Musica da “Sentire”
31 maggio 2007
La serata del 6 maggio scorso che ha visto al Teatro Comunale l’esibizione del coro “Don Tonino Bello” diretto dal Maestro Salvatore Pappagallo’ ,e’ stata l’occasione per ricordare la bella figura di Padre Antonio Perrone, passionista che ha operato lunghi anni a Ceglie, scomparso giusto un anno fa e verso cui l’Associazione “Caelium” si sentiva in debito di riconoscenza essendo egli stato in vita amico delle iniziative patrocinate.
Nei primi anni della stagione musicale, infatti, tanti ricorderanno che proprio la chiesa dei P. Passionisti in via San Paolo della Croce ospitava le serate con lodevole sforzo creativo.
Una celebrazione liturgica officiata dal parroco di San Rocco don Angelo Principalli, dal Superiore provinciale dei Passionisti e da don Michele Elia ha aperto la serata che si è conclusa poi con l’ascolto partecipe di pezzi tratti da opere tra gli altri di Palestrina e Mozart.
Approfittiamo inoltre di questo spazio per segnalare una originale iniziativa che ha visto in sinergia il Comune di Ceglie Mesapica con l’Associazione Caelium: si tratta del cd “Solinsieme” che ha come interpreti il contrabbasso di Paolo Damiani e il pianoforte di Vittorio Mezza.
La registrazione, live, del concerto inaugurale della scorsa stagione prevede musiche di Pat Meteney, Ornette Coleman e Theolonius Monk.
Concludendo, ci preme dar notizia del concerto del 3 giugno prossimo quando, in occasione della chiusura della stagione 2007, sarà possibile ascoltare uno dei pianisti più importanti del panorama internazionale, Bruno Canino. Un’opportunità unica, e non solo nella nostra città, di sentir risuonare attraverso la sua interpretazione il concerto per pf. e orch. K 414 di Mozart, con il Doppio di Mendelssohn per vl. e pf. con la giovane figlia del Maestro, Sara.
L’orchestra da camera “Caelium”, sempre diretta dal suo fondatore Maestro Massimo Gianfreda, si esibirà inoltre nelle antiche arie di Ottorino Respighi.
Una musica tutta da ascoltare.
Nicola Santoro
La storia delle biblioteche a Ceglie
31 maggio 2007
Torniamo alla storia recente. Dopo l’Unità d’Italia, sia pur lentamente, l’esigenza di istruzione cresceva anche tra le nostre classi popolari. A farsi promotore di una iniziativa per quei tempi rivoluzionaria fu l’insegnante elementare nonché insigne poeta Giuseppe Elia (1853-1910), che ebbe un ruolo notevole nella vita culturale di Terra d’Otranto. Dalle colonne del periodico da lui fondato e diretto, “La Scuola Laica”, diffuse un pubblico appello a favore delle donazioni, cui aderirono docenti e privati cittadini, tanto che in brevissimo tempo la sua biblioteca, aperta al pubblico nel Castello Ducale sin dal 1875, raccolse quasi quattromila volumi. La sua fu una singolare figura di educatore, permeata di valori sociali di stampo umanitario che, negli orari lasciati dal suo mestiere di insegnante, si produsse instancabile nella mansione di primo bibliotecario di una struttura regolarmente aperta al pubblico nel nostro paese.
Esperienza, però, isolata la sua, in quanto osteggiata da tutti dopo la morte dell’allora sindaco Giuseppe Elia (1886), suo omonimo ma non parente. Vogliamo qui ricordare in proposito proprio ciò che ebbe a dichiarare: “…il primo compito della vostra Amministrazione era di accorrere ai bisogni morali di questa popolazione. Signori, duolmi dirlo, e tacerlo tradirei la verità, abbenché dura verità. Il nostro popolo ha fame di sapere perché lasciato sempre nell’ignoranza che ha imbastardito la mente ed il cuore, lasciandogli solamente libero da qualunque ritegno l’istinto a delinquere”. Ancora più significativo un altro passo: “…Signori se avessi dovuto fare da me solo nell’Amministrazione, le migliaia di lire impiegati in opere stradali, avrei forse preferito impiegarle ad approntare rimedi alla cancrena dell’ignoranza, che ha conquiso, e tiene avvinto il cuore e l’intelletto della nostra popolazione. Voi o Signori, vedeste al pari di me questa piaga cancrenosa, e foste solleciti ad accettare le proposte di allargare la pubblica istruzione elementare, unico e solo rimedio, che può arrestare e distruggere il suo parassita incremento; e perciò ci facultaste a stabilire quattro classi maschili e femminili”. La conclusione del discorso del sindaco Elia sembra un’esortazione dei nostri giorni: “Votando le scuole elementari e tecniche, la costruzione del Teatro, avrete votato la luce che fugherà le tenebre, e il mezzo più potente a lacerare l’abito della rozzezza: colle prime voterete le arti liberali e la scienza applicata; col secondo l’insegnamento pratico del galateo, e la moderazione delle passioni. Il vostro voto affermativo soddisferà la mia ambizione e la meta a cui aspiro; ed allora sarò lieto, lietissimo di abbandonare questo posto, ed esortare i miei successori a fare di più di me e meglio di me – il Sindaco Giuseppe Elia -.
L’esperienza del poeta Elia terminò nel 1895 e non fu proseguita da nessuno. I volumi raccolti dalla sua solerzia, alla sua morte furono donati alle scuole elementari di Ceglie, in quel periodo non ancora istituzionalizzate. I più rari vennero da subito alienati, gli altri depositati in bui scantinati dove in parte furono distrutti e dimenticati. Altre centinaia di opere vennero recuperate alcuni anni or sono dall’allora Dirigente scolastico del II Circolo Didattico Giovanni Semeraro, e costituiscono, oggi, il nucleo storico della biblioteca scolastica intitolata alla maestra Giacomina Garzone, nucleo che ingloba anche il lascito della maestre Adele Elia e Maria Fontana Ricci.
Bisogna giungere fino agli anni Sessanta del secolo scorso per assistere alla nascita di un vero Centro di Lettura deciso dal collegio dei docenti dell’allora unico Circolo Didattico, punto di incontro per i giovani e per quanti avevano voglia di leggere. La sede era in via Ospedale Vecchio e bibliotecari ne furono, oltre già citato insegnate Epicoco, Pietro D’Ippolito e Orazio Bellanova. Esperienza, questa del Centro di Lettura, con una dotazione libraria di appena mille volumi, ma significativa in una realtà che nulla aveva fatto per conservare le sue memorie storiche come Ceglie.
Ma ai nostri giorni qual’è la situazione? Siamo l’unica città della provincia dove, se esiste nominalmente una Biblioteca Comunale, di fatto essa è completamente assente dal tessuto sociale e culturale della comunità e, cosa gravissima, dai pensieri di tutte le amministrazioni comunali, di ogni colore, che si sono succedute alla guida della città. La Biblioteca, anonima,senza neanche un nome che la identifichi e priva addirittura di un atto ufficiale di costituzione. Uno dei pochissimi atti ufficiali di una certa rilevanza che interessa la Biblioteca comunale è la delibera della Giunta Municipale n. 109 del 2.3.1982 ad oggetto: “Approvazione schema statuto Biblioteca Comunale”si tentò di dotare la biblioteca di un proprio Statuto, ma anche questo atto non ebbe alcun seguito. La dotazione libraria è composta da pochissime migliaia di volumi in massima parte provenienti dalla donazione del nostro poeta Pietro Gatti. Mancano personale e mezzi, del tutto assenti strutture ricettive e strumenti didattici: non ne parliamo, poi, per quanto riguarda i nuovi ausili informatici. Il pomeriggio di buona parte della settimana è addirittura chiusa e le volenterose persone che vi lavorano non dispongono dei mezzi culturali adeguati per fronteggiare la causa. Abbiamo scritto più volte in merito, ma siamo sempre stati inascoltati. La situazione in cui versa la Biblioteca Comunale di via Paolo Chirulli è disastrosa. E’ quasi inutile ritornarci sopra. Ci permettiamo di lanciare un ultimissimo appello visto che in essa è depositato il lascito del prof. Cataldo Agostinelli. I cimeli sono stati quasi tutti rubati: ci restano solo i libri e i preziosi manoscritti, documenti che farebbero la fortuna dei più importanti centri specializzati nel mondo ma che, ed è da non crederci, sono stipati senza nessun inventario in una anonima stanza che toglie loro la vita. Un’altra osservazione: negli altri comuni a noi vicini, di solito la biblioteca ospita anche il deposito dell’Archivio Storico Comunale che viene messo a disposizione di studiosi e cittadini. Ma a Ceglie, quel che resta di questo Archivio è disperso in mille rivoli e, ad ogni aggiustamento della sistemazione dei locali del Municipio, o durante i traslochi, se ne perdono pezzi preziosi. Perché i nostri consiglieri comunali e amministratori ogni tanto non vanno a visitare le biblioteche di Ostuni, Mesagne o Latiano? A pochi chilometri da casa nostra esistono infatti piccoli modelli di gestione che potrebbero almeno essere imitati.
Continuando la disamina vi sarebbero da citare le biblioteche scolastiche dei due Circoli didattici, quella della Media “G.Pascoli” e dell’Istituto Superiore “Cataldo Agostinelli”. Tra le private da segnalare quelle degli storici “G.Magno”, ora del figlio prof. Pietro e quella del prof. Gaetano Scatigna Minghetti e quella di Mons. Antonio Suma. Ma, sicuramente la più importante tra le biblioteche cittadine, aperta al pubblico da dieci anni risulta essere quella di proprietà di Michele Ciracì, con annessi fondi documentari di primaria importanza che spaziano dal XII secolo fino ai giorni nostri. Notevole risulta la sua fototeca che continuamente fornisce materiale di supporto ai molti volumi da lui prodotti sulla storia locale e al mensile Ceglie Plurale.
La situazione aggiornata è questa. E’ necessario invertire la rotta. L’Amministrazione per prima, ma anche il privato e in sinergia tra loro, devono affrontare le carenze attuali approntando un serio progetto di riqualificazione, investendo risorse umane e soprattutto economiche per istituire una Biblioteca comunale che risponda alle mutate esigenze di una collettività che reclama servizi culturali efficienti, strutture e mezzi tecnici idonei a soddisfare le richieste dei cittadini.
La sfida dei nostri amministratori dovrebbe essere quella di “costruire” presto una biblioteca e un Archivio storico degno di una Città al passo con i tempi.
Nicola Santoro
Lettera aperta al Sindaco di Ceglie Messapica
30 maggio 2007
Noi disoccupati cegliesi non abbiamo bisogno della “bacchetta magica” per poter lavorare bensì di risposte immediate ed azioni concrete da parte degli amministratori.
In riferimento all’incontro avuto con Lei signor Sindaco, svoltosi in data 9 u.s. che ha trovato eco anche sulla stampa e dalle emittenti televisive e sulla base rilasciata dal Sindaco Pietro federico, il Comitato Spontaneo dei Disoccupati cegliesi, ritiene indispensabile approfondire le dichiarazioni rilasciate, formulando alla S.V. alcune semplici domande, sicuri che ad essere saranno date risposte esaustive:
Sindaco, Le risulta che alcuni comuni della provincia di Brindisi hanno presentato progetti di finanziamento per sviluppare le città della Regione Puglia e così dare la possibilità di reinserimento lavorativo dei disoccupati?
Perché il nostro Comune predilige cooperative esterne alla nostra comunità invece di far lavorare gente del posto e diminuire così la disoccupazione nella nostra città?
Perché quando queste aziende esterne si aggiudicano una gara d’appalto non si pone come condizione l’assunzione di una percentuale di disoccupati cegliesi?
Ci spieghi come mai gli imprenditori locali, dopo aver presentato proposte valide e utili per la nascita e lo sviluppo di solide realtà in grado di creare nuove opportunità di lavoro, si sentono costretti a dover portare queste potenzialità di sviluppo nei paesi limitrofi, dove sono accolti a braccia aperte, in quanto portatori di sviluppo, ricchezza e opportunità di lavoro?
Quale è la reale situazione Cegliese dei disoccupati?
Per le categorie protette cosa avete intenzione di fare?
Perché l’Amministrazione comunale non collabora con Enti e Istituzioni che sono in collegamento con la borsa del lavoro nazionale e regionale?
Perché in alcuni comuni limitrofi gli amministratori comunali si sono prodigati e si sono assunti responsabilità e doveri verso coloro che sono meno fortunati, creando possibilità di insediamento di piccole attività produttive e quindi nuovi posti di lavoro, mentre a Ceglie niente si muove?
A queste semplici domande attendiamo risposte.
Sindaco, non bisogna sottovalutare i problemi e le conseguenze che crea una disoccupazione diffusa nel nostro Comune, è una tragica e drammatica situazione che crea disagio ed è una delle conseguenze che porta più delinquenza, disagio e degrado.
Secondo noi, Lei dovrebbe abbandonare illusioni e fantasie, perché è pur vero che non possiede la bacchetta magica per creare posti di lavoro, ma un suo impegno può aiutare concretamente la nostra amata città.
La bacchetta magica, in altre città, di chiama semplicemente volontà!
COMITATO SPONTANEO DEI DISOCCUPATI CEGLIESI
Masseria Fragniti
29 maggio 2007
Nella platea del 1830 della Casa ducale di Ceglie Messapica è compresa tra i beni della
famiglia Sisto y Britto, a quell’epoca ormai da parecchi anni ex feudataria per la legge muratiana eversiva della feudalità, anche la masseria Fragniti.
Tra le molto consistenti proprietà dei duchi questa si distingueva per essere uno dei complessi più interessanti sotto il profilo tipologico, nonché fra i meglio attrezzati e più produttivi dell’intero territorio comunale.
Il fitonimo Fragniti riporta immediatamente al tipo di vegetazione arborea prevalente su questi terreni, ossia al fragno (Quercus tra/ano), che dominava incontrastato. Nel medesimo tempo ragguaglia sui caratteri delle trasformazioni agrarie dell’intero territorio del Mezzogiorno d’Italia nella seconda metà del XVIII secolo, a opera della nuova dinastia ascesa al trono.
Sin dal 1734, infatti, nei regni di Napoli e di Sicilia si era insediato un esponente dell’antica stirpe dei Borbone, il giovane Carlo, il quale dopo un governo non sempre saggio e illuminato, secondo l’orientamento della più accreditata letteratura storiografica contemporanea, nel 1759 passerà sul trono di Spagna, assumendo l’ordinale di terzo e collocando su quello di Napoli il figlio terzogenito, FerdinandoIV.
Questa struttura masserizia, come si legge nella citata platea, era composta da abitazioni sottane e soprane, lamioni, case separate per la mercé site nell’atrio, cortile chiuso da portone con forno sotto l’arco dello stesso, porta sita a tramontana, che guarda l’aje, corti, giardini, vasi di acqua con alberi quasi tutti di fragno, di ulivi, e pera dispersi, oltre di una chiusa interamente ulivata di alberi circa numero 274.
Già nel 1744 la masseria apparteneva alla Casa ducale di Ceglie; in seguito fu venduta ai
Domenicani del convento di Ceglie, com’è riportato nella platea delle proprietà di questi
religiosi, cominciata a redigere sin dal 1744 da Pietro di Summa di Francavilla e continuata nel 1762 da Giuseppe di Muri pubblico agrimensore, proveniente dalla stessa città.
Il 7 agosto del 1809 veniva promulgato nel Regno di Napoli dal re Gioacchino Murat il secondo decreto di soppressione di alcuni ordini religiosi. Aveva, così, effetto il contestuale incameramento da parte dello Stato dei beni ecclesiastici per sottrarli alla cosiddetta mano-morta e favorirne una razionale ridistribuzione fra le classi proletarie.
II convento dei Domenicani di Ceglie, che era stato un centro di alta cultura teologica, seguì
la sorte di altre case religiose della diocesi di Oria. I padri furono costretti ad abbandonare
la propria dimora e un patrimonio eccezionale, permeato di fede, di arte, di cultura. L’ annessa chiesa conventuale, dedicata a san Domenico, rimase aperta sotto la giurisdizione del locale Capitolo, in quanto dichiarata necessaria al culto.
Gli scopi sociali alla base di questa spoliazione non furono, comunque, per nulla raggiunti, in quanto, come scrive Carmelo Turrisi, l’azione del governo d’incorporare i beni del patrimonio regolare non favorì in realtà il sollievo della classe bisognosa, ma servì ad accrescere la potenza economica dei ricchi e della classe intermedia borghese, come risulta anche dalla lista di alcuni compratori dei beni religiosi di Ceglie Messapico.
Tra gli acquirenti figurò, infatti, anche il duca di Ceglie Raffaele Sisto y Britto, che in questo modo rientrava in possesso con gli altri beni anche della masseria Fragniti, ripristinando
in una certa qual misura l’antico patrimonio della famiglia feudale.
Dalla platea ducale si ricava che la masseria dopo varie vicende pervenne alla Cassa di ammortizzazione. E finalmente da questa venduta al prelodato signor don Raffaele in detto anno 1832. Dallo stesso finalmente è stata ristaurata, e posta in diverso aspetto, migliorandone la sua condizione tanto nel fabricato, corti, giardini, ed aja, che nella estensione delle mura a crudo detti comunemente paredi e coltivo degli oliveta.
La masseria, secondo la Tabella delle distanze, redatta per conto del Comune di Ceglie verosimilmente verso la fine del XIX secolo e oggi conservata presso l’Ufficio Anagrafe, dista dal centro urbano 3,704 chilometri e si colloca tra gli assi viari che dalla città messapica conducono a Ostuni e a San Michele Salentino.
Vorrei parlarvi di mio padre e dei suoi 90 anni
24 maggio 2007
Il 26 maggio mio padre compie 90 anni. Auguri direte voi, ma per comunicazioni personali usa il telefono e non abusare di Ceglie Plurale. Sì, è un fatto personale, ma è così personale da essere poi un fatto dell’intera comunità.
Perché riguarda un padre, un vecchio, e un uomo, come si usava dire una volta, all’antica. Appartiene a tutti questo compleanno perché tocca ciascuno di noi, il nostro rapporto con i padri, la vecchiaia e il lavoro.
Mio padre è figlio unico e come dice mia madre: “i gigli unici sono tutti stuffusi, ed io sono il più piccolo di una famiglia non numerosa (5 persone) dalle antiche radici cegliesi. Pensate che mio nonno (Vito Pietro) è nato subito dopo l’Unità d’Italia (1867) era, quindi, contemporaneo di Garibaldi.
I vostri nonni vi raccontano della Seconda Guerra Mondiale, mio padre è nato in piena Prima, mio nonno avrebbe raccontato la Guerra d’Africa (1886-1894).
Mio padre è nato e invecchiato a Ceglie, salvo una breve parentesi a Corigliano Calabro (1929-1937) dove mio nonno si era trasferito, ha passato larga parte della sua vita (60 anni) nella sua bottega di falegname in Largo Osanna, 38. Ripete spesso a noi figli: io e vostra madre abbiamo lavorato 120 anni, ed oggi ci tocca una pensione di poche centinaia di euro!
Ma non è del suo lavoro che voglio parlarvi. Ma di un padre. Di un uomo di 90 anni che anche per questa festa non vestirà l’abito buono e sicuramente non accetterà che la famiglia lo festeggi, come sempre dirà: “cosa sono queste fesserie…”. Godrà un attimo di felicità insieme ai figli, nipoti e pronipoti. Il 26 sarà circondato dai suoi tre figli e da mia madre, ormai novantunenne che da ben 69 anni è al suo fianco.
Auguri e fatti vostri, insisterete voi. Ma non è così, non è la storia privata di un padre avanti negli anni, fa parte invece del nostro alfabeto elementare, dell’amore filiale, reso ancora più tenero dalla sua età veneranda e dl corpo fragile. Perché con gli anni si diventa evanescenti, leggeri, pronti per il volo.
Io vi confesso che quando penso alla famiglia penso a loro, alla famiglia da cui provengo, prima che a quella che ho formato, in questo aiutato da mia moglie, insostituibile braccio operativo e paziente compagna a cui ho delegato tutto e di questo gli chiedo scusa. Perché quella creata dai miei è una calda famiglia. Ho saputo essere un buon figlio? Ho paura di non essere un buon padre.
Sono qui per dirgli grazie. Non solo per l’affetto che mi ha dato, per l’educazione e il rigore morale che ha trasmesso ai figli. Con lui vedo il tempo curvarsi e il passato ritornare insieme al presente, vedo le cose positive che si trasmettono da padre in figlio, con un atto d’amore e di continuità.
Sono qui a dirgli grazie per la sua preferenza verso le posizioni scomode e quasi sempre perdenti (non è mai sceso a compromessi), per la sua candida inettitudine agli affari, alla vita pratica e alle furberie dei traffichini; la stessa inettitudine che temo di aver assimilato, mitigata dalle capacità contrattuali di mia moglie sempre pratica e parsimoniosa.
Grazie per la sua gentilezza d’animo e per l’ingenuità di fidarsi del prossimo che ci ha trasmesso e che ci disarma rispetto alle fregature della vita, rispetto ai parassiti ingrati, agli avvoltoi che anche lui, come noi figli, scambia per poveri passeri a cui porgere il cibo.
Generazioni che oggi hanno più di 60 anni, hanno imparato e amato il mestiere di falegname, grazie a lui. Il suo mondo è stato il lavoro e la musica. Conserva ancora oggi gelosamente la sua tromba comprata nel 1953 quando faceva parte della banda di Lanciano diretta dal maestro Lufrano. Ogni tanto la tira fuori dalla custodia ancora immacolata, la guarda, gli occhi si bagnano di qualche lacrima, ma non potendola suonare (gli mancano alcuni denti) la rimette al suo posto nell’armadio. Con mia madre solo un paio di volte nella vita, accompagnati dai figli, sono stati al mare, il viaggio più lungo a Roma da Militare e qualche settimana a Milano per lavorare, non sono andati mai in aereo. Ha guidato per pochi anni una 500 e una 126. Non ha mai trafficato in carte di credito, cellulari e macchine da scrivere. Ha conosciuto solo qualche cambiale, indispensabile per comprare il materiale che serviva in bottega e mai una non è stata pagata.
Mio padre è nato il 26 maggio 1917 e non oggi che ha 90 anni, ma sempre si sente a disagio, quando esce dalla sua casa per fare visita o pranzare con i figli (Natale, Capodanno e Pasqua) e vuole tornare presto a casa per rintanarsi nelle sue abitudini. Ma vorrei vederlo sempre più contento, col sorriso rinato, quello delle grandi occasioni, il matrimonio dei figli, la nascita di nipoti e pronipoti, la laurea dei nipoti.
Eppure lui diceva quando ero bambino, sarai il bastone della mia vecchiaia, ed io ero fiero e malinconico, mi rimpettivo per l’importante incarico. Ma, poi gli anni sono passati e non so se sarò un bastone adatto per stargli dietro, oggi, che la senilità lo assale.
Alla fine vi devo confessare, cari lettori, che vi ho preso in giro; ho scritto questo articolo fingendo che fosse un tema di grande importanza per tutti voi, invece no, ho approfittato, l’ho fatto solo per lui. Perché lo vedo commuoversi quando parla di suo padre e dei suoi nipoti. Voi direte: “è l’età che lo rende tenero, ma quella commozione lo rendono ancora figlio unico, piccole manie dei suoi 90 anni che segnano la vita di tutti noi.
Anche se un po’ triste, mi auguro che continuerà così per tanti anni e che non ci scambieremo mai le parti.
Auguri, papà.
Michele Ciracì
L’antica arte di preparare il sapone
1 maggio 2007
Fino a poco più di cinquant’anni fa nella nostra città strettamente legata alla produzione dell’olio d’oliva era l’industria del sapone, il cui commercio – riferisce in alcune sue ricerche Michele Ciracì – era legato da precise regole mercantili stabilite addirittura negli Antichi Capitoli, Statuti e Consuetudini dell’Università di Ceglie e redatti sin dalla seconda metà del XVI secolo. L’arte di confezionare e commerciare il sapone era un’attività molto antica e diffusa, come testimoniano i catasti e gli archivi antichi. Nel Catasto di Ceglie del 1748 sono registrati diversi contribuenti proprietari di “catare” (caldaie), in cui veniva cotto l’olio allo scopo di ottenerne sapone.
Tra il Settecento e l’Ottocento in paese erano addette alla fabbricazione del sapone una decina di famiglie.
Piccole botteghe e saponerie erano situate nella zona antica; ad esempio, sempre nell’antico Catasto di Ceglie si segnala nel Borgo la presenza di una saponeria accanto ad un trappeto (frantoio) appartenente alla famiglia Santoro, mentre un altro trappeto, detto “della saponeria”, di proprietà dei Greco era nelle immediate vicinanze del Convento dei Domenicani.
Si lavorava il sapone in locali appartenenti alle rispettive famiglie (quasi sempre sottani); le più conosciute erano i Di Oronzo e i Castellana, di cui possiamo conoscere la produzione attraverso una superstite documentazione pervenuta e racconti orali, come quelli della maestra Nenetta Castellana, oggi ottantenne, figlia del più rinomato “saponaro” di Ceglie. Giovanni Castellana era noto per la sua arte e perizia nel fabbricare sapone ben oltre i confini regionali. Nel 1913 fu l’unico imprenditore italiano a ricevere una medaglia d’oro e un diploma d’onore alla “Exposition Internationale du Modern Confort” di Parigi per aver presentato “un sapone unico e di grande qualità” ( cimeli ancora oggi custoditi gelosamente dalla figlia Nenetta).
La signorina Castellana riferisce che il padre era uno dei pochi a conoscere perfettamente i segreti per preparare a regola d’arte il sapone, che nella consistenza giusta e nell’aspetto doveva somigliare al miele. Il sig. Castellana a quei tempi era noto in tutta la nostra Regione per la lavorazione del prodotto e si avvaleva dei servizi di numerosi lavoranti, il più conosciuto era Pasquale Giordano, anche se l’ultima parola sulla preparazione dell’antico cosmetico spettava sempre a lui.
Per preparare la “lisciva” ci si serviva di alcuni prodotti naturali: cenere (quella più indicata proveniva dalla combustione di alberi di noce o di olivo) e calce; la cenere veniva mescolata con la calce in polvere in grandi vasi di terracotta, di circa un metro di diametro ed il tutto veniva battuto in continuazione, aggiungendo l’acqua necessaria per amalgamar eper bene cenere e calce. Il prodotto ricavato – come ci conferma sempre la signorina Castellana – era la lisciva; poi si metteva a cuocere insieme a dell’olio di oliva si girava e batteva il tutto con un pesto, aggiungendo di tanto in tanto dell’acqua. Il prodotto ultimo era sempre la lisciva.
Molte famiglie di saponari svolgevano il loro mestiere in soluzione di continuità da padre in figlio e per ottenere un sapone di alta qualità e diverso da quello prodotto da altri usavano formule segrete custodite gelosamente e ancora oggi sconosciute.
La cenere, fino agli anni ‘40-’45 del secolo scorso, era molto richiesta dai saponari; era frequente vedere in giro i raccoglitori o le raccoglitrici di questo prodotto, i quali con un asinello o con le bisacce a tracolla raccoglievano la cenere del camino o del braciere dalle massaie e si radunavano al grido: “u cinerare, a ci tene a cenere!” Chi forniva la cenere veniva ripagata da una “leccata” di sapone che gli addetti alla raccolta portavano stesa su una tavoletta di legno rettangolare con un lungo manico.
Durante la Seconda Guerra Mondiale la produzione del sapone artigianale venne proibita dal Regime, perché l’olio con cui si confezionava era richiesto per altri scopi.
Tuttavia, questo prodotto, indispensabile per la pulizia personale e per lavare i panni, in particolare dei bambini, venne prodotto di contrabbando, in alcune abitazioni in città, ma soprattutto in campagna, anche di chi non era “sapunare” per mestiere: usando olio d’oliva, soda caustica o cenere e farina si preparava il sapone che occorreva alla famiglia. Tale metodo di fabbricazione casalinga del sapone era articolato in una semplice successione di operazioni: si scioglieva la soda versandola nell’olio, si aggiungeva man mano la farina, girando continuamente con un’asta di legno per meglio amalgamare i componenti e creare una specie di “pasta” che si lasciava riposare per alcuni giorni e poi si tagliava a pezzi.
Il professore Gaetano Scatigna Minghetti, ricorda bene gli ultimi discreti e riservati artigiani saponari di Ceglie. Racconta come, da bambino, fosse ammaliato dal delizioso aspetto del sapone che a prima vista sembrava marmellata e dal profumo che emanavano i preparati destinati a divenire sapone; molte volte era tentato dal mettere le mani in tali emulsioni dal colore dell’oro lucente e dall’assaggiarle, nonostante sapesse che erano prodotti tossici e assolutamente non adatti da ingerire.
Prima di terminare questo articolo, un’ultima curiosità. La signorina Nenetta Castellana, racconta come il padre, dopo aver preparato il sapone, prima di mettere a riposare l’emulsione lo assaggiava con la punta della lingua; tuttavia dopo anni di “assaggio” era diventata insensibile, ed era costretto a rivolgersi alla moglie, per capire se la poltiglia preparata era destinata a diventare un ottimo sapone in grado di competere sui mercati nazionali, se vi erano delle imperfezioni, o il sapone era troppo acido o molle; egli era sempre in grado di correggere l’errore in corso d’opera. La ricetta che propongo ai lettori su come si confezionava artigianalmente il sapone mi è stata, invece, dettata da Pietro Maggiore, decano dei Geometri della Provincia di Brindisi che, dopo cinquantacinque anni esercita ancora con successo la sua professione; la professione in tutti questi anni lo ha portato a conoscere e frequentare persone di tutte le età e condizioni sociali, immagazzinando conoscenze, segreti e tradizioni della millenaria civiltà cegliese.
Pietro Maggiore è, quindi, un pozzo al quale attingere curiosità, notizie, avvenimenti, termini dialettali e conoscenze del lavoro contadino, ma è soprattutto un esempio di umanità e professionalità a cui noi giovani dobbiamo ispirarci e guardare con rispetto.
“Ricetta del sapone prodotto con metodi artigianali e naturali” (per gentile concessione del Geometra Pietro Maggiore)
INGREDIENTI:
1) Cenere abbondante ripulita e setacciata (meglio se proveniente dalla legna di olivo);
2) Olio di oliva in quantità necessaria (anche forte);
3) Vaso di terracotta o recipiente in legno con un foro sul fondo.
PROCEDIMENTO:
1) Cenere abbondante ripulita da eventuali pezzetti di carbone;
2) Versare la cenere nel recipiente;
3) Versare dell’acqua fredda molto lentamente e girare continuamente la poltiglia;
4) Raccogliere l’acqua che esce;
5) Versarla in un apposito contenitore, aggiungendo l’olio in quantità necessaria per far amalgamare il composto, in rapporto di 1 litro di olio ogni 5 litri di acqua filtrata (lisciva);
6) Mettere a bollire a fuoco lento;
7) Durante la bollitura mescolare il prodotto girando sempre in un senso;
Quando il composto ha raggiunto una densità consistente, tipo crema pasticcera, spegnere;
9) Versare il composto caldo negli stampini.
N.B. Se alla fine il composto non risulterà molto denso, va fatto raffreddare, va versato in un grande contenitore e chiuso ermeticamente.
Tale sapone, secondo Maggiore, è adatto alle persone che hanno la pelle sensibile e soffrono di allergie ai saponi in commercio ai giorni nostri.
A seconda del filtro che si usava sul fondo del recipiente – riferisce sempre Maggiore – si ottenevano diverse gradazioni di colore: per esempio, se si usava un filtro di stoffa, si otteneva un colore ambrato, mentre se si usava come filtro la paglia d’orzo o di fieno, il colore del preparato era più dorato.
Ringrazio per le notizie e le testimonianze Michele Ciracì, il professore Gaetano Scatigna Minghetti, la maestra Antonia Castellana ed il geometra Pietro Maggiore.
Domenico Barletta


