C1, Tre arrivi di lusso per la Stamplast Ceglie
31 luglio 2006
La Nuova Libertas Ceglie ufficializza l’arrivo di Giancarlo Zizza da Matera B1. Nato a Carovigno nel 1974, dopo aver vestito per anni la casacca del Basket Brindisi, l’ala-pivot brindisina ha avuto parentesi anche con Roseto, Atri e Monza. Lo scorso anno in B d’eccellenza ha raggiunto la salvezza con l’Olimpia Matera. Ceglie oltre Zizza ha tesserato la guardia under argentina Josè Ignazio Paggi, che va a rinforzare il pacchetto esterni dopo l’arrivo di De Leonardis e la riconferma dell’ala Muyango. Paggi classe 84 lo scorso anno ha militato nel Basket Corato in B2. L’ultimo arrivo è Rocco Palazzo, play-guardia di Potenza proveniente da Campobasso C1. L’ingaggio del regista lucano va a formare con l’under napoletano Serazzi un ottimo pacchetto per la categoria. Questi acquisti si vanno ad aggiungere a Peppe Vozza e a Maurizio D’Amicis che costituiscono un roster davvero invidiabile.
Fonte: Basketpuglia
Sant’Anna
26 luglio 2006
La festa di Sant’Anna, espressione della devozione popolare, caratterizzata da larga e spontanea partecipazione femminile, è presente nel territorio cegliese da secoli. Alla Santa ci si affidava e ci si affida ancora oggi, per allontanare le calamità e le insidie e si spera di ottenere le grazie spirituali e temporali come la nascita di un figlio.
Le festa un tempo, interrompeva la monotonia della vita quotidiana e, con la processione, le luminarie per le vie cittadine e l’esplosione dei fuochi, costituiva per i nostri antenati un’occasione per vedere volti nuovi, era motivo di aggregazione, di svago e divertimento.
In questo contesto, dunque, spicca un documento che ci attesta la devozione della popolazione cegliese alla Santa.
Sappiamo attraverso i racconti dei nostri nonni che le funzioni religiose legate alla festa, era officiate dai prelati con le vesti riservate per le occasioni importanti. La Statua come abbiamo visto, fu fatta costruire all’inizio del Settecento e da pochi mesi dopo un accurato restauro finanziato dal Rotary “Club dei Messapi” è ritornata all’antico splendore; era portata in processione insieme alla reliquie di altri Santi custoditi nella millenaria chiesa dedicata alla madre della Vergine.
La processione del 25 luglio fa lo stesso percorso da secoli e si snodava per tutto il paese, per dirigersi alla Collegiata, preceduta da tutto il Clero e dalle Confraternite, purtroppo scomparse, “con lumi accesi in mano”. Una volta giunta a destinazione è esposta all’adorazione dei fedeli per tutto il 26, per far ritorno con la stessa “pompa” alla chiesa dedicata a Sant’Anna e riposta nella sua nicchia sull’altare maggiore.
Chi siamo? Da dove veniamo?
20 luglio 2006
Tutto l’Altosalento è caratterizzato dal paesaggio della pietra, con innumerevoli testimonianze del rapporto degli abitanti con l’ambiente e la natura del territorio. L’architettura mostra la storia e la cultura di un popolo: centri storici, masserie, trulli, lamie, casine padronali e ancora frantoi ipogei, edicole votive, acquari, muretti a secco rappresentano la nostra civiltà contadina che trae il suo essere dalla terra e che ha prodotto un ambiente che attrae un numero crescente di turisti.
Probabilmente, ciò che affascina di più il visitatore delle nostre terre, è il trullo. L’originalità e il fascino del trullo sono contenuti nella sua capacità di conservare nel tempo la vitalità e l’uso del passato; esso, infatti, non si è trasformato in monumento rudere, ma, sfidando i secoli, rimane depositario ed emblema di quella civiltà contadina che, pur tra ansie e sacrifici, è riuscita a conservare il giusto rapporto uomo-ambiente.
La masseria, si inserisce nel solco di una tradizione risalente alle ‘villae’ rustiche romane, ma l’origine del maggior numero di masserie è da far risalire al Medioevo e al latifondo feudale. Le masserie erano e, lo sono ancora in molti casi, le nostre industrie: opifici attivi e proiettati nel futuro; a ridosso delle vecchie masserie sono sorti frantoi oleari, caseifici, e aziende di trasformazione di prodotti agricoli. Altre masserie sono oggi aziende agrituristiche, per accostarsi ai ritmi della vita agreste, ritrovare suoni, odori e colori dimenticati, scoprire che ciò che altrove si chiama folclore qui è quotidianità. Questo, è un punto importante, non deve diventare tutto folclore, ma la quotidianità deve innestarsi nel turismo conservando la sua autenticità.
Da qui nasce il distretto turistico, inteso come distretto economico integrato, che trova le sue radici nel territorio, fondando il suo successo sul supporto dell’agricoltura e dell’artigianato; il territorio, questo nostro paesaggio, diventa un elemento d’impresa e come tale va tutelato e valorizzato. Negli anni 50 e 60 sotto la spinta del mito metropolitano, le campagne conobbero un massiccio esodo, oggi, quanto generazioni di contadini e artigiani hanno costruito, è prodotto turistico ricercato e, le nostre campagne stanno riconquistando un ruolo di primo piano, anche come luogo di lavoro e produzione. Il tasso di attività agricola della popolazione è abbastanza alto: 52% a San Michele Salentino, 45,5% a Carovigno, 42% a Ceglie Messapica, 28,3% a San Vito dei Normanni e 24,3% a Ostuni.
A questo punto, si rende necessario un veloce approfondimento storico-sociologico che inizi dall’Unita’ d’Italia.
Nel 1860, alla proclamazione del regno d’Italia, la popolazione rurale dell’Italia meridionale viveva in condizioni di arretratezza, l’agricoltura era gravata da vincoli e pedaggi medievali e la proprietà terriera era concentrata nelle mani di pochi latifondisti. Il feudalesimo era stato già formalmente abrogato nel 1806 dai Borboni, ma con il regno d’Italia il feudalesimo di fatto si rinforzava. I beni demaniali e i beni ecclesiastici furono ceduti a basso prezzo ai latifondisti, i contadini divennero in gran parte salariati giornalieri, che restavano disoccupati per gran parte dell’anno. I contadini cercarono di reagire attraverso quella che fu definita da Giustino Fortunato una vera e propria guerra civile: il brigantaggio, che venne duramente represso dal governo del Regno d’Italia senza affrontarne le ragioni di fondo. Si diffonde fra la gente la rassegnazione e si radica ‘il feudalesimo’ come sistema politico e sociale.
In questo contesto, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, con l’aggravarsi della crisi agraria, si accese il sogno americano, una vita nuova in un mondo nuovo; in molti, con dolore, lasciarono i propri paesi per gli Stati Uniti e il Sud America.
L’Altosalento si rispecchia in questa descrizione storica, ma probabilmente, il rapporto fra proprietari e contadini fu meno teso. Fra i contadini e i signori terrieri s’instauravano delle forme miste di rispetto e sudditanza, che si trasmettevano di generazione. I grandi latifondisti avevano molte loro proprietà verso la pianura, e favorivano la migrazione dai paesi della collina per disboscare o bonificare le terre e predisporle alla coltivazione. Il primo nucleo sparso, dell’odierno paese di San Michele, nasce con un atto notarile del 1839, con il quale il principe Francesco Dentice di Frasso concedeva terreni per 210 tomoli e 1500 querce a 61 coloni di Ostuni e Ceglie.
A Carovigno e San Vito nella prima metà del secolo scorso, nacquero stabilimenti per la lavorazione del tabacco, nel 1924, il tabacchificio di San Vito, impiegava 570 unità.
Agli inizi degli anni 50 con la riforma agraria, il latifondo ebbe un duro colpo anche nelle nostre zone, le terre furono assegnate ai contadini, nel 1952 nasceva il villaggio agricolo di Serranova.
Alla fine degli anni 50 inizia quel fenomeno nazionale che va sotto il nome di ‘miracolo economico’. In forme diverse, spesso contraddittorie, quegli anni portarono a una rivoluzione sociale anche nei paesi dell’Altosalento. Taranto e Brindisi con le loro nascenti aree industriali assorbivano una gran quantità di lavoratori, e certo contribuivano all’innalzamento del tenore di vita. Ma il grande sviluppo industriale avveniva al Nord, la richiesta di operai era alta; così in molti partirono, in particolare dai paesi più popolosi e collinari (Ceglie che in quegli anni, come pure negli anni 30, aveva più abitanti che oggi, conobbe una fortissima emigrazione).
Nel 1957 ad Ostuni aprono i primi due alberghi che danno inizio in maniera pionieristica al turismo nella città bianca, il fenomeno turistico si sviluppa negli anni 70.
Nel 1961 a 10 km da San Vito apriva la base Usaf. La base americana con le sue punte di 6000 unità, fra militari e familiari, ruotava intorno a San Vito, contribuendo al reddito della cittadina, anche, con i fitti delle case locate alle famiglie americane. Nel 2000, con gli americani che lasciavano definitivamente la base, le case sfitte a San Vito erano 600.
Dagli anni 80 si è avuta una migrazione di ritorno, con molti emigranti degli anni 60 che sono rientrati nei loro paesi d’origine, e ricchi dell’esperienza accumulata nelle industrie e con i risparmi accantonati, hanno realizzato piccole aziende. Nel quadrilatero Martina, Locorotondo, Cisternino, Ceglie con diramazioni a Ostuni e Francavilla si diffondevano piccole e medie aziende tessili, che sino a pochi anni fa impiegavano alcune migliaia di persone, confezionavano in massima parte per grandi marche della moda italiana. Oggi il fenomeno è purtroppo molto ridimensionato, a Ceglie, la crisi del tessile-abbigliamento, ha portato ad almeno 800 disoccupati (fonte CGIL articolo su Liberazione del 12/10/2004); alcuni, di questi lavoratori sono tornati ad emigrare.
La popolazione dal 1997 continua a diminuire nell’Altosalento, sia pur di poco (ma il fenomeno è comunque preoccupante), per la concomitanza di due fattori: saldo migratorio negativo e saldo naturale negativo; nel 2004 i due saldi hanno registrato rispettivamente meno 12 e meno 55. Ceglie a inizio 2004 contava 20.864 abitanti scesi a 20732 a fine anno, per un saldo migratorio negativo di meno 64, e un saldo naturale negativo di meno 68 (172 culle contro 240 decessi). Paradossalmente a rendere meno grave il bilancio demografico contribuiscono gli stranieri, sono molti gli inglesi, e non solo loro, ad aver scelto la nostra terra come residenza, in particolare a Ostuni, Ceglie e Valle d’Itria.
Nota dolente riguarda la fuga dei giovani, di frequente, incoraggiati dagli stessi genitori a lasciare la terra natia per cercare altrove un futuro migliore. Si alimenta una nuova emigrazione, mentre ieri si partiva per la fabbrica del Nord, oggi si parte, spesso con una laurea in tasca, per le multinazionali del terziario. Questi giovani non parlano tanto di mancanza di lavoro nelle nostre cittadine, perché sono convinti che le potenzialità per uno sviluppo economico ci sono, quanto, della mentalità e del sistema nel quale non riescono a integrarsi, cercano luoghi più stimolanti e aperti. Forse hanno in parte anche ragione, il feudalesimo questa forma di rispetto – sudditanza come sistema politico e sociale, sotto certi aspetti resiste ancora.
I giovani, rappresentano la linfa vitale di un territorio, in una realtà economica globalizzata e molto competitiva, si rende indispensabile un’alta professionalità per creare maestranze capaci e una diffusa sensibilizzazione dei cittadini. “Le nostre maestranze” è il titolo del prossimo appuntamento, dove per maestranze, in senso allargato, si intendono i cittadini tutti, artefici di quello sviluppo “autocentrato” propugnato dalla moderna letteratura economica.
Premio “Cataldo Agostinelli e Angiola Gili Agostinelli”
15 luglio 2006
L’Accademia Nazionale dei Lincei conferisce, in conformità alla volontà espressa dalla Signora Domenica Angiola Gili Agostinelli e dal Prof. Cataldo Agostinelli, un Premio intitolato a «Cataldo Agostinelli e Angiola Gili Agostinelli», di € 25.000, destinato ad un Istituto italiano di ricerche per la cura di malattie di natura cancerosa.
Il Premio, indivisibile, viene conferito senza concorso in seguito a segnalazioni.
La presentazione delle proposte, l’esame di queste e la deliberazione del premio avvengono secondo la procedura seguente. Il Presidente dell’Accademia invita i Soci Lincei ed i Presidenti delle maggiori Accademie italiane a segnalare Istituti di ricerca ed Enti che siano ritenuti meritevoli di essere presi in considerazione.
Le proposte debbono essere motivate e pervenire all’Accademia entro il 31 dicembre 2005.
L’esame delle proposte viene effettuato da un’apposita Commissione nominata, entro il mese del gennaio successivo, dalla Classe di Scienze Fisiche, Matematiche e Naturali. La Commissione è composta da tré Soci ed è presieduta dal Socio più anziano di nomina. I Soci che presentano segnalazioni non possono far parte della Commissione. In assenza di segnalazioni la Commissione non ha facoltà di assegnare il Premio.
La Commissione giudicatrice presenta, in tempo utile per la seduta di maggio del Consiglio di Presidenza dell’Accademia, una relazione motivata dalla quale risulti che sono state prese in considerazione tutte le proposte pervenute. Il Consiglio di Presidenza sottopone, con il proprio parere, tale relazione al giudizio della Classe competente e, successivamente, alle decisioni dell’Assemblea delle Classi Riunite.
Il Premio è stato conferito nel corso dell’Adunanza Solenne di chiusura dell’anno accademico avvenuta venerdì 23 giugno 2006.
San Rocco
8 luglio 2006
Un omaggio al nostro grande compatrono San Rocco che ogni cegliese che si rispetti insegue ovunque si trovi: a Ceglie o lontano dalla sua terra, il nome di questo santo ci accompagna dovunque invocandolo nei momenti di bisogno o ringraziandolo nei momenti di bisogno o ringraziandolo quando i fatti della vita non ci sono del tutto avversi.
Tra pochi giorni, la processione che ci auguriamo si ricomponga in modo dignitoso, ordinata e con partecipazione di fede, non più una folla scomposta fatta di spintoni, chiasso e indifferenza. Da anni con la mia macchina fotografica ne fisso i momenti più significativi. Certo sono anche fortunato perchè tutto questo lo posso fare stando comodamente seduto sul balcone della mia casa o spostandomi di qualche metro tra le strette vie del centro storico.
Una festa quella di San Rocco, molto più amata e popolata di quella del Patrono San Antonio da Padova, forse perché cade nel periodo più importante dell’anno che coincide con il rientro degli emigranti.
L’approccio alla festa, alcuni decenni fa, era completamente diversa.
Parecchie settimane prima del 15 agosto, Fiera di Santa Maria, i papà e le mamme che si potevano permettere questo lusso, provvedevano ad acquistare e far confezionare per se e per figli il vestito o le scarpe nuove che dovevano accompagnarli per anni e anni. Era quello il segnale che dava inizio alla festa e nello stesso tempo portava alla fine dell’estate che, come diceva a zia Chiara: “l’anno passe subito, Sand’Antonio, Sand’Anna e Sand’Rocco e furnute l’anno”.
Mano nella mano delle proprie mamme i bambini che per l’intero anno avevano vissuto in campagna, impauriti da tante persone, si facevano largo tra la folla per vedere le luminarie e la moltitudine di gente che sembrava un fiume in piena.
In Piazza Plebiscito, dove ho abitato fino ai primi anni ‘60 era, ed è ancora oggi innalzata la Cassarmonica, godevo del privilegio esagerato di poter vedere le luminarie e ascoltare la banda, affacciato alla finestra e quasi potevo toccare la statua del Santo che passava a pochi centimetri dalle mie mani. Quasi distaccati, parlottavano tra loro le autorità che accompagnavano la processione, mentre i fedeli ed i devoti, molti dei quali scalzi per mantenere fede ad un voto fatto, facevano penitenza.
Ebbene cari lettori, forse perché i miei capelli, come altri coetanei sono diventati bianchi, con un pizzico di nostalgia ricordo questa festa durante la mia fanciullezza. Non ascolto e non mi appartengono le ovvietà che passano di bocca in bocca su come sia diminuito il numero dei partecipanti e che la vera devozione è soltanto un ricordo. A me non interessa nulla di tutto questo. Io so che il 16 agosto San Rocco mi aspetta e vado a salutarlo (così come faccio per Sant’Antonio e “mma Sand’Anna) e ci parliamo in dialetto: dopo tanti secoli che è tra noi lo parla sicuramente anche lui: che c’è di meglio di un discorso in “Cegliese” per rinfrancare lo spirito se si è a migliaia di chilometri da casa? Quelli che sono lontani da Ceglie sanno cosa sto dicendo e San Rocco è un interlocutore ideale. Non parla ma ascolta, non rimprovera ma capisce.
Ed è proprio quello che farò anche quest’anno, quando mi sarà di fronte, in alto con il suo “vestito nuovo” dopo lo splendido restauro regalato da un comitato di benemeriti cittadini; sul bellissimo fercolo processionale, anch’esso del XVIII secolo.
Una festa che anche quest’anno, come da secoli, terminerà con i fuochi d’artificio a cui assisterò dalla mia casa, in solitudine io e mia moglie, i figli ormai grandi hanno una loro festa personale che non coincide con la nostra.
Oggi, la festa di San Rocco è diversa, è un insieme di cento, mille ricordi che tornano alla mente, quando, per esercizzare gli anni che passavano, a fine festa acquistavo un palloncino colorato che con il passare dei giorni diventava sempre più piccolo e che scoppiava fragorosamente nella notte silenziosa.
La Spagnola
5 luglio 2006
Era terminata da poco una delle più cruenti guerre, la prima mondiale, non erano state ancora rimarginate le ferite e gli animi erano sconvolti dalle vicissitudini patite.
Quando dalla Spagna si diffuse in Europa e nel mondo intero una epidemia, anzi la pandemia influenzale, denominata «la spagnola». Si diffuse dal 1918 al 1920 e forse fu la più perniciosa; fu designata con il nome di «spagnola», perché si ritenne che il focolaio primitivo avesse avuto sede nella penisola Iberica. Si propagò in Italia in tre successive ondate, provocò circa 400mila decessi. compresi quelli dovuti alle successive complicazioni.
Dopo questa indispensabile premessa, ecco la descrizione dell’avvenimento che sconvolse la città di Ostuni: l’episodio fu ritenuto il più complesso, il più intricato ed il più tristemente famoso per i personaggi che ne restarono coinvolti e per i luoghi, piazza Municipio, lazzaretto e cimitero, che furono teatro di macabre scese e di parossistiche manifestazioni.
La rivolta ebbe inizio in piazza, davanti e dentro il lazzaretto si verificarono fatti molto dolorosi, ci fu persino un eccidio. Nel cimitero, poi avvenne la più allucinante scena che si possa immaginare, scena che tuttora, presso qualche famiglia viene ricordata con molto raccapriccio.
Per descrivere in ogni dettaglio l’episodio che tenne in apprensione l’intera cittadinanza, l’amministrazione comunale, le forze dell’ordine, la magistratura e l’ufficio igiene, abbiamo passato al vaglio molte testimonianze: alcune persone, anche se molti sono gli anni decorsi, lo vissero direttamente, e ci sono dei novantenni, ancora lucidi, che hanno ancora un ricordo vivissimo.
Di questi, alcuni hanno preferito l’anonimato. Angelo Marzio invece, classe 1898, soprannominato «Tocca tocca» appellativo derivategli dai suoi antenati, ha subito collaborato e, poiché ha conosciuto e sperimentato sulla propria pelle, la febbre spagnola, rievoca e descrive con dovizia di particolari il tumulto e le sue tragiche conseguenze.
Il Marzio, in gergo ostunese viene definito «jomme de chjazza», ama frequentare circoli artigiani partecipa ai vari capannelli in cui discute sugli episodi della prima guerra mondiale, ricordando le scaramucce tra «canze russe» trincheriani e «rocolisti» marescani, le due fazioni che si contendevano il primato politico in Ostuni, trasferite nelle sfere d’influenza politica, quando si votava a Ceglie, Francavilla Fontana ed altri paesi, e parla ancora delle morbide zuffe fra socialisti e fascisti e specie delle tessere annonarie, assegnate durante il secondo conflitto mondiale.
Ogni giorno le strade cittadine venivano attraversate da carretti che trasportavano ammalati, purtroppo ammonticchiati e cosparsi di calce viva; la gente e specie i familiari non gradivano questo triste e pietoso spettacolo, ma si agitavano sempre più quando, scaricati gli ammalati, non venivano trattati con la stessa amorevolezza con la quale potevano essere curati in casa.
A questo spettacolo, desolante e pietoso, se ne aggiunse uno più allucinante: la «spagnola», in quella settimana della prima decade di febbraio del 1920, mentre si svolgeva il Carnevale, aveva raggiunto il suo acme e la moria aumentava sensibilmente; quand’ecco di casa in casa si sparse la triste novella che davanti al cancello del cimitero con le mani aggrappate alle inferriate era stata trovata Cosima de Ucchjione, una donna del popolo, ritenuta morta e trasportata al Camposanto. Se fino a qualche giorno prima le autorità civili e militari erano state capaci di contenere i mugugni ed il malcontento, fu sufficiente quella notizia per far scatenare intolleranza ed odio; la mattina del 12 febbraio, alcuni tra i più intraprendenti, stanchi delle promesse e sollecitati dai parenti, nel vedere la piazza più gremita del solito, si diressero verso il palazzo di San Francesco e, non soddisfatti dalle promesse, avanzare verso l’ospedale civile, che funzionava da lazzaretto.
Era stato scelto tale edificio in quanto le autorità civili e militari ritenevano, dopo aver preso le dovute precauzioni, di circoscrivere e debellare l’epidemia e lì veniva ricoverato chiunque presentasse i segni di quella pestilenza.
La maggioranza dei rivoltosi era costituita, secondo il racconto ed il ricordo di Angelo Marzio, da giovani aitanti ed incuranti del pericolo; questi, seguiti da una folla tumultuante, appena furono giunti davanti al portone d’ingresso, chiuso e sprangato, chiesero a gran voce che il portone venisse aperto. Al diniego, il capraio, Andrea de Cacone, uno dei più esagitati, si avvicinò e gridò che venisse aperto ma, dallo spioncino, uno delle forze dell’ordine ordinò di allontanarsi, altrimenti avrebbe fatto fuoco.
Il giovanotto, incurante del pericolo, ritenendo provocatorio ed offensivo il gesto, inviperito e sospinto dai compagni cercò di sfondare il portone: di nuovo gli fu intimato, che se non si fosse allontanato, avrebbe fatto fuoco. Il capraio con spavalderia rispose: «Se hai coràggio, sparami in fronte». Il tutore dell’ordine non ebbe tentennamenti, fece fuoco e l’infelice stramazzò a terra, fulminato dal proiettile.
Non ci fu un fuggi fuggi; anzi la folla imbestialita, perché uno dei loro era stato ucciso, abbattè il portone, e, dopo avèr fatto uscire tutti gli ammalati, saccheggio il lazzaretto, portando via indumenti, coperte e perfino materassi.
Dal lazzaretto, che era ed è alla periferia della città, prima ospedale civile, oggi casa di riposo per anziani, intitolato ad uno dei più benemeriti concittadini, Giosuè Finto, i facinorosi non ancora sazi di aver vendicato i loro diritti che ritenevano calpestati, si diressero verso la piazza e, saliti sul Municipio, da finestre, balconi e loggiati incominciarono a scaraventare suppellettili e registri. Mentre avvenivano questi fatti incresciosi, le autorità, preoccupate dalla piega degli avvenimenti, chiesero rinforzi, e da Lecce, l’alierà capoluogo di Terra d’Otranto fu inviata una guarnigione di militari, che, dopo aver presidiato il lazzaretto, da corso Napoli, oggi corso Mazzini, disposti in fila indiana occuparono prima la caserma dei carabinieri, allora ubicata nella sede dell’attuale Circolo cittadino, poi gli Uffici, situati al piano terra del Municipio e lo stesso palazzo di San Francesco.
Durante la notte, cosi si conclude il racconto di Angelo Marzio, le forze dell’ordine, seguendo le indicazioni di alcuni delatori, si recarono nelle abitazioni dei maggiori indiziati e li condussero nelle carceri di Lecce; per alcuni giorni l’entrata e l’uscita della città fu controllata da soldati e carabinieri che garantirono l’ordine e la disciplina.
Basket C1 Ceglie: Di Napoli e Zec, due nomi per coach Romano
5 luglio 2006
Il Ceglie impegnato sul mercato per potenziare la squadra. Due giocatori di grande livello che Romano vorrebbe.
CEGLIE MESSAPICA – Giorni frenetici per la dirigenza della Stamplast Ceglie impegnata a costruire il nuovo rostro in vista della prossima stagione agonistica che la vedrà ancora tra le protagoniste del campionato di pallacanestro serie C1. Dopo il ritorno del coach Cosimo Romano e di Beppe Vozza nei giorni scorsi Enrico Marseglia, direttore sportivo della società e lo stesso allenatore sono stati a Roseto degli Abruzzi dove era in svolgimento svolgimento la Summer League. Occasione per visionare giocatori e prendere contatti con giocatori e procuratori. E proprio su questo fronte si registra un forte interessamento della società del presidente Mario Laneve per due giocatori che Romano ritiene adatti per il gioco che vuol impostare la prossima stagione. Si tratta del play Di Napoli, lo sorso anno in forza al Marigliano, e di Dragon Zec, classe 1983 che gioca nel ruolo di ala nel Marostica in B 1. «Abbiamo avviato contatti con i due giocatori – dice Marseglia – e speriamo che possano andare in porto». Insomma la trattativa c’è e non è scuso che ossa andare a lieto fine. In caso contrario? «Con il nostro coach – prosegue Marseglia – abbiamo stilato una lista che prevede diverse soluzioni, ma siamo fiduciosi che almeno uno dei due possa accasarsi a Ceglie». Attorno alla squadra c’è molta attenzione dei tifosi che quest’anno avranno finalmente la possibilità di poter sedere nel proprio palazzetto. A proposito della struttura appena ultimata, c’è da superare l‘ultimo ostacolo, quello del collaudo e delle relative autorizzazioni da parte della commissione provinciale preposta. L’assessore allo Sport Tommaso Argentiero si è già attivato e proprio per questa mattina, intorno alle ore 10 è fissato un sopralluogo da parte dei vigili del fuoco. E sempre da fonti vicine all’amministrazione comunale pare ci sia la ferma intenzione di chiudere questa pratica entro la metà del mese per poi inaugurare ufficialmente la struttura capace di contenere cinqueseicento persone. Parallelamente l’Amministrazione comunale sta vagliando le possibili soluzioni circa la gestione dell’impianto.
Luca Dipresa
Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno


