La prima di Bassifondi a Buenos Aires
30 giugno 2007
Il 7 Luglio si terrà a Buenos Aires la prima dell’opera Bassifondi, opera nella quale recita la nostra concittadina Lucianna Ligorio nelle vesti di Krachnia.
Il volantino dell’opera recita:
Un capolavoro, uno dei grandi capolavori teatrali del XX secolo. Un opera senza pietà , brutale, senza concessioni, ma nello stesso tempo di una grande poesía. L’opera più importante di Maksim Gorki: il genio, colui ha saputo lottare, l’uomo che ha sofferto la quasi-schiavitù, la fame, le malattie, le punizioni più orrende, i sfruttamenti della Russia dello Zar e che potendone uscire da questa situazione diventerà –insieme a Chejov- uno dei grandi del teatro del suo tempo.
I migliori auguri a Lucianna da parte della Redazione di Ceglie Plurale.
Musica senza parole
30 giugno 2007
Il pianismo di Bruno Canino, musicista tra i più affermati sulla scena internazionale, all’ascolto dei suoi dischi e dei suoi concerti risulta da sempre elegante, morbido, mai sbalorditivo per un mero gusto spettacolare fine a se stesso ma, invece, col fine ultimo di stabilire un criterio prettamente cameristico anche nei momenti di assoluto virtuosismo. Poi, se magari come il sottoscritto si ha anche la fortuna di suonare in un’orchestra che lo accompagna nel Concerto per pf. K 414 di Mozart e nel Doppio di Mendelssohn ti accorgi direttamente del suo garbo signorile, del tocco delicato anche durante le prove, del fatto che gli artisti grandi non si lamentano mai di nulla: delle luci, degli sgabelli troppo alti, dei camerini troppo piccoli. L’orchestra stessa veniva trascinata in maniera sicura dalle note del suo pianoforte così come lo stesso direttore Gianfreda che poteva in questo caso dedicarsi completamente al funzionamento dell’insieme avvalendosi di un solista di così provata affidabilità. Dietro le quinte si viene così a contatto con la sua disponibilità al dialogo e si tocca con mano il suo affetto paterno nei confronti della brava figlia Serena, allorché nel corso dell’intervallo il Maestro riusciva sul palco per accertarsi che il leggio della figlia fosse già al posto giusto per l’esecuzione imminente. Personalmente una serata da ricordare, così come per i tanti che gremivano il Teatro Comunale. La stagione 2007 dell’Associazione “Caelium” diretta dal maestro Gianfreda si è così chiusa nel segno del prestigio.
Un’annata che ha visto in cartellone ben otto appuntamenti e che avrà, per così dire, come una sorta di appendice i due appuntamenti del 21 e 28 ottobre prossimi. Nel primo, intitolato “Musica oggi” si esibirà un ensemble composto dalla voce di Doriana De Giorgi, dal pianoforte del fratello Valerio e dai flauti di Luigi Bisanti e Lucia Rizzello che daranno vita a composizioni strumentali e canore. Gli autori, tutti viventi, alcuni dei quali pugliesi, rispondono al nome di Palmo Liuzzi, Valerio De Giorgi, Michele Pezzuto, Mario Gagliani, Giuseppe Gigante, Rino Nicolosi, Davide Summaria, Riccardo Piacentini, lo stesso maestro Massimo Gianfreda e Aldo Clementi, nome quest’ultimo che non ha bisogno di presentazione. I testi saranno tratti da opere di Joseph Tusiani e dalla raccolta poetica “Le strade del cuore” del nostro concittadino il poeta Damiano Leo.
Il secondo appuntamento, invece, vedrà protagonista assoluto il pianoforte di Mariagrazia Lioy che interpreterà musiche spagnole (Goyescas).
Nicola Santoro
Per un cammino al sole
29 giugno 2007
Rita Santoro Mastantuono ha fatto tredici. Con la poesia. Ha appena vista la luce, infatti, la sua tredicesima silloge. S’intitola, felicemente, “Per un cammino al sole” ed è pubblicata da Antonio Dellisanti Editore di Massacra (TA). Si aggiunge a: Margherite negli occhi, Dalle radici dell’anima, Il pane delle attese, Vene di luce, La riva sommersa, Per cieli d’albe, Crisalidi e sole, Un respiro, un sogno, una poesia, Nel solco del tempo, Nei sentieri del vivere, Con te mio Dio e Grappoli di sogni.
Una continua crescita, senza nessuna flessione, ha caratterizzato la scalata poetica della nostra amata concittadina. Con quest’ultima opera, ma nel finale ci fa capire che non finisce qui e noi ne siamo fieri, Rita si colloca sul gradino più alto. Maturità e passione si danno la mano e pongono, noi fortunati suoi lettori, all’ombra buona della vera arte. La poetessa, ora più che mai, ci sa trarre “lontano dall’errore e dalla sofferenza”, ci sa “mostrare la strada”, come giustamente mette in risalto Lucio C. Gimmo, eccellente prefatore del nuovo libro poetico della Mastantuono. La passione e l’amore per il bello, il divino, la giustizia, la natura, gli affetti familiari, i sogni continuano ad essere linfa vitale per la nostra poetessa. Rita, nonostante la sua cecità (o forse grazie anche ad essa) continua, con forza e coraggio, a cantare la nostra terra, il Mediterraneo, le nostre tradizioni, i nostri eterni valori. La sua profondità non può che riempirci di gioia e d’orgoglio. La sua voce, sempre più alta e sicura, non può che ubriacarci d’amore e di voglia di vivere. Ci uniamo anche noi al grido sincero del Gimmo: “…la voce di Rita è tra le migliori, tra quelle che dicono del possibile amore tra le creature…” ed anche noi la “ringraziamo di esistere”.
Ceglie Messapica, 18.5.2007 Damiano LEO
Rita Santoro Mastantuono
Per un cammino al sole
Antonio Dellisanti Editore
Pagine 52, euro 8,00
Tranelli bagnati
29 giugno 2007
Sembra il titolo di un film thriller di serie b caratterizzato da un intreccio di scene hot e ad alta tensione, uno di quei sequel, tanto per intenderci, che attentano alle coronariche dello spettatore curioso.
Invece devo deludere i lettori più accalorati: l’opera cinematografica è solo immaginaria ma, in compenso, ha una trama drammatica reale e ben delineata, fatta di capitomboli, lesioni e stridere di pneumatici, più che un attentato alle coronariche una serie di attentati alla pubblica incolumità.
Lo scenario in cui si svolgono i fatti è quello di Piazza Plebiscito che andrebbe ribattezzata, nelle giornate in cui Giove Pluvio decide di stuzzicare con due finissime ed innocenti gocce d’acqua le pietre calcaree colà accapezzate, Piazza Plebiscìvolo.
Per auto, moto e pedoni (in particolar modo anziani), infatti, la pavimentazione del centro cittadino diviene, nelle giornate umide e di pioggia, una insidiosissima trappola resa ancor più subdolamente viscida dai residui di olii esausti rilasciati da veicoli in transito e/o parcheggiati.
Nel film quotidianamente girato in Piazza Plebiscìvolo non si contano più i tamponamenti e le frequenti cadute, senza tralasciare le difficoltà riscontrate dagli illusi che tentano – inutilmente – di percorrere la salita di Via Balilla e da quelli che, arrischiandosi, hanno l’ardire di sfidare la sorte scendendo giù per il girone infernale di Via Dante.
L’ultimo episodio emblematico della triste sequenza è andato in onda la mattina del 13 giugno, festa di S. Antonio, alle ore 09:20. Sotto gli occhi di numerosi curiosi che hanno assistito impotenti alla scena, e con buona pace dell’ignaro cittadino in difficoltà, un’autoambulanza del 118 proveniente da Via Balilla, a sirene spiegate, ha tentato inutilmente di raggiungere Piazza Plebiscito; non riuscendoci, non ha potuto far altro che svoltare per Via Chianchizze.
Ma ricostruiamo celermente le origini del problema. I gravi disagi di cui innanzi sono sorti sul finire degli Anni ’90 allorché si è proceduto al rifacimento della pavimentazione di Piazza Plebiscito. All’epoca non mancarono accorati appelli di professionisti i quali, con lungimiranza, denunciarono in anticipo, dalle colonne della “Gazzetta”, il rischio che “utilizzando quel tipo di pietra nelle giornate piovose e durante le gelate invernali le strade in questione si renderanno impraticabili, con conseguenti rovinosi scivolamenti” (il geom. Pietro Maggiore, novella Sibilla, in data 14/05/1998), appelli rimasti purtroppo inascoltati.
A questo punto la domanda sorge spontanea: quand’è che vedremo scorrere finalmente i titoli di coda che annunciano, in maniera liberatoria, la fine del triste ed insopportabile film?
Valerio Tanzarella
valeriotanzarella@libero.it
La riscrittura semantica dei luoghi
28 giugno 2007
Ceglie Plurale ha ritenuto interessante il lavoro didattico inviato dai docenti a dagli alunni della classe V C a tempo pieno di via Machiavelli. Siamo ben lieti di ospitare questa ricerca/azione e ne pubblichiamo alcuni stralci anche nella speranza che altre scuole ci inviino i loro prodotti culturali frutto di ricerche originari che fuoriescano dalla banalità della routine didattica.
Quello che ci piace mettere in evidenza di questo lavoro è la collaborazione instaurata tra la scuola e i soggetti culturali e professionali che operano nella città. Molte volte ci si avviluppa e ci si blocca per mancanza di fondi da utilizzare per pagare gli esperti, ma una collaborazione disinteressata tra i vari operatori culturali che agiscono nella città, possono produrre significativi risultati per la crescita dei nostri ragazzi.
Le attività sono state scandite sui tempi di una rigorosa proposta di ricerca, basata su assi culturali scientifici, in cui le ipotesi del lavoro sono state verificate grazie all’aiuto anche degli esperti che generosamente si sono avventurati con i ragazzi e gli insegnanti in questa avventura intellettuale.
I risultati dell’agire didattico si sono concretizzati nella realizzazione di una proposta fattibile, utilizzabile ai fini del recupero creativo di uno degli angoli più belli del centro storico, con disegni dei ragazzi, proposte progettuali rappresentazione tridimensionale virtuale della realtà ipotizzata e realizzazione di un plastico in scala di un teatro semicircolare all’aperto che può ospitare un centinaio di spettatori.
La ricerca/azione qui presentata fa parte di una più ricca e articolata che la scuola primaria del I Circolo ha voluto fare, per sollecitare assunzioni di responsabilità per una cittadinanza attiva, nella consapevolezza delle difficoltà e delle strozzature che attualmente vive la comunità cegliese.
La scuola del I Circolo ha consapevolezza, che i tanti problemi che attanagliano la nostra comunità non possono essere superati e risolti senza il coinvolgimento di tutte le agenzie educative, politiche, religiose e civili che operano nel territorio.
Sarebbe auspicabile, che un giorno, questo progetto “regalato” dai ragazzi e dal altre persone sensibili alla comunità, venisse assunto dall’Amministrazione comunale come proprio impegno, per realizzare questo sogno dei bambini che nella loro innocenza sperano in una riscrittura semantica colorata e felice di questo squarcio di Ceglie.
SUMA
Insieme all’ing. Pasquale Suma, all’architetto Leonardo Elia, al geom. Silvano Conte e i maestri siamo andati a visitare Largo Gelso. Abbiamo osservato degli spazi vuoti e abbiamo capito che anticamenti lì c’erano delle case che sono state abbattute negli anni ‘50 del secolo scorso. Sopra ogni porta c’è l’architrave che è un lungo blocco di pietra che sorregge la costruzione; ci sono diversi archi con al centro la “chiave” che serve a sostenere l’arco.
Poi abbiamo discusso qual era l’uso migliore per utilizzare questo spazio. Alcuni di noi hanno proposto di costruire una piazza per adibirla a mercato e alla socialità, mentre altri hanno pensato di costruire un piccolo teatro all’aperto. Abbiamo scelto questa soluzione dopo una discussione. Poi abbiamo disegnato dal vivo gli angoli più suggestivi del posto.
Gli esperti hanno disegnato il luogo riportandolo in scala e a scuola abbiamo realizzato un modellino con tutte le case e il piccolo teatro all’aperto utilizzando carta e fogli di betulla.
ANFITEATRO
L’anfiteatro era una forma architettonica antica, formata da un’area pianeggiante a forma ellittica chiamata “arena”. Attorno all’arena salivano le gradinate in muratura dove prendevano posto gli spettatori. L’insieme di queste gradinate si chiamava “cavea”.
Le gradinate erano divise in settori e all’interno dell’anfiteatro c’era una parte riservata alle autorità e alla persone importanti che si chiamava “pulvinar”.
Per facilitare l’accesso e l’uscita degli spettaori si costruivano scale e corridoi. Queste accessi si chiamavano “vomitoria”.
Le gradinate esternamente terminavano con un muro che si chiamava “summa cavea”. Negli anfiteatri più grandi nella summa cavea c’erano dei fori in cui venivano sistemati dei pali che reggevano dei “velaria”.
Gli anfiteatri più famosi sono il Colosseo e l’Arena di Verona.
Nel progettare il nostro piccolo teatro abbiamo tenuto conto degli elementi essenziali di un anfiteatro.
UN POSTO DA SOGNO
Un giorno il maestro ci ha portato in un posto bellissimo e abbiamo fatto la prova per un teatro all’aperto. Ho disegnato lo scorcio di casa Chirulli.
Veronica
E’ stato bello lavorare per aggiustare il nostro patrimonio artistico finora completamente abbandonato. Io ho disegnato una magnifica scalinata.
Fabrizio
Una mattina siamo andati con carta e matita a visitare un posto incantevole.
Gigi
La giornata trascorsa con l’ing. Suma è stata indimenticabile.
Francesco
Disegnare appoggiati al muro mi ha prodotto una forte emozione.
Angelo
Nel disgnare, quel giorno, non mi sentivo molto ispirata.
Francesca
Ognuno disegnava ciò che riusciva a fare e provavo una forte emozione
Alessia A.
Cose così belle come il centro storico non vanno rovinate ma abbellite.
Davide
Gli archi, i tetti a cupola, mi hanno prodotto una sensazione stupenda. Ho visto quando un tempo le persone stendevano i panni e portavano a casa verdura e frutta.
Annachiara
Quando il maestro ci portò a Largo Gelso immaginai come vivevano i popoli antichi, in una specie di mondo virtuale. Tutte le cose viste mi facevano sognare.
Doriana
Ho ammirato case antiche, persone che passeggiavano, strade intricate, vicoli stretti…emozionante! Devo assolutamente dire che è stato bellissimo, emozionante e molto molto costruttivo.
Alessia S.
I PROTAGONISTI DELLA RICERCA
Vincenzo Gasparro, Mastro Maria Lucrezia, Graziana Monaco, Pasquale Suma, Leonardo Elia, Silvano Conte, Alessia Altavilla,Francesco Amati, Stefano Bellanova, Fabrizio Chiatti, Amedeo Chirulli, Massimiliano Ciracì, Annachiara Elia, Deborah Erculeo, Fabiola Faggiano, Antonietta Franco, Piero Gioia, Pierluigi Lena, Davide Lenoci, Doriana Mastro, Lorenzo Palma, Cosimo Palmisano, Angelo Piccoli, Francesca Maria Rodio, Cosimo Roma, Cecilia Nicoletta Semeraro, Alessia Suma, Veronica Urso, Maria Grazia Vitale.
Sono forse io responsabile di mio fratello?
27 giugno 2007
Z. Bauman si presenta al pubblico italiano con un nuovo affascinante libro e ci invita a riflettere sull’infelicità che attanaglia l’uomo nella società postmoderna. L’assunto di fondo del libro si esplica nell’osservazione che l’uomo della post modernità si è trasformato da produttore in consumatore. L’uomo moderno è quindi diventato homo consumens e il modo moderno della produzione capitalistica ha trasformato la sua essenza facendolo diventare un vorace consumatore distruttore di risorse. In questo quadro di riferimento tutto ciò che si presenta come negazione di un frenetico consumo viene espulso dalla normalità sociale. Scrive Bauman:-Nel mondo liquido moderno, la lentezza è il presagio della morte sociale.
Già Kundera ci aveva avvertito che il grado di velocità è direttamente proporzionale all’oblio.
All’interno di questo schema l’agire non è libero e le uniche opzioni che noi esercitiamo sono predefinite e preselezionate. Anche l’esercizio della libertà ha subito mutamenti profondi e l’uomo è diventato membro di un branco che ha perso il senso delle relazioni del gruppo.
- Nella società dei consumi della modernità liquida, lo sciame tende a sostituire il gruppo con i suoi leader, le gerarchie e l’ordine di beccata. Lo sciame può fare a meno di tutti questi meccanismi e accorgimenti. Gli sciami non hanno bisogno di imparare l’arte della sopravvivenza. Essi si radunano e si disperdono a seconda dell’occasione,spinti da cause effimere e attratti da obiettivi mutevoli.
La società dei consumi si basa sull’inganno e produce infelicità, perché si fonda sulle frustrazioni delle attese. Chi non vuole diventare o non può essere consumatore viene emarginato ed espulso.
L’homo consumens ha subito una mutazione antropologica ed ha segnato la fine dell’homo politicus. Il “populismo di mercato” vede nella politica il nemico numero uno e considera il mercato come l’unico strumento democratico.
In questo ambito vengono proposti argomenti interessantissimi sulla crisi del welfare state che si è trasformato in workfare con l’intenzione palese di espellere i poveri e gli svantaggiati.
La crisi del welfare nasce dalle mutate forme capitalistiche. Prima “affinché l’economia capitalistica funzionasse, il capitale doveva essere in grado di acquistare forza lavoro e quest’ultima doveva godere di condizioni tali da apparire agli occhi di potenziali acquirenti, una merce desiderabile. In questo quadro il requisito per l’adempimento di tutte le altre sue funzioni, era la mercificazione delle relazioni capitale-lavoro; fare sì che le transazioni di vendita e acquisto di forza lavoro potessero avere liberamente luogo”.
Purtroppo è finita l’epoca del pieno impiego industriale, questo comporta un minor numero di posti di lavoro e le borse premiano le aziende che operano tagli e licenziamenti.Gli emarginati diventano underclass e i poveri rappresentano un peso per la società. Si afferma così l’etica di Caino: – Sono forse io il responsabile di mio fratello?
Bauman sostiene che non c’è nulla di ragionevole nell’assunzione di responsabilità, nella care, nell’essere morali.Eppure il destino del futuro lavoro sociale dipende dagli “standard morali della società di cui siamo tutti abitanti”.
Z.Bauman
Homo consumens
Erikson
La città tutta aspetta una risposta.
Lettera aperta al sindaco
26 giugno 2007
Noi disoccupati non abbiamo bisogno di una “bacchetta magica” per poter lavorare, bensì di risposte immediate ed azioni concrete di voi amministratori.
In riferimento all’incontro avuto con il primo cittadino Pietro Federico, svoltasi in data 9 maggio u.s., riportato su vari quotidiani e ripreso da emittenti televisive e sulla base dell’intervista successivamente rilasciata dal nostro Sindaco, il Comitato spontaneo dei disoccupati cegliesi, ritiene indispensabile approfondire le dichiarazioni rilasciate dal Sindaco a cui rivolgiamo alcune semplici domande, nella speranza di avere serie ed esaustive risposte.
Sindaco, le risulta che alcuni comuni della provincia di Brindisi hanno presentato dei progetti di finanziamento per sviluppare le città della Regione Puglia per dare la possibilità di reinserimento nel mondo lavorativo dei disoccupati?
Perché il nostro Comune predilige cooperative esterne alla nostra comunità invece di far lavorare gente del posto e diminuire così la disoccupazione nella nostra città?
Perché quando queste aziende si aggiudicano una gara d’appalto a Ceglie, non si pone come condizione l’assunzione di una percentuale di disoccupati della comunità interessata?
Spieghi anche, come mai gli imprenditori locali dopo aver presentato proposte e progetti al Comune, validi ed utili per la nascita e lo sviluppo di solide realtà economiche, che creerebbero nuove opportunità e posti di lavoro, sono costretti a portare altrove, dove trovano condizioni più favorevoli queste potenzialità, in quanto portatori di sviluppo, ricchezza e opportunità di lavoro?
Qual’è la reale situazione Cegliese dei disoccupati? E per le categorie protette cosa avete intenzione di fare? Perché l’Amministrazione comunale non collabora con Enti istituzionali che sono in collegamento con la borsa nazionale e regionale del lavoro?
Perché in alcuni Comuni limitrofi gli amministratori comunali si sono prodigati e assunti la responsabilità (è un dovere) verso coloro che credono nel loro Sindaco e che amano la propria città, dando la possibilità di sviluppo di nuove aziende e posti di lavoro?
Sindaco, non bisogna sottovalutare i problemi e le conseguenze della disoccupazione e della mancanza di lavoro, perché questa realtà è una tragica e drammatica situazione che porterà nella nostra città sempre più delinquenza, disagio e degrado.
Secondo noi lei dovrebbe abbandonare queste idee di illusioni e fantasia, perché è vero che lei non possiede la bacchetta magica per creare posti di lavoro, ma dovrebbe impegnarsi concretamente ad aiutare la città dandoci la possibilità di sviluppare lavoro… La sua bacchetta magica, in altre città, è semplicemente chiamata volontà!
Le Masserie di Ceglie: Madonna della Grotta
25 giugno 2007
Nell’anno 1597, precisamente il giorno 20 del mese di luglio, il procuratore generale del Capitolo di Ceglie, don Paladino Nisio, stipula una convenzione con il maestro muratore Vito Nughele per la costruzione di quattro cappelle nella chiesa di Santa Maria della Grotta. Le cappelle dovevano essere allestite in numero di due per parte, lungo le pareti della chiesa, iniziando dal muro in cui si apriva la porta maggiore ed essere completate da due arcate misuranti palmi 16 ciascuna.
La stipula della convenzione da parte del Nisio (o Nisi), poteva essere sottoscritta a pieno titolo. Infatti, ormai da 19 aprile del 1570, poiché mesi prima della sua dipartita, monsignor Giovanni Carlo Bovio, di famiglia bolognese ma brindisino di nascita (era nato nella città il 5 gennaio 1522), arcivescovo di Brindisi e di Oria dal 1564 al 1572, aveva assegnato il complesso dei fabbricati masserizi e della chiesa Sancte Marie de Cripta una cum eius fructibus iuribus et emolumentis integro ac pleno jure imperpetuum pertineat ad dictam vestram parrochialem ecclesiam et vestram capitularem massam… al capitolo di Ceglie. Pertanto, il Capitolo poteva totalmente disporne per incrementare il culto della Vergine ed impiegare i frutti dei terreni annessi alla chiesa, non soltanto per per le necessità dell’importante santuario mariano, ma anche per i bisogni dell’intero clero di Ceglie.
La chiesa fu meta di pellegrinaggi. Sull’affresco che rappresenta San Antonio Abate, sul pilastro sinistro al lato dell’abside, vi sono vari graffiti di pellegrini; in uno si legge: aprele 1473 fruit processio… Si andava in primavera a Santa Maria della Grotta dai vari centri vicini.
Oggi l’edificio sacro e i padiglioni masserizi si presentano, a chi proviene da Ceglie, quasi all’improvviso, a circa sei chilometri dalla città, dopo aver percorso una stretta, tortuosa vicinale, opportunamente asfaltata, che conduce a Francavilla Fontana. Le pareti della chiesa sono alte e snelle, rese preziose dal bugnato antico, interrotte soltanto dal vecchio portale e dall’ampio rosone, del quale rimane la ghiera esterna e nessun elemento della raggiera; esili monofore filtrano all’interno, discrete, la luce del giorno. La facciata, a bugne rustiche e monocuspidata, termina anch’essa (come per la chiesa dell’Annunziata, nella zona storica di Ceglie) con un campanile a vela ad un fornice cui fu aggiunto, in tempi posteriori, un altro che non riesce, comunque, ad appesantire la leggera eleganza dell’intera struttura litica.
E’ probabile che il fornice più basso sia stato realizzato mentre si eseguivano i lavori delle cappelle nell’aula lunga e stretta della chiesa, facendo perdere così all’assieme quell’equilibrio estetico programmato dal progettista. Tuttavia, non è possibile affermarlo con sicurezza, perché mancano probanti documenti in proposito. E’ noto però il nome dell’architetto del sacro edificio, il quale appose la propria firma sulla facciata, appena a destra rispetto all’asse, sotto il rosone. Qui, su un concio di pietra calcarea, una scritta si tre righi, a caratteri gotici abbreviati, recita in latino: Hoc opus aedificavit magister muratoribus Dominicus de Juliano.
Chi fosse questo magister si ignora totalmente. Si possono, tuttavia, avanzare delle ipotesi abbastanza convincenti. Si pensa che egli abbia lavorato abbondantemente e con un certo profitto in tutta l’area della regione. Dalla sua scuola deve provenire il discusso Domenico di Martino o Martana che nel XIV secolo costruì la chiesa matrice di Grottaglie, varie volte restaurata, ove si ritrovano elementi comuni alla chiesa di Santa Maria della grotta di Ceglie come le colonnine ottagonali (che sorreggono l’arco ogivale del protiro) ed altri elementi del portale che accusano un’indiscussa parentela con quelli del portale maggiore della Basilica di San Nicola di bari.
L’intern, largo 6 metri e lungo (dalla porta d’ingresso fino all’arco di trionfo, che divide l’aula vera e propria dal vano absidale) 22 metri, era, senza dubbio alcuno, completamente affrescato. Oggi i muri sono scrostati e spogli, sebbene ancora, qua e là, qualche superstite scampolo d’intonaco ci documenta su di un passato pregno di arte e di devozione.
Il tetto, anche se in parte crollato, risulta formato da un doppio spiovente embricato, dalle lontane reminiscenze gotiche. La presenza, infine, della pavimentazione nettamente sottoposta alla soglia dell’ingresso rappresenta un elemento architettonico tipico delle chiese a carattere ipogeico, che trova riscontro nell’area jonico-salentina, in special modo nella cattedrale di Otranto, nell’Assunta di Castellaneta, rigorosamente restaurata agli inizi degli anni Settanta e nella S.S. Annunziata di Ceglie, da poco restaurata con accortezza filologica.
Appena varcato lo splendido portale con all’interno degli affreschi ed una gradinata in calcare duro si accede attraverso un’altra scalinata nel primo ambiente adattato a cripta nel quale si fondono l’arcano ed il mistico. Infatti le stalattiti e le stalagmiti fanno da stupenda cornice agli altari, i piani e le scalinate interne della chiesa sotterranea. la cavità prosegue per altri 36 metri circa tra stretti e bassi passaggi a gallerie riccamente concrezionate.
In una nicchia, nella quale è ricavata una cappella di taglio rinascimentale, da un altare litico ormai sbrecciato, occhieggia di già sbiadito, l’affresco della Vergine col Bambino da cui deriva il titolo alla chiesa ed il toponimo alla contrada. Lo spettacolo è penoso. Rifiuti e immondizie si accumulano da sempre e dove un tempo, per il tramite della Madre del Cristo, si invocava la protezione divina, regnano prepotenti la desolazione irredimibile e la rovina.
Affiancano la chiesa un minuscolo portico dotato di alcuni anelli di pietra calcarea, forse un tempo usati per agganciarvi i finimenti o allacciarvi le redini dei cavalli dei pellegrini ed un vasto corpo masserizie dal tetto a spioventi embricati. Si pensa possa essere stato, in origine, la sede di una comunità di monaci italo-greci, qui rifugiatisi a salvamento in seguito alle persecuzioni iconoclastiche scatenate dall’imperatore d’Oriente, Leone III l’isaurico, nell’VIII secolo.
Anche se gli elementi architettonici degli edifici sono certamente più recenti, di rozza fattura e giustapposti gli uni agli altri, risultato di modifiche strutturali apportate per l’adattamento del complesso alla diversa funzione, è ancora chiaramente individuabile l’impianto a chiostro. I numerosi locali risultano attualmente destinati ad abitazioni di contadini, che coltivano i campi dell’azienda agricola chiamata appunto dal nome della contrada masseria Madonna della Grotta.
Ancora nell’anno 1730, al tempo in cui venne redatta la Platea dei beni del Capitolo, la masseria faceva parte della Collegiata e Insigne Chiesa della Terra di Ceglie. Essa chiesa – enumera l’anonimo compilatore della Platea – possiede una masseria volgarmente detta della Beatissima Vergine della grotta, consistente in tumola cinquanta di terre serrate, e tre cento di terre aperte, con arbori trenta circa di olive, dentro una chiusura delle medesime, oltre altri innesti, le quali non ancora producono frutto; può fruttare da fertile, ed’infertile per ciaschedun’anno docati cinquanta, confinando detta Massaria da levante con un’altra Massaria di questo Reverendo Capitulo detta di Donna Antonia Christofero, li beni de R.R.P.P. Scholepie di Francavilla da Tramontana, da ponente li… altra Massaria di detto Capitulo chiamata Le Cruci, frutta, e può fruttare l’anno dico 50.. Attualmente l’azienda è di proprietà di privati e non risulta, con certezza, quando sia stata alienata dal Capitolo di Ceglie. Né tuttavia si può affermare se, quando e come essa possa essere stata espropriata in seguito ad una delle tante leggi eversive che, dal tempo di Carlo di Borbone e del suo ministro Bernardo Tanucci, via via fino ai regni di Gioacchino Murat e di Vittorio Emanuele II di Savoia, privarono la chiesa di buona parte del suo patrimonio secolare.
Un dato è, comunque, certo: la masseria sopravvive assai precariamente, essendo oramai abbandonata, come tante altre aziende dell’agro di Ceglie che non hanno saputo essere al passo con i tempi e si sono rivelate incapaci di riconvertire la produzione si da renderla maggiormente competitiva e più economicamente redditizia.
L’antica chiesa-basilica, in cui a malapena è possibile leggere superstiti affreschi dai vaghi moduli bizantineggianti che la impreziosivano, è paurosamente degradata per essere stata destinata, per lunghi anni, a stalla. E’, ormai, il melanconico relitto di un passato glorioso, che sopravvive a se stessa ed è visitata soltanto da qualche sporadico studioso che si avventura fin li per esaminarla e ne commisera la triste fine. Decisamente inutile, in questi anni, si è rivelato ogni intervento che da varie parti e in momenti diversi è stato posto in essere per tentare, almeno, un restauro conservativo dell’illustre monumento. Gli organi preposti alla tutela del patrimonio architettonico della Puglia hanno sempre lamentato, pretestuosamente, la mancanza di fondi sufficienti, forse sperando che il vecchio tempio alfine crolli e, con buona pace di ciascuno, non se ne parli definitivamente più.
Gaetano Scatigna Minghetti
Articolo tratto dal giornale Ceglie Plurale, anno V, n. 38, aprile 2005.
Improvvisazione a Ceglie con due attori cegliesi
24 giugno 2007
Giuseppe Ciciriello e Giuseppe Vitale, assieme ad altri attori pugliese e al canadese Ian Algie, porteranno anche a Ceglie il loro spettacolo di improvvisazioni teatrali. L’appuntamento è presso l’agriturismo Entroterra in via Grande (s.n.) ogni venerdì di luglio a partire dal 29 giugno alle ore 21:00. Lo spettacolo si chiama ImproZapping: gli attori improvvisano con temi suggeriti dal pubblico. In scena non hanno né copioni, né scenografie e non preparano prima i personaggi e le storie. ImproZapping consiste in una diecina di giochi teatrali e schemi di improvvisazione che toccano vari generi televisivi, cinematografici e narrativi. Spazia, quindi, dal comico, al poetico e all’ironico. Il titolo è Improzapping perché offre, appunto, una serie di brevi scene con un montaggio che ricorda lo zapping televisivo. E’ consigliato vederlo e rivederlo più volte perché è ogni sera diverso e imprevedibile.
Giuseppe Ciciriello di Ceglie Messapica, già attore della Compagnia dell’Altopiano di Formigoni e ora della cooperativa Archelia, ha avuto una recente esperienza cinematografica nel nuovo film in lavorazione della Fluid Video Crew di Davide Barletti già nota per la docu-fiction Italian sud-est. Giuseppe Vitale, nativo di Ceglie e residente a Oria ha lavorato nel film L’amore ritorna di Sergio Rubini, ha lavorato per due anni come formatore per il Teatro della calce di Ceglie ed è stato appena ingaggiato da Scenastudio di Lecce per una nuova produzione su Beckett che partirà a settembre.
ImproZapping è una produzione dell’associazione culturale Progetto Gurdulù: è un’associazione di cinque persone che operano nei settori dello spettacolo, del teatro e delle imprese.
Costruire spazi ludici e plurifunzionali
24 giugno 2007
Intervista all’ingegnere Pasquale Suma
Come è nata la sua collaborazione disinteressata con la scuola?
Sono stato invitato, quale presidente dell’Associazione “Amici della musica”, ad esprimere un parere in merito alla lettura del territorio che la scuola del I Circolo aveva presentato nel Piano dell’Offerta Formativa. Dal dibattito tra gli attori sociali presenti al tavolo è emersa la crisi della società cegliese da me pienamente condivisa e l’urgenza di educare alla cittadinanza attiva, piena e consapevole. Come esperto del settore urbanistico ho dato la mia disponibilità a supportare i ragazzi nella lettura del tessuto urbanistico cegliese.
La ricerca-azione sviluppata può essere presa a modello anche per l’elaborazione degli strumenti urbanistici?
Certamente! Tenendo presente infatti che gli strumenti urbanistici hanno incidenza sullo sviluppo socio-economico della comunità, è doveroso che i cittadini, ad ogni livello e fascia di età, vengano chiamati a progettare il futuro della propria città. In questo senso la metodologia dell’ascolto e la condivisione della proposte risulta essere la più democratica. Credo, inoltre, che solo attraverso la partecipazione e, partendo dalle esigenze dei bambini sia possibile cambiare il volto di una città. Le idee dei bambini, se ben interpreatate, sono ricche di contenuti.
Come è possibile pensare di costruire una città a dimensione dei bambini?
Utilizzare il parametro costituito dai bambini significa fare in modo che ogni azione intrapresa sia a favore di tutti i cittadini, nessuno escluso, bambini, anziani, diversamente abili o temporaneamente inabili. Coinvolgere i bambini, che sono la ricchezza di una comunità, significa pensare ad una città dotata di spazi a loro dimensione, di spazi ludici e plurifunzionali. Il bambino può essere considerato come l’archetipo di qualsiasi cittadino, quello forse più soggetto a soffrire dei disagi di spazi anonimi e asettici.
Cosa l’ha colpita particolarmente coi bambini e gli operatori scolastici?
Sono stato favorevolmente impressionato dall’attenzione e dalla sensibilità degli operatori scolastici verso il tema della crisi della nostra comunità e dalla forte volontà di dare il proprio contributo attraverso l’educazione alla responsabilità, al protagonismo attivo e alla cittadinanza consapevole e critica. Il lavoro con i bambini mi ha molto affascinato, perché mi ha dato modo di constatare ancora una volta quanto essi siano capaci di intuizioni e originalità.
Quali altri interventi si potrebbero progettare per il recupero del tessuto urbano e del centro storico in particolare?
Il nostro centro storico è particolarmente povero di aree attrezzate a verde destinato a momenti ludici dei nostri piccoli. Tenendo presente ciò, si potrebbe cominciare dall’individuare, quartiere per quartiere, i possibili spazi da riqualificare e, attraverso il coinvolgimento dei cittadini progettare e realizzare spazi pubblici a misura d’uomo.


