Le identità perdute

31 marzo 2007

Abbiamo voluto intervistare il Dirigente scolastico del I° Circolo dott.ssa Maria Mingolla perché la sua scuola si è resa protagonista di un interessante lavoro di ricerca/azione che ha coinvolto molte professionalità cegliesi nel tentativo di dare risposte ai tanti problemi che attanagliano la nostra comunità. L’idea originale è quella di ricostruire il “senso” e l’ “identità” della nostra comunità in un lavoro progettato in rete con una pluralità di agenzie educative.

Direttrice, perché la sua scuola ha voluto partecipare alla comunità i risultati della sua ricerca sullo stato della società cegliesi?
Poiché il Regolamento n. 275/99 sull’autonomia prevede che ogni scuola delinei il Piano dell’offerta formativa “d’intesa con il territorio” e con le agenzie in esso operanti, ci è sembrato nevralgico voler sottoporre all’attenzione di chi opera sul territorio, la lettura che noi operatori del I° Circolo abbiamo fatto della società attuale cegliese. Ciò con lo spirito di voler condividere alcuni punti di essa, correggerli se necessario, integrarli o modificarli. Il senso profondo di questa socializzazione è quello di creare degli interventi sinergici su persone – i cittadini di domani – che nel contempo frequentano la scuola, le associazioni di vario tipo e utilizzano i servizi esistenti in questo paese.

Da dove nasce l’urgenza di una nuova e più puntuale riflessione sulla nostra comunità?
L’urgenza di riflettere insieme sulla comunità cegliese (che può valere, tuttavia, per qualunque altro paese) nasce prima di tutto dal ripetersi di alcuni episodi accaduti nelle scuole ascrivibili ad atteggiamenti diffusi di mancanza di rispetto delle cose pubbliche, di noncuranza del bene delle regole comuni; in secondo luogo, dal desiderio di dare gambe all’invito del Ministro G.Fioroni, il quale sollecita la scuola e la società a mettere al centro di tutto l’operato la persona e il suo diritto alla “cittadinanza attiva” in un mondo cui sappia padroneggiare i mille linguaggi esistenti.

Avete avuto un riscontro positivo da parte dell’associazionismo culturale cegliese?
Decisamente sì, è stato stimolante per me incontrare i responsabili di alcune associazioni musicali, alcuni giornalisti e storici del paese che, con disponibilità e forte interessamento al motivo dell’incontro, hanno vivacemente partecipato alle riunioni contribuendo con la loro esperienza e opinione, a curvare l’idea progettuale di massima in modo che ci sia un sentire e operare comune nella società attuale di Ceglie.

Ad una lettura attenta della premessa al vostro POF si nota preoccupazione sullo stato della nostra comunità, come mai?
La preoccupazione intravista deriva dal constatare, a detta di molti cittadini cegliesi con cui opero quotidianamente, che nel paese degli ultimi anni c’è una dispersione di talenti professionali e culturali, che le associazioni si imbattono in problemi di strutture, che diversi ragazzi non hanno punti di riferimento forti e validi per una crescita congeniale alla società che oggi, a Ceglie come in ogni dove, è diventata complessa, protesa all’individualismo e, sovente, poco incline verso il prossimo.

Concretamente l’incontro col mondo culturale cegliese cosa ha prodotto nell’immediato e che cosa potrà produrre in futuro? Una strada che lei ritiene percorribile e proficua?
Io sono fiduciosa che il cammino di condivisione per una cittadinanza attiva e per una crescita collettiva del paese cominciato meno di due mesi fa possa, con l’impegno gratuito di tutti coloro che ci credono, generare un sodalizio delle menti e una comunanza di intenti che rende più forte nelle azioni – anche semplici – più volitivi nel desiderare le mete – spesso ambite da tutti – e più consapevoli di ciò che insieme si può costruire … come dire… più si è meglio è! Nel futuro mi auguro che la strada tracciata porti fattivamente a recuperare le identità perdute di cittadini coinvolti, a creare una società più stabile nei legami, a sollecitare negli amministratori un’attenzione sempre più crescente al bambino e ai suoi molteplici bisogni che si possono manifestare nella scuola, in altre agenzie educative, nelle associazioni sportive e musicali, negli spazi vivibili della città, nei luoghi ricreativi.

Lei che proviene da Ostuni come vede la nostra comunità? Quali sono i suoi punti di forza e quelli di debolezza?
Io ho sempre riscontrato in tutti i cegliesi un forte senso dell’accoglienza, dell’ospitalità e attenzione ai bisogni immediati di chi deve inserirsi in un nuovo contesto. In particolare, nella scuola che dirigo da 8 anni ho trovato docenti per la maggior parte disponibili ad accogliere proposte, suggerimenti, idee e novità con forte senso del dovere e, direi non di rado, con generosa collaborazione e dedizione. Ancora ritengo che un altro elemento di forza di questa comunità sia la genuinità che si esplicita in forme di attenzione alle persone, nel desiderio di mantenere alcune belle tradizioni culturali, popolari, religiose, culinarie e, pensando ai bambini, in un caldo entusiasmo verso le diverse iniziative che si intraprendono. Tra i punti di debolezza annovererei la mancanza di strutture pubbliche organizzate e aggreganti che fa serpeggiare un malcontento abbastanza diffuso tra i cittadini; una tendenza alla delega riscontrata in talune circostanze di fronte ad alcuni aspetti problematici che si potrebbero risolvere meglio con il contributo di vari soggetti. Infine, in alcune occasioni, ho notato l’irrigidimento o il timore di chi, pur avendo talento e capacità professionali spiccate, si tira indietro dalla realizzazione di attività mirate per evitare, forse, invidie e dissapori e non alterare equilibri di qualche natura, rallentando, così la crescita della comunità tutta. Però non sono sicurissima che questi elementi critici appartengono esclusivamente, come corredo genetico, ai cittadini cegliesi…concedetemi il beneficio di una sottile incertezza!

L’altro novecento

30 marzo 2007

Questa Letteratura Italiana edita dalla Bastogi ha l’ambizione di ricercare i filoni tematici che sono alla base della ricerca poetica e letteraria del secondo novecento italiano al di fuori delle lobby accademiche e dei consulenti editoriali delle grosse case editrici che non sempre propongono il meglio della produzione letteraria e poetica. La Bastogi, da sempre, rivendica coraggiosamente un altro Novecento. Già in Poesia-Non Poesia, Anti-Poesia del Novecento italiano Vittorino Esposito scriveva: “…Al fondo delle mie riflessioni c’è la ferma persuasione che accanto al Novecento ben studiato e perfino ben reclamizzato, c’è un altro Novecento, non sempre “minore” eppure solitamente ignorato”.
Da qui parte la curatrice dell’opera Lia Bronzi nel tentativo di individuare le tendenze più significative, carsiche di questo Novecento sconosciuto. Per rimanere nel campo della poesia la Bronzi individua aree poetiche di ricerca che in molti casi hanno prodotto significativi risultati alle soglie del terzo millennio e che danno l’addio al novecento poetico. In poesia e narrativa il tema del viaggio diventa un vero cronotopo simbolo della condizione esistenziale dell’uomo del terzo millennio alla ricerca di un neoumanesimo. C’è nella nuova poesia la tendenza ad una scrittura metaforico-simbolica transitando nei topoi della memoria, dell’infanzia e dei luoghi.
Così come si registrano molte voci che percorrono una strada crepuscolare e surrealista. In altri autori è rintrecciabile la metafisica delle cose e questo processo genera una “Religiosità laica panica, ma anche animistica dove possono convivere Dio e la metafisica del “Niente” o “Nulla”. Nella crisi della modernità l’artista mira a cogliere la struttura complessa e dinamica delle verità contingenti e plurime di tutto quello che attiene il divenire storico e il “Logos” del mondo”. Gli autori vengono studiati dall’interno di questo movimento magmatico e poliprospettico.
Segue un saggio di Maria Grazia Lenisa che fa da sponda a queste letture sul piano della critica letteraria e poetica. Per leggere l’altro Novecento del terzo millennio che si affaccia occorre una strumentazione ermeneutica capace di analizzare e cogliere il nuovo che avanza. Strumento ermeneutico per eccellenza, per la Lenisa, è la “formatività comprensiva”. Per evitare di scadere nella parzialità del gusto estetico è indispensabile l’imparzialità e lo status ideale per il critico è l’ecletismo inteso come ideale per il ricercatore che, “aperto alla libertà dell’espressione poetica ne abbraccia ogni aspetto, cosa che spesso non accade, in quanto attorno ai critici ruotono gruppi di poesie, volti a fare tendenza, riuscendo ad essere tendenziali, appagando quel critico e dispiacendo quell’altro. Questo tipo di critica “settoriale” porta alla spaccatura della poesia in direzioni che non le sono proprie, poichè essa è rifiuto di direzioni di marcia”. Il critico deve così essere capace di individuare in un testo poetico: le parole chiave, gli stimoli sensoriali che contribuiscono alla formazione del corpo poetico e le strutture linguistiche e morfosintatiche.
L’opera si distingue anche perché, in genere, i lavori di ricerca tendono ad essere esclusivi, mentre questa poderosa ricerca è inclusiva, magmatica e dai canoni aperti che si concluderà con una seconda parte.

Vincenzo Gasparro

Quaremme

29 marzo 2007

Dopo molti decenni, quest’anno in Piazza Plebiscito è stato appeso il fantoccio di Quaremme e questo mi ha fatto ricordare cosa raccontava mia nonna alcuni anni fa. Per secoli, diceva, nelle principali strade della città, tra lo spazio temporale di 40 giorni, dalle Ceneri alla Pasqua, veniva appeso il fantoccio di Quaremme, vestito di nero e con la famosa conocchia tra le mani.
Molti significati si sono dati a questa antica usanza e a questa bambola fatta di stracci vecchi, i cegliesi l’hanno sempre identificata nella moglie dell’ormai defunto Carnevale.
Si accompagna, la vecchia, con la conocchia (fuso per filare la lana), un attrezzo  usato per dimenticare le pene sofferte per la morte del marito che, per settimane, l’aveva tenuta allegra.
In altre città del meridione, corredo della Quarantana è anche una patata dove sono state conficcate sette piume che rappresentano le sette settimane della Quaresima.
A Ceglie la variante è rappresentata invece da sette taralli (frisedde) che venivano tolte, una alla volta, alla scadenza della settimana, così da giungere alla Pasqua, con il fuso libero.
Come ricordano spesso gli anziani, ai loro tempi, questo periodo era caratterizzato da pesanti digiuni e severe penitenze. Era, infatti, vietato mangiare carne, ma solo baccalà, il sardone salato affumicato, le acciughe e qualche frutto, per purificarsi dalle lunghe feste del Carnevale.
Questa antica tradizione rappresentava anche un momento di incontri tra famiglie, in una comunità dove erano quasi assenti i luoghi di incontro dove socializzare.
Questo momento particolarmente austero veniva interrotto nella prima domenica di Quaresima, quando ad opera del più piccolo o anziano di casa, venica rotta la  pentolaccia: una antica pignatta ormai inservibile, riempita di cenere o di legumi. Era un’impresa rompere questa pignatta appesa al soffitto di casa e fatta penzolare per rendere più difficile l’operazione. La persona incaricata, bendata e fatta girare per far perdere l’orientamento veniva munità di un lungo bastone e buttava fendenti a destra e a manca per cercare di colpire la pignatta, chi la rompeva, poteva prendere il contenuto.
La terza domenica avveniva un altro macabro rituale, quello di mutilare un pupazzo fatto di stracci vecchi e riempito di paglia, mentre la domenica delle Palme, si portavano a benedire i rami di ulivo che venivano donati dai ragazzi alle proprie fidanzate o portati ad amici e parenti in segno di pace.
La notte Santa, quella che sanciva la fine della Quaresima, coincideva con la distruzione di Quaremme; il pupazzo veniva tirato giù e dato alle fiamme, tra urla, canti e balli e ci si preparava alla Pasqua e soprattutto a Pasquetta, giorno dedicato alla gita in campagna per fare la “scorcilaijove”

Aggregazione dei Blog cegliesi

28 marzo 2007

Feed RSSCeglie Plurale sta sperimentando, in queste ore, una nuova funzionalità che permetterà di avere in un’apposita sezione del sito tutti gli articoli pubblicati dai Blog cegliesi con il link all’originale. In questo modo saranno aggregati, in un’unica pagina ed in ordine cronologico, tutti gli articoli relativi alla nostra città, il cui contenuto rimane di proprietà di chi ne ha scritto la versione originale e saranno pubblicati solo previo consenso del gestore del blog.
Affinché ciò sia possibile è necessario che il sito/blog renda disponibile if Feed RSS, altrimenti non sarà possibile prelevare in modo automatico nessun articolo. Ulteriori dettagli tecnici saranno discussi con i possessori dei siti. A tal proposito invitiamo i nostri lettori a non inserire articoli che siano già stati pubblicati altrove.
Pareri e suggerimenti sono ben accetti.

Una città senza rumori

28 marzo 2007

Tra poche settimane arriverà l’estate con le belle giornate passate all’aperto, al bar o in qualche pub e con i soliti fastidiosi e incomprensibili rumori, molte volte segno veramente di poco rispetto per gli altri. In molti  paesi della provincia di Brindisi le Amministrazioni comunali hanno predisposto la zonizzazione acustica, con le relative classificazioni. Piani previsti  da una specifica previsione di legge del 1991 e una regionale del 2002 che impone ai Comuni la classificazione acustica del territorio comunale, attraverso classi omogenee, da quelle particolarmente protette fino alle aree dove deve essere acclarata la presenza di maggiore rumorosità.
La prima classe dovrebbe essere destinata alle (scuole, ospedale ecc.) dove la quiete dovrebbe essere assoluta e a seguire tutte le altre zone a ciuscuna delle quali dovrebbero essere associati dei livelli di rumorosità, al di sopra dei quali scatta la necessità di adeguamento o il divieto di di superamento di certi limiti ed orari. Essi possono essere di quattro tipi: limiti imposti alle emissioni acustiche, limiti di qualità e limiti di attenzione che sono dei limiti strategici a cui si dovrebbe estrinsecare un’azione di riqualificazione sotto il profilo ambientale del Comune.
Tutto viene disciplinato nel Testo Unico delle Leggi in materia di Pubblica Sicurezza (T.U.L.P.S. approvato con R.D. n. 773 del 18.1.1931 e ss.mm.) e nella legge 87/91 recante la disciplina sull’insediamento e attività di pubblici esercizi. Normativa che prevede anche sanzioni per l’inquinamento acustico DPCM, 1.3.1991 e legge quadro sull’inquinamento acustico n. 447/95, quando le emissioni acustiche o altro tipo di rumori sono talmente alte e continue da determinare inquinamento acustico  e problemi per la tranquillità e la salute dei cittadini.
E’ quindi essenziale che il nostro Comune al più presto si doti della zonizzazione acustica e predisponga un preciso regolamento per l’orario di chiusura e apertura degli esercizi e  sulla qualità degli intrattenimenti e soprattutto severe misure per combattere l’inquinamento acustico, che si protrae per mesi sia durante il giorno, ma anche e soprattutto la notte, che in alcune zone è davvero insopportabile per i cittadini, ed in particolare per le persone anziane che necessitano di riposo e tranquillità.
Certo, ogni esercizio deve poter svolgere al meglio il proprio lavoro nel rispetto del luogo e delle persone e quando questo manca, deve essere la pubblica amministrazione con i suoi organi di controllo a intervenire drasticamente e con continuità.
Ci auguriamo che la prossima estate porti tanti turisti, che i locali facciano il pieno, ma auspichiamo anche una stagione tranquilla con orari di apertura e chiusura prefissati e con un inquinamento acustico molto basso che consenta a tutti di dormire sonni tranquilli.

L’incalzante fruscio della morte in Pietro Gatti

27 marzo 2007

Ricordo perfettamente quella mattina di maggio del 1992 quando, seduto davanti al bar Milan, Pietro Gatti mi consegnò un poemetto, senza titolo, che di recente ho ritrovato rovistando tra le carte dei suoi lavori perfettamente rilegati in rosso, datati e autografati che aveva il gusto di donarmi in lettura in anteprima e che conservo gelosamente perché rappresentano il segno dell’amicizia che nutriva nei miei confronti. Era affaticato e la giornata già torrida.
Il poemetto si compone di 323 versi e a rileggerlo dopo tanti anni l’ho trovato di struggente bellezza. Il testo è annotato di suo pugno in corrispondenza di due nomi, Pietro e Giovanni, in calce alla traduzione in italiano. Del primo, noto politico democristiana dalla casa del quale aveva preso i Canti, annota: “Pietro: l’ins. elem. Pietro Maggi, al quale in gioventù sono stato legato con stretti vincoli di amicizia, di dimistichezza, poi allentati nel tempo per vicende diverse e divergenti di vita./Il libretto dei “Canti”: cm.12X8,5″; del secondo annota: “Giovanni: Giovanni Stoppa, con esercizio di vendita di giornali, di libri e d’altro in via Machiavelli. Buon frequentatore di libri”(per la precisione l’edicola era ed è locata in via Mercadante).
Il poeta esordisce “jete nu cunde de sta vita meje (è un rendiconto di questa mia vita). Sente incedere inesorabile la fine. Gli rimangono e si aggrappa agli affetti familiari: “Me ne stoche surene jinde case/de Mimme cu Mmechele i lle piccinne,/ cu Janne. Nu ggiurnale. Le rumanze… (me ne sto sereno dentro casa/di Mimma con Michele e i ragazzi/con Anna. Un giornale. I romanzi:…
Si lascia trasportare dai ricordi felici, quando con i Canti tra le mani, passeggiava per la campagna e rimembra tutte le grandi figure letterarie che hanno costituito la base della sua formazione intellettuale, morale ed estetica. Intreccia e mescola questi richiami letterari con straordinarie descrizioni della natura e di tutti gli esseri viventi che la popolano: la lucertola, il fiore, la nuvoletta bianca, il battere dell’accetta dei potatori.
Il poeta si ritrvova in un’osmosi perfetta ed olistica con la natura che genera pace e serenità: “Nu sulénzie de pasce: na mascije (un silenzio di pace una magia). Questo rapporto olistico con la natura fa avvertire al poeta il senso della sua pochezza e finitudine. Rivede e mescola i suoi fantasmi letterari, i suoi eroi da Raskolnikov, al Principe Andrea, da Elena a Penelope e Dulcinea. Dopo una carellata di eroi classici intravede i “Sepolcri” e i cipressi e all’improvviso compare San Francesco “cu core quand’o munne” (col cuore grande quando il mondo). E’ quasi annientato tra una concezione immanente e una trascendente della vita. Qui il poema prende un andamento drammatico e struggente. Tornato a casa, dopo la passeggiata, trova l’adorata Nenetta malata e stanca. Il disfacimento psicofisico dà al poeta il senso della fine dell’addio. Con Nenetta che piange, piange pure il cielo e a lui appare “nu curciule” (un nidiace) piccolo, indifeso e dolente. Sente come una ragnatela di seta che l’avvolge e piano piano si appisola e ha ancora il tempo per sognare in tranquillità: “Nu nute a ‘nganne. Nu gnotte. Nu rembiande./ Na làcreme ind’o core. Nu ssegghiutte. (un nodo in gola. L’ingoio. Un rimpianto./Una lagrima nel cuore. Un singhiozzo).
Il poeta vive una pace cosmica, si sente sinolo immanente con la natura, non cè traccia di una consolazione trascendente e la santità è avertita come grandezza del cuore. Ci avverte: “Nu bbisse dèbbele je sonde”. ( un abisso debole io sono). Ci resta solo il rimpianto la bellezza della vita che “Passe. Com’a fume” (Passa. Come il fumo). L’importante nell’addio è non avere rimorsi perché: “Mai c’agghje fatte u male apposutive” (Mai che io abbia fatto il male di proposito).
Ci lascia Gatti una grande lezione laica di rigore morale. Di lì a poco la sua parabola poetica ed esistenziale si concluderà con d’”epifania” della A seconda venute (La seconda venuta) e il poeta rivivrà l’esperienza che Kafka partecipò al suo amico Janouch “Cristo è un abisso di luce.Bisogna chiudere gli occhi per non precipitarvi”. Pietro Gatti nel suo ultimo poema attraversò questo abisso alla ricerca agostiniana di Dio.

Vincenzo Gasparro

Gruppo Speleocem

27 marzo 2007

Il periodo estivo è servito a riorganizzare la documentazione degli ultimide 5 anni, per metterlo a disposizione dei turisti e di coloro che non sono a conoscenza del nostro patrimonio carsico. Abbiamo esplorato ogni forma di cavità: grotte in superfice, sub-orizzontali preistoriche e storiche, frantoi e cripte, anche in pieno centro storico, ultima in ordine di tempo quella di via Muri, un’apertura al centro della strada, che ad una prima ispezione presenta uno spazio sottostante il piano stradale di circa 1,5 m., con un accenno di prosecuzione verso nord-est, un altro nel senso opposto in direzione del Palazzo di città.
Decidiamo con il gruppo composto da Elia Battista, Venerito Pasquale, di andare più in profondità. La giornata è splendida, un primo pomeriggio pieno di luce. Armati delle attrezzature necessarie ci caliamo dal foro d’ingresso molto stretto, rileviamo il cunicolo in direzione dell’ ampio parcheggio panoramico nella via suddetta, scendiamo oltre la strada e notiamo due aperture murate al di là della strada, presumibilmente si tratta della stessa condotta, sollevata la piastra posta provvisoriamente per chiudere l’ ingresso della voragine, mentre un componente controlla il cunicolo sottostante la strada, dall’altra parte si intravedono i raggi del sole che illuminano l’orizzonte del cunicolo. Scendiamo, per prima Pasquale, poi Battista a seguire gli altri. Arrivati in fondo percorriamo circa 12 metri in un cunicolo di 90 cm e alto 80, sino ad incontrare il crollo della condotta. Trattasi di un canale di scolo di acqua piovana che si interrompeva in prossimità dell’ arco.
Ritorniamo su e dopo aver soddisfatto la nostra curiosità. Ma la giornata di scoperte continuava in compagnia di due nuovi amici in contrada Circiello, dove ci era stata segnalata una nuova grotta. Con un badile puliamo l’ingresso obliterato dalla terra dove ci infiliamo con un pizzico di mistero. Scopriamo un cunicolo rettilineo di 10 m. con una larghezza di 90 cm e un’altezza di 90 con una volta particolare che continua e uniforme in cemento armato, in piena campagna? A cosa sarà servita? Possiamo fare solo delle ipotesi. Potrebbe essere stata utilizzata nel periodo bellico? Attendiamo risposte da chi è a conoscenza delle vicissitudini di questa grottella: Email: speleocem@libero.it.

Speleocem: Vito Amico, Conetta Leo, Giacomo Putignano

In mostra per tutto il periodo estivo, presso i locali della Pro Loco, e successivamente dal 10 al 20 agosto in C.so Garibaldi le foto e il rilievo tecnico che l’Associazione Speleologica Culturale no-profit Speleocem ha preparato nel corso dell’ultimo anno. Un viaggio virtuale patrocinato dal Comune di Ceglie Messapica, con il contributo di: Smile, Aviolamp, Banana Club, G Ori, Grex-ludi, Cibus, Colonìal cafè, Osteria Pugliese, revisioni Cbc, pizzeria Ritrovo, Capricciosa, Villa Kailia, Mobili De Leonardis, Movida, cartolibreria Pepe, Visual Planet , Euronics Point.
A Speleocem presente dal 2001 e ufficialmente costituita nel gennaio scorso, si deve la scoperta di 10 nuove cavità che vanno ad aggiungersi alle 40 presenti nel catasto regionale, con lo sviluppo planimetrico e relative foto di ben 27 grotte e grottine racchiuse in 25 pannelli. Grotte che mostrano la polifunzionalità locale, dalle cripte Basiliane come S. Michele, a quelle naturali: Montevicoli e dei Messapi, quelle storiche, preistoriche , artificiali per l’estrazione del tufo, in più i meravigliosi frantoi ipogei e le voragini.
Speleocem ha inoltre fattivamente contribuito all’apertura delle grotte di Montevicoli, mettendo a disposizione dei visitatori le guide necessarie per scolaresche e i tanti visitatori che hanno potuto, finalmente, entrare nelle grotte chiuse da anni. La nostra Associazione è inoltre presente nelle riviste locali e scientifiche, un gruppo di lavoro che in 5 anni hanno suscitato l’interesse di quanti amano la speleologia, questi ragazzi: Antico Gianfranco, Altavilla Giuseppe, Argentiero Graziano, Argentiero Vito, Chirico Luigi, Demitri Domenico, Elia Battista, Greco Rosanna, Nacci Massimo, Palmisano Francesco, Venerito Pasquale, hanno saputo dare impulso ad una disciplina che solo da poco ha trovato una giusta collocazione nel panorama culturale cegliese. Speleocem espone in permanenza, tutto il materiale prodotto presso lo sportello del turismo in Piazza Plebiscito.

Jasò a vocc’ da sobb’ allu muccon’…

26 marzo 2007

 

U mbiern’ cant’ XXXIII
(U cont’ Ugolin’)

 

Jasò a vocc’ da sobb’ allu muccon’
cuddu dannat’, azziccann’ pi capidd’
a cap’ ca da gret’ strazzav’ a muzzicon’….

 

La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.

Approvazione del bilancio di previsione 2007: maggioranza assente!

26 marzo 2007

In occasione della seduta consiliare del 25 marzo, con all’ordine del giorno l’approvazione del bilancio di previsione 2007, la giunta di centrosinistra di Ceglie Messapica ha dimostrato di essere disattenta, priva dei numeri necessari nelle occasioni importanti e di caratterizzarsi per la litigiosità. Infatti, il consiglio Comunale è stato sospeso a causa della mancanza del numero legale dovuto a varie assenze nella maggioranza.
I consiglieri di minoranza hanno assicurato, con partecipazione costruttiva e con grande senso di responsabilità politica l’approvazione dei primi 11 punti in discussione allo scopo di consentire:

1) La realizzazione del locale istituto alberghiero, che ha risentito di due anni di ritardo nell’inizio dei lavori a causa della negligenza delle giunte Federico ed Errico;
2) L’approvazione del regolamento per lo sviluppo del Centro Storico che ha visto l’adozione di significativi emendamenti, proposti dai gruppi di AN, FI e Lista Magno, come la come le riduzione per tre anni dell’aliquota ICI al 2,75 per mille.

Tuttavia, la minoranza, per protestare contro l’aumento di tasse per oltre € 500.000,00 sulle spalle dei cittadini cegliesi, ha abbandonato l’aula, mettendo a nudo la debolezza di una maggioranza che, come per il governo Prodi, si distingue solo per la volontà di tassare i cittadini.
I gruppi consiliari di minoranza, nell’esercizio del proprio ruolo di opposizione, si batteranno con qualsiasi mezzo affinché vengano annullate le delibere relative alla triplicazione dell’addizionale IRPEF, nonché quelle relative agli aumenti dei servizi cimiteriali, dell’illuminazione votiva, dei servizi scolastici, dell’assistenza e della mensa per gli anziani, del trasporto scolastico ed urbano, dell’addizionale ENEL, dei diritti sulle pubbliche affissioni, tutte tasse che la città, investita da una grave crisi economica, non può sopportare.

I consiglieri comunali della minoranza:
Ciro Argese
Nicola Ciracì
Cesare Epifani
Pietro Magno
Franco Nigro
Angelo Palmisano
Vito Santoro

Masseria Casamassima – seconda parte

26 marzo 2007

Continuazione dell’articolo Masseria Casamassima.

Anche questo complesso masserizio ha vissuto momenti particolarmente tempestosi dopo la conclusione positiva del processo unitario nazionale. Negli anni in cui bande organizzate di briganti, come con interessata faciloneria sono stati bollati da una certa storiografia ufficiale quanti nel Mezzogiorno d’Italia non si rassegnavano al crollo del regno borbonico a favore dei piemontesi Savoia, scorrazzavano per le nostre contrade, razziando e depredando.
Fra gli esponenti di spicco del brigantaggio pugliese e salentino c’era, com’è noto, Pasquale Domenico Romano, figlio del capraio Giuseppe e di Anna Concetta Lorusso, filatrice, meglio conosciuto come il Sergente Romano di Gioia del Colle.
Gerarchicamente subordinato al Romano, fu l’esponente più considerevole del brigantaggio brindisino: Giuseppe Nicola Laveneziana di Francesco, detto Figlio del Rè, di Carovigno.
A lui si affiancava Francesco Monaco di Ceglie. Un uomo della plebe, d’indole perversa, cresciuto nei lupanar!, rotto a tutti i vizi e poscia brigante, ladro, sanguinario, che andò incontro alla morte per ragioni amorose, anziché politico-militari, come sarebbe stato più ovvio. Invaghitesi della giovane Domenica Rosa (detta Menica) Martinelli di Donato, ventenne, contalazzo di masseria Casamassima. Dina, di Ceglie, la condurrà con sé e, per questioni sorte a causa di lei con i compagni, verrà ucciso sul finire del gennaio 1863.
L’episodio, che qui si riferisce, si verificò in immediata successione temporale fra le masserie Casamassima e Sardella. Fu, se si vuole, decisamente irrilevante, anche se piuttosto enfatizzato per dare colore ad una serie di vicende di per se stesse insignificanti che servivano, però, a giustificare la spietatezza degli interventi delle truppe governative contro i briganti. Questi, a ben vedere, mostravano una dose alquanto patente d’ingenuità; e quelli, invece, che cercavano di facilitare il compito alle bande armate che combattevano per la causa del deposto Francesco II di Borbone, si limitavano alla semplice omertà.
Il 30 settembre (1862) fu la volta di queste due masserie (Sardella e Casamassima), site tra San Vito e Coglie e condotte infitto da Francesco Mastro fu Tommaso di Ceglie. Vi giunsero in tredici… a cavallo, armati di schioppi… mal vestiti alla paesana, con cappelli in testa da villani… A Casamassima adocchiarono un cavallo che non presero perché cieco. Ma nell ‘allontanarsi, incontrata la vettura condotta da Francesco Bemardo, requisirono la giumenta. Si diressero, quindi, verso Palagogna. Tra quella gente fu riconosciuto Francesco Monaco che, nella masseria Sardella, aveva chiesto da bere acqua.
In quello stesso anno 1862 muore a Napoli, in seguito a malattia, don Raffaele Sisto y Brit- to, ultimo esponente della casata, duca di Ceglie e sindaco della città dal 1827 al 1829. Questi, non contando eredi prossimi, aveva designato quali beneficiari del titolo ducale e delle residue proprietà burgensatiche del vecchio feudo gli esponenti della famiglia napoletana dei Verusio, già insigniti del titolo marchionale il 30 ottobre del 1798, per diretta concessione sovrana, e del titolo di duca di Ceglie per successione dei Sisto y Britto.
Casamassima era parte dell’ancora cospicuo asse ereditario trasmesso ai Verusio i quali, in seguito, hanno praticamente alienato quasi per intero il patrimonio, sì che oggi la masseria, dopo diversi passaggi di proprietà, risulta divisa nei terreni e nel corpo di fabbrica, in tré quote principali, delle quali, due intestate ai cugini Caliandro, monsignor Domenico e pro- fessor Domenico; la terza ai fratelli Giacomo e Domenico Argentieri.
Sono questi ultimi che hanno imposto l’azienda come modello per quanto attiene all’allevamento e alla selezione dei cavalli murgesi, dei bovini podolici pugliesi, degli ovini di razza gentile di Puglia, degli asini di Martina Franca, dei cani maremmani. I capi allevati a Casamassima riscuotono, in tutte le mostre-mercato cui partecipano, il plauso e l’ammirazione degli esperti del settore; frequenti sono anche le spedizioni all’estero di esemplari provenienti dalle stalle di questa rinomata azienda.
Diverse superfetazioni, dovute alle necessità contingenti dei proprietari che si sono succeduti nel corso degli anni, hanno praticamente dilatato i volumi delle strutture originarie. Ma l’architettura originale è stata conservata pressoché intatta, così come non sono state stravolte tutte le pertinenze di un’azienda a connotazione agro-pastorale, quale continua ad essere, anche se in una sola quota-parte, la masseria di Casamassima. Il frantoio, allestito nel 1848, con le vecchie macine di pietra e gli originali torchi in legno, ne è l’esempio palmare.
Nel 1938, invece, Domenico Caliandro, nonno degli attuali omonimi proprietari, fece costruire, come recita la targa dedicatoria ammurata sulla facciata monocuspidata, Caliandro Domenico edificò nel 1938 una cappella in pietra segata, dedicandola al Sacro Cuore, la cui immagine è conservata nella nicchia sovrastante l’altare. A masseria Casamassima la vita operosa continua il suo eterno ritmo senza temere le astiose insidie del tempo e gli olivi secolari gareggiano in longevità con la specchia megalitica detta di Virgilio, che rinserra gelosamente tra i suoi millenari blocchi la storia maliosa dei guerrieri messapici, fieri oppositori, sovente vittoriosi, delle mire egemoniche della possente Taranto.