed interessa soprattutto il Mezzogiorno d’Italia e, in particolar modo, le attuali province di Brindisi, Lecce e Taranto.
Essendo poi molto produttivo e gustoso, questo frutto risulta adatto al consumo diretto o per essiccamento, crudo, oppure ancora cotto al forno e quindi mandorlato: metodo gastronomico tradizionale di Ceglie Messapica che, con rammarico di tutti, va gradualmente scomparendo, sostituito dall’uso sistematico di alcune varietà di frutti esotici, imposti con insistenti messaggi subliminali dalle multinazionali che la fanno da padrone nella odierna società globalizzata.
A Ceglie, per secoli, è andata, si può dire, “alla grande”, fino a poco oltre la metà del secolo scorso, la coltivazione di questi fichi detti, ottati, che si moltiplicano per talea, polloni, propaggine e per innesto. La manipolazione dei frutti che si riproducono per partenocarpìa (cioè, riproduzione sessuata in cui l’uovo oppure l’oosfera si sviluppano senza fecondazione) costituiva una voce basilare nell’asfittica economia agricola della Città: confezionati in cestelli di paglia, venivano spediti nel nord dell’Europa, dove soddisfacevano, anche se in parte, la voglia di esotismo, di caldo sole meridionale e di mare mediterraneo di quelle popolazioni angustiate per almeno dieci mesi all’anno dal clima algido delle proprie contrade, finchè non sono stati soppiantati, all’inizio, particolarmente, dai datteri predaci, tanto da rendere la loro produzione economicamente non conveniente sì che ora se ne registra una quasi irreversibile fase di malinconica estinzione.
Sono i cosiddetti fichi nardulè, al femminile nell’idioma identitaro di Ceglie. Gruppo tassonomico di frutti che, tra tanti suoi duttili impieghi, ha avuto quello di svolgere la funzione essenziale di calmare i morsi della fame atavica di tante povere famiglie che non possedevano affatto la capacità economico-finanziaria di poter coniugare il pranzo con la cena nella stentata esistenza quotidiana delle passate stagioni, “pì ccomm u stomjk’”, placare i feroci morsi della fame per cui non esiste altro rimedio se non quello di riempire per almeno tre volte al giorno quest’organo gastrico tanto tirannico quanto esigente.
Ma le conseguenze quali erano? Erano molteplici! Erano tante! Alcune sgradite: erano “li vierm’”, gli ossiuri, che mordevano lo stomaco stesso; che venivano “calmati” ingoiando interi spicchi di aglio, oppure dalla praticona di turno del vicinato che, con particolari formule pesudo- magiche e dolorose manipolazioni del ventre, riusciva a fare espellere gli indesiderati ospiti; era, anche, la sistematica piorrea, ovverosia la caduta dei denti, che creava enormi vuoti nella dentatura e seri problemi odontostomatologici e di cattiva digestione. Fichi nardulè: fichi d’amore, fichi di passione d’amore; fichi talmente tanto dolci, talmente tanto soavi al palato che, per esso, rappresentavano una autentica musica, una celestiale armonia, una ammaliante melodia come stupende, leggiadre, quasi divine erano le musiche del grandissimo maestro Leonardo Leo (1694-1744), il compositore di San Vito dei Normanni che, avendo studiato a Napoli, presso la stessa corte napoletana divenne in seguito maestro di cappella avendo quindi a suoi discepoli il barese Niccolò Piccinni (1728-1800) e l’aversano Nicola Jommelli (1714-1774).
Le sue composizioni vengono suddivise in 45 opere tra quelle di genere serio e quelle di stile comico: celebri i suoi oratori ed il Miserere.
Fichi Nardulè: Nardo Leo, ipocoristico del nome del musicista Leonardo Leo, Nardu Lej = nel dialetto di Ceglie, con voce tronca, nardu lè: singolare vicenda filologica, si deve pur dire, italiana e vernacolare; accattivante accostamento musicale-gastronomico. Un risultato di amabile leggerezza, di palpitante possibilità degustativa, che per secoli ha reso beate, alleviandone i perenni languori, le popolazioni della terra di Ceglie Messapica; molcendone, pur tuttavia, sia i cuori che le menti.
Ma è il Settecento l’epoca in cui il sorbetto trionfa, forse per la sua delicatezza e i suoi colori. Il fatto di essere servito in tazzine o piccole coppe, insieme al caffè e alla cioccolata ci dà l’immagine della vita settecentesca. E’ alla fine di questo secolo che il gelato si democratizza, nel senso che non è più solo ad appannaggio dei grandi signori; le ricette per i sorbetti appaiono in testi di gusto decisamente popolare. Uno, stampato a Bologna nel 1764, il Nuovo trattato di qualsivoglia sorte di vernici comunemente dette della China, ha in appendice un ricettario di pasticceria nel quale troviamo ricette per sorbetti di limone, di semi di melone, di mandorle, di fragole di Persico, di sugo d’Agresto e per finire, un gelato. C’è anche un’altra opera uscita a dispense a Firenze nel 1785, l’Oniatologia, ovvero discorso de’ cibi con le ricette e regole per ben cucinare. Anche qui le creme gelate fanno parte di un repertorio sicuramente popolare. Ormai l’uso della gelateria è talmente diffuso che entro normalmente nei ricettari. Vincenzo Corrado nel suo Cuoco galante suggerisce una quantità di sorbetti intesi proprio come cosa “galante”, cioè di buon gusto e di raffinatezza. E anche l’altro grande autore della fine del Settecento, Francesco Leonardi, cuoco di Caterina di Russia, nel suo Apicio Moderno dedica tutto il secondo capitolo dell’Arte del Credensiere ai sorbetti, gelati di frutta, latte, vaniglia, panna, uova e cioccolata. Ma sarà l’Ottocento che vedrà il definitivo trionfo del gelato e sarà il secolo borghese che darà il maggiore impulso alla sua diffusione grazie anche alla produzione industriale del ghiaccio artificiale. Tutti i trattati gastronomici dell’Ottocento inseriscono quasi obbligatoriamente il gelato come conclusione del pranzo, manca tuttavia in Italia un’opera specifica sull’argomento. Solo nel 1911 apparirà a Milano per l’editore Bietti un Trattato di gelateria,. L’autore è Enrico Giuseppe Grifoni, che nella prefazione parla diffusamente di sé e del proprio lavoro: nato a Panicale in provincia di Perugia, dopo un lungo apprendistato a Napoli, è per molti anni titolare di una gelateria a Bologna. Fra i suoi clienti, i personagi più in vista dell’epoca, dal cardinale Svampa a Giosuè Carducci. Il trattato di Grifoni sarà seguito nel 1912 dal bellissimo manuale Hoepli di Giuseppe Ciocca: Gelati, Dolci freddi, Rinfreschi, Bibite refrigeranti, Conserve e Composte di frutta e l’arte di ben presentarli. Opera fortunata che avrà numerose edizioni. E’ di questi anni anche una pubblicazione di Adolfo Giaquinto che tasforma un opuscolo pubblicitario della gelateria Monterosa in un piccolo trattato di Istruzioni e ricette per Gelati, Granite e Gramolate, il primo a carattere esclusivamente famigliare, segno questo che ormai il gelato non è più solo opera di professionisti. Un’altra conseguenza della sua diffusione è la figura del gelataio ambulante col suo fantasioso carrettino che dalla fine dell’Ottocento alla fine degli anni ’60 del secolo scorso farà parte del paesaggio urbano.
Gaetano Scatigna Minghetti
Autunno in musica
24 agosto 2007
Ad ottobre, due qualificati appuntamenti scandiranno le serate domenicali del nostro Teatro Comunale. Il primo, di scena il 21, vedrà protagonista l’ “Ensemble Caelium” per l’occasione formato dai flauti di Lucia Rizzello e Luigi Bisanti, dal soprano Doriana De Giorgi e dal pianista Valerio, formazione che in futuro potrà anche variare e allargarsi di organico secondo le esigenze di repertorio. L’Associazione Musicale “Caelium” presieduta dal maestro Gianfreda, ha commissionato infatti a diversi compositori opere, alcune delle quali saranno date in prima assoluta su testi dei poeti pugliesi Joseph Tusiani e Damiano Leo, nostro concittadino. Alcuni di questi titoli è possibile ascoltarli tramite il CD “Musica vita este, curato 13 anni fa dal Conservatorio di Lecce e dal “Fondo Tusiani” depositato presso l’Università di Lecce, disco dal quale è tratta la foto suggestiva qui sotto proposta. Tusiani, nato a San Marco in Lamis (Fg) ed emigrato già nel 1947 negli Stati Uniti allo scopo di conoscere il padre, è oggi internazionalmente conosciuto come eccellente traduttore di classici italiani: il suo volume “The Complete Poems of Michelangelo” è distribuito dall’Unesco e celebre risulta la sua versione della Gerusalemme Liberata del Tasso. In USA e in Canada è stata pubblicata la sua traduzione delle liriche dantesche, “Dante ‘s Lyric Poems”. Nel 1956 con il poemetto “The Return”, vinse il Greenwood Prize, mai prima assegnato ad un poeta non americano. La sua attività lo vede come collaboratore delle riviste “Latinitas” (Vaticano), “Vox Latina” (Germania) ed altre.
Tusiani fin da giovanissimo ha portato con se in America un mondo personale di ricordi, di esperienze e affetti legati alla valle garganica e alla feconda terra pugliese di capitanata. I suoi primi anni si identificano infatti col suolo natio, ” Primavera”, con le sue tante varianti è la parola più spesso ricorrente nei suoi lavori.
Damiano Leo, nato a Ceglie Messapica è membro onoris causa dell’Accademia Universale “Federico secondo di Svevia”. Con le sue liriche inedite ha preso parte alla realizzazione delle antologie sulla condizione della poesia in Puglia e Lucania. Alcuni suoi titoli: Orme d’Echi, Canto per Ceglie, L’Amante di Nettuno, L’Anemone e la luna, La Parola incantata.
Il programma di questo primo concerto prevederà musiche di Nino Nicolosi, Davide Summaria, del brindisino Giuseppe Gigante, Riccardo Piacentini, Palmo Liuzzi, Michele Pezzuto, Valerio De Giorgi, Mario Gagliani, dello stesso Massimo Gianfreda e del maestro Aldo Clementi, autentico pezzo da novanta nel panorama compositivo contemporaneo.
L’appuntamento del 28 ottobre, invece, vedrà l’esibizione della pianista lucana Maria Grazia Lioy, docente dal 1980 al Conservatorio Schipa di Lecce e che per la serata cegliese si cimenterà con l’intero ciclo “Goyescas” composto da Granados. Intermezzo, Los Requiebros, Coloquio e la Reja, El Fandango del Candil, Quejas o’ La Maja y el ruisenor, El Amor y la Muerte, Epilogo (Serenata del espectro), El Pelele saranno le pagine che si avrà modo di ascoltare.
Nicola Santoro
I costi della politica: Deputati e Senatori si gonfiano la busta paga
22 agosto 2007
Onorevoli stipendi crescono. La busta paga dei deputati è lievitata nel mese di luglio, mentre nel Paese si diffonde la febbre da caro-politica. L’aumento c’è già, nero su bianco, alla voce indennità nella bozza del bilancio di previsione per il 2007. L’hanno preparata i Questori della Camera e approvata in tempo per la sospensione dei lavori parlamentari. A conti fatti, si tratta di un esborso di 2,5 milioni di euro in più rispetto al bilancio dell’anno scorso, soldi che andranno ad impinguare la già corposa busta paga dei deputati. Si passa così, con un unico scatto, da una spesa complessiva di 92 milioni e 30mila euro nel 2006 ai 94 milioni e 580mila messi a bilancio per il 2007. Lo Stato pagherà quindi il lavoro d’aula degli onorevoli il 2,77% in più. In soldoni sono circa 4.000 euro l’anno per ciascuno dei 630 membri della Camera. Uno “scalone” per privilegiati che va a sommarsi ad un trattamento fiscale come pochi. Gli stipendi dei parlamentari sono infatti assoggettati ad un prelievo agevolato da parte dell’erario.
Tutto questo mentre nel Consiglio dei ministri si sta tentando di dare avvio ad una discussione preliminare sul disegno di legge taglia-costi elaborato dal ministro per l’Attuazione del Programma. Discussione abortita prima ancora di cominciare.
Iniziative che sembrano contraddire il bonus di 4.000 euro che i contabili della Camera hanno già predisposto per i deputati. In realtà l’adeguamento dei compensi per i parlamentari è pressocchè automatico. Gli stipendi di senatori e deputati sono infatti calcolati sulla base della busta paga del presidente di sezione della Corte di Cassazione. Non un magistrato qualsiasi, ma quello con il maggior numero di anni di anzianità alle spalle. A deciderlo una legge datata addirittura 1965.
Ad oggi lo stipendio netto dei deputati sfiora i 15mila euro al mese. Così diviso: l’indennità è pari a 5.486 euro e spiccioli; altri 4000 e rotti euro sono il rimborso spese per il soggiorno romano, anche per chi nella Capitale ci vive ed abita da quando è nato; 4.190 euro arrivano per i costi del rapporto con gli elettori; 3.300 euro ogni tre mesi per i trasferimenti da e verso l’aereoporto più vicino a casa e tra Montecitorio e lo scalo di Fiumicino. Cifra che sale a 3.995,10 euro se i km da percorrere sono più di 100. Somma dovuta anche quando il parlamentare dispone di un auto blu, un fatto non eccezionale considerata la pletora di sottosegretari in circolazione.
Per le spese telefoniche circa 3.100 euro ogni anno.
Per il momento, quindi, sacrifici per tutti, ma non per gli onorevolissimi.
In giro per Ceglie
21 agosto 2007
Passeggiando per la città e guardandola con occhi da forestiero, pronti a cogliere segnali, indizi e messaggi nascosti, alla fine si ha l’impressione di riuscire a capire le caratteristiche del suo cittadino “medio”, di quelle ventimila persone che vi abitano, vi lavorano, si incontrano, si divertono, in un brulichio indistinto che sembra quasi casuale e che invece a volte ha delle costanti, degli impercettibili fili subliminali.
La scarsa capacità di collaborare per un risultato, la propensione a coalizzarsi contro chi propone qualcosa di valido od a presentare soluzioni alternative pur di frenare il progetto altrui, la pigrizia e l’invidia, il fare le cose giuste nel luogo sbagliato, il non capire che il tempo è denaro e che ogni ritardo ha un costo. Sono alcuni degli aspetti negativi del cegliese medio, sono i difetti di cui noi stessi abitanti di Ceglie parliamo con rassegnazione, come se fossero imposti dal fato e non correggibili. Ne abbiamo già scritto, sperando di suscitare una presa di coscienza, una reazione positiva, un cambio di atteggiamento.
C’è un’altra diffusa carenza nel Dna dei cegliesi: latita il senso del bello (non si offendano coloro che invece lo hanno molto sviluppato, ed ovviamente sono tantissimi). Diciamocelo a bassa voce, non facciamolo sentire ai non cegliesi e in particolare ai turisti: Ceglie non è una città che ha il culto del bello, Bello è armonia, equilibrio, pulizia, rispetto dell’ambiente, ordine visivo. Bello sono balconi fioriti, verde pubblico curato, strade pulite, monumenti non imbrattati di scritte, pareti non scrostate, finestre in legno anziché in anticorodal. E la lista potrebbe continuare all’infinito.
A volte si tratta di brutture macroscopiche, di ruderi “eterni”, ma più spesso solo di piccole incurie, lievi segnali di scarso rispetto per il senso estetico e per il bene comune. Forse basterebbe poco perché Ceglie apparisse una città piacevole, civile, moderna, specchio del benessere dei suoi abitanti. Ciascuno, nel suo piccolo, dovrebbe fare la sua parte, mentre gli organi preposti dovrebbero assicurare più vigilanza, prevenzione e repressione dei comportamenti illeciti. La scuola dovrebbe educare al bello, non sarebbe difficile ed è un compito che rientra sicuramente nelle sue competenze.
Quanti cegliesi hanno la sensibilità di cogliere la differenza fra un balcone fiorito di una delle antiche case , un balcone squallidamente nudo di uno dei tanti anonimi palazzi? “Tutti i cegliesi hanno la capacità di capire qual è il più bello”. Ma allora perché i cegliesi non seguono gli esempi positivi?
Qualche caso emblematico di piccole brutture urbane, a titolo di esempio. Che senso ha restaurare una facciata, un balcone, se non si tiene conto delle caratteristiche urbanistiche circostanti? Immaginiamo cosa immortalerà il giapponese con la sua immancabile cinepresa o la macchina fotografica della piazza, piena di saracineche, anticorodal, marmo dove non si imbianca da decenni e con una scarsa illuminazione. Non è necessario parlare del posteggio creato in via Vitale in pieno centro storico. Altro sconcio è quello presente in via Gelso, dove da tempo immemorabile è stata alzata una palizzata per recintare lo spazio creato dal crollo di alcune abitazioni ed oggi dimora sicura per grossi topi che passeggiano indisturbati tra i piedi degli ignari visitatori. Per quanti anni resterà ancora in quello
stato, a deturpare un bellissmo angolo cittadino? Le tante zone incolte nei quartieri periferici, ridotte a discariche di rifiuti.Cosa dire degli enormi e bruttissimi casermoni che si stanno edificando e che deturpano in modo incancellabile alcune zone panoramiche?
Forse sarebbe opportuno che al Comune fosse istituito un assessorato al Bello, o almeno che fosse prevista un’apposita delega assessorile o anche soltanto un ufficio comunale la cui
“mission” (questo termine è così di moda!) dovrebbe essere quella di promuovere la “bellezza” della città, vigilando, stimolando o adottando iniziative di abbellimento e dando il proprio parere trasversalmente su tutte le delibere degli altri assessorati, valutandone i riflessi sull’estetica urbana. O forse basterebbe mandare in giro per le strade i vigili (è anche un loro compito istituzionale) e gli ausiliari del traffico con lo specifico compito di rilevare le tante brutture.
Questo lo diciamo per ricordare a tutti noi che una città bella è una città che attira, trasmette ottimismo, che è facile amare senza riserve mentre oggi non viene amata proprio da noi cegliesi che facciamo di tutto per usarle violenza.
Antonio Ciracì
Una bruttissima notizia
20 agosto 2007
L’Amministrazione comunale ha organizzato una Società di scopo per la gestione del Teatro Comunale. Già all’epoca della nascita di questa strana Società esprimemmo le nostre perplessità e subito pensammo che era una operazione clientelare per soddisfare le frustrazioni artistiche (ben remunerate) di compiacenti amici.
Questa Società doveva spendere in tre anni 121.000 euro. 25.000 euro venivano messi a disposizione dal generoso Comune e 60.000 euro dovevano entrare da contributi regionali. In ogni caso questa Società nasceva con un disavanzo preventivato e dichiarato di 60.000 euro. Ora sappiamo che il finanziamento della Regione è saltato e pertanto il Comune dovrà accollarsi tutte le spese.
A questo punto ci chiediamo se non sia il caso di sciogliere questa Società e i soldi che si butteranno via potrebbero essere utilizzati per sistemare qualche lavoratore socialmente utile sfruttato dal Comune.
Com’era verde la mia valle
19 agosto 2007
Riceviamo e pubblichiamo la lettera inviata da un nostro lettore che pone all’attenzione di tutti la salvaguardia del territorio, un argomento più volte trattato in questi anni dal giornale.
Sul penultimo numero di Ceglie Plurale ho scorto il trafiletto di un cegliese sensibile (un po troppo!) … per l’uso recente, a mò di restauro, di pochi conci di tufo in cima all’arcata della Porticella: giusta osservazione-riprovazione per l’impiego improprio di materiali in centro storico a vocazione squisitamente litica.
A voler fare segnalazioni però ci si imbarazza per quanta materia edilizia ignobile vine fatta passare come mezzo di restauro: bellissima abusata e scomoda parola, il cui etiomo -lo sappiamo- è semplicemente restituzione.
Ora è di turno un cegliese mezzosangue, il sottoscritto, che tra le anomalie urbanistiche della Città Messapica, desidera sottoporre al cegliese nativo di media sensibilità quel cassone (da altri definito tipologicamente a “scatola di scarpe” neonata in barba al comune buonsenso, poi pure in spregio alle molte leggi di preservazione del paesaggio, ma soprattutto sotto gli occhi indifferenti o complici o distratti di quanti dal Palazzo governano la cosa pubblica.
Un forestiero super partes esterna il suo dissenso, perché tutto il recente quartiere Sant’Anna appare e costituisce edilizia che vilipende quel paesaggio intitolato alla austera madre di Maria Vergine, con le presernze sacre del medioevo locale.
In tempi non sospetti lo scrivente casualmente fece parte di una commissione atipica di professionisti consultati informalmente, sull’eventualità di un erigendo edificio comunale, dal funzionario soprintendente dell’epoca (incappato in vicende di corruzione) che incassò parere negativo ma ruppe gli argini e consentì quella brutta realtà che altri definì “Vampiro di cemento”.
Però la misura ancora non era colma e si dice anche: a casa asquata mitte fueche… Nonostante un ventennio trascorso tra i primi dileggi e gli ultimi anacronistici insulti, i Cegliesi vedono violentato il più bel versante di nordest, al cospetto dell’Adriatico, di cui potevano andar fieri.
Essi potranno bearsi di questa prospettiva, neppure la più impietosa, subendola per quell’osceno ingombro.
Ma… al peggio non c’è fine, con grande rammarico, spero non solo.
Nicola Cavallo
Solo il piacere di ritornare
14 agosto 2007
Antonio Gioia è nato a Ceglie Messapica. Giovanissimo emigrò e si trasferì a Parigi dove si è sposato con Elisabeth e ha due figli Arnaud e Marion.
Il suo papà è stato uno dei più bravi maestri artigiani dell’edilizia cegliese “mestu Cosime u verre”.
Per quasi quarant’anni ha fatto il tour operetor. Conversando con lui ci siamo scambiati delle opinioni sulla nostra realtà.
1) Quarant’anni fa sei partito da Ceglie. Cosa ti ha spinto ad andar via?
Occorre ricordare il contesto del 1966. A Taranto e a Brindisi si erano installati l’Italsider e la Montecatini. Io e altri amici eravamo diplomati periti tecnici con specializzazioni. Dopo un anno di ricerca di lavoro senza alcun risultato ho deciso di andar via. La cosa più divertente era la domanda che ogni impresa ci rivolgeva: quanti di anni di esperienza avete? La domanda era retorica giacchè possedevano il nostro curriculum e sapeva bene che eravamo appena diplomati.
2) I tuoi studi non lasciavano prevedere che ti saresti inserito nel mondo dell’organizzazione turistica.
Arrivando in Francia ho trovato subito lavoro nella Magneti Marelli, ma mi sono subito reso conto che quell’attività lavorativa non era di mio gradimento. Dopo aver fatto dei tentativi alla Sorbone e una scuola di ingegneria Art et metier ho deciso di frequentare una scuola di turismo. Immediatamente fui assunto nella compagnia italiana di turismo CIT.
A partire da questo momento ho avuto la gradevole sopresa di aver trovato la mia strada. Acquisre competenze tecniche ed essere a contatto di una clientela varia, dallo spazzino al principe, impari a controllarti e a saper ascoltare. Anche se i mie studi non mi predestinavano a questo lavoro, posso dire comunque che mi hanno aiutato ad andare avaneti.
3) Come ritrovi Ceglie rispetto a 40 anni fa?
Penso che sia peggiorata. Naturalmente è solo una mia opinione. Quando io sono partito nel 1967 eravamo tanti diplomati, oggi ci sono più laureati e non hanno la possibilità di praticare una professione liberale e anche loro saranno costretti ad andare via.
4) Pensi che Ceglie abbia una vocazione e un futuro turistico?
Ceglie ha sempre avuto degli atouts per inserirsi nel turismo ma se questo non è decollato ci deve pur essere una ragione. Nonostante l’enorme ritardo e la mancanza di infrastrutture alberghiere penso che possa essere trovato un canale per inserirsi in un circuito virtuoso rimboccandosi le maniche.
5) Su cosa si potrebbe puntare?
Prima di decidere su cosa puntare, occorre avere idee chiare sul prodotto che chiameremo “Ceglie” e cosa cercano i turisti. Questi innanzi tutto ricercano il diverso dal loro, l’autentico e il rapporto qualità prezzo. Il prodotto c’è ma è stato vandalizzato. Ceglie Vecchia del 1967, come zona geografica, è la stessa che nel 2007. Il centro storico deve avere chiaramente una estensione che va da Piazza Plebiscito alla zona ottocentesca.
L’autentico cercato dai turisti deve essere protetto dai cegliesi, curando la parte esterna delle case, delle scale, dei marciapiedi rifatti secondo una linea architettonica adeguata.
Bisognerebbe inoltre puntare, con decisione politica forte, sulla Pro Loco e rendere questo organismo al massimo efficiente. Ho sentito dire che diversi giovani hanno delle licenze di guida locale. Occorre coinvolgerli. Bisogna ricercare tra i giovani quelli che parlano le lingue straniere. Ma è tutto il tessuto produttivo che dev’essere coinvolto: agenzie di viaggio, commercianti, ristoranti, agro-turismo e cittadini che hanno beni da affittare. Se la Pro Loco non può o non è all’altezza bisogna creare un’associazione di “interesse generale” in modo da preparare dei circuiti che siano attraenti. Leggo sui tabelloni pubblicitari apposti all’ingresso della città che Ceglie ha l’ambizione di essere una “Città d’arte”, ma io non vedo proprio ne cosa c’è da vedere ne quando si può vedere. Indubbiamente Ceglie ha una grande forza che è la gastronomia e i ristoratori dovrebbero attivare corsi per favorire le competenze adatte a uno sviluppo gastronomico di massa.
6) Cosa manca per avere la capacità di competere con i paesi limitrofi che hanno già trovato una loro precisa collocazione nel circuito turistico?
Ceglie manca di infrastrutture alberghiere e il suo sviluppo non può che essere basato su una clientela di pasaggio. Nonostante tutto penso che un’ottima organizzazione può rompere lo schema dei circuiti turistici prestabiliti. Prendo ad esempio una agenzia viaggi locale. Il suo lavoro consiste essenzialmente a vendere biglietti per viaggi e questo lo fa con la’iuto di cataloghi. Se un cliente individuale non trova ciò che vuole, l’agenzia organizza un viaggio a la carte. Per fare ciò bisogna conoscere perfettamente la destinazione e tutte le prestazioni che vengono offerte. Questo tipo di lavoro si chiama out going. Non conosce la destinazione e per non dare una fregatura al cliente chiede a un’altra agenzia del posto tutti i servizi disponibili. Quest’ultima agenzia fa dell’incoming.
Voglio dire che tra le agenzie di viaggi ci sono delle specializzazioni e per quel che riguarda i gruppi è determinante il mezzo di trasporto. Gli arrivi e le partenze hanno bisogno di autobus, l’assistenza per condurre i clienti in albergo. L’assistenza deve assistere alla distribuzione nelle stanze dei clienti e al controllo del programma. In questo caso le agenzie italiane o estere che propongono la Puglia devono ricevere informazioni su ciò che Ceglie propone.
7) Cosa dovrebbe fare la politica e l’Amministrazione per favorire la vocazione turistica di Ceglie?
In primo luogo e rapidamente deve dare, a qualcuno competente, l’incarico di fare diverse riunioni con i diversi partners esoprattutto nel turismo è valido l’idea che l’unione fa la forza. Da queste riunioni i vari partners dovrebbero nominare rappresentanti di categoria per portare avanti e attuare dei progetti. Una volta definito un progetto l’Amministrazione deve proporre un badget che può essere gestito anche con i partners.
Rimpiangi qualcosa della tua terra?
Nessun rimpianto, solo il piacere di ritornare.
Basket Ceglie, roster pronto per il campionato 2007/2008
6 agosto 2007
Tutto pronto per il nuovo campionato di Basket di serie C1 che inizierà il prossimo 30 settembre. Gli atleti si ritroveranno il 16 agosto, presso il palazzetto per la preparazione pre-campionato. Oltre ai confermati Beppe Vozza, Giancarlo Zizza e Max Di Santo troveremo per il prossimo anno Giancarlo Cipulli (dal Bari), Simone Albana (dal Foggia), Gaston Rossi Pose (dal Bisceglie), Walter Mancini (dalla Stella Azzurra Roma), Alex Torrieri (dal Genova).
Non ritroveremo, invece, Rocco Palazzo e Jose Paggi (Melfi), G. Serazzi (Lucera), Angelo De Leonardis (Martina Franca), Carlos Muyango (Auxilium Torino), Stefano Lamonica e Mummolo (Francavilla Fontana).
Anche quest’anno il Ceglie parte tra le squadre favorite al salto di categoria alla guida tecnica di Coco Romano, al secondo anno consecutivo sulla panchina cegliese.
Pino e gli Anticorpi Babbudoiu Tour 2007
5 agosto 2007
Tu mi dici quello che devo fare e io lo faccio è una delle battute che hanno portato al successo Pino e gli Anticorpi, gruppo comico sardo in attività dal 1994. L’attuale formazione è composta da Roberto Farà, Michele Manca e Stefano Manca. Dopo vari riconoscimenti regionali, esperienze televisive su Canale 5 a Scherzi a parte e la partecipazione al laboratorio di cabaret Ridere Zelig, attualmente sono protagonisti della trasmissione Colorado Café trasmessa su Italia Uno. Lo spettacolo di Pino e gli Anticorpi è un susseguirsi di personaggi demenziali e spazia tra diversi generi di cabaret: dal monologo allo sketch passando per la parodia. Una comicità dall’accento sardo ma in italiano.
Pino e gli Anticorpi saranno venerdi 10 agosto 2007 a Ceglie Messapica (BR) presso il Banana Club.
Posto unico: 10 Euro
Infotel: 0831 380998 – 320 4440257


