Per la Nuova Pallacanestro Ceglie è tempo di spareggi
25 maggio 2006
Da domani sera alle ore 21 presso il PalaCarrassi di Bari contro la locale formazione dello Japigia e continuando Domenica 28/05 alle 18 a Ceglie ricevendo la visita del basket Trinitapoli, la CBC Nuova Pallacanestro Ceglie inizia il mini-campionato con le migliori seconde classificate della Puglia, che assegna l’ultimo posto utile per la promozione in serie D.
Smaltita in fretta la delusione per la sconfitta patita in finale ad opera dell’Acli Brindisi, i ragazzi del Presidente Cataldo Bellanova si sono tuffati in questa entusiasmante ma nello stesso tempo provante avventura, dovendo sostenere trasferte abbastanza lunghe e calde visto il periodo di svolgimento.
Coach Suma dal canto suo è fiducioso, avendo recuperato tutti gli infortunati ed indisponibili, eccezion fatta per Alessandro Nacci ancora alle prese con i postumi di una distorsione alla caviglia.
La formazione del Presidente Onorario Antonio Pepe si è allenata duramente per preparare al meglio questo ulteriore campionato, che la vedrà impegnata anche la prossima settimana e precisamente sabato 3 Giugno alle 20.30, ancora fra mura amiche contro il Crispiano e Domenica 4 Giugno a Galatone a conclusione di questa lunghissima stagione.
Con l’auspicio che il sodalizio cegliese possa ben rappresentare la provincia di Brindisi nella sfida contro le formazioni delle altre provincie di Puglia, è il D.S. Francesco Morelli a parlare dello stato d’animo con il quale la CBC affronta la prima partita di sabato: “Non è stato facile ricompattare il gruppo dopo la finale persa ma i nostri ragazzi oggi sono pronti a dare battaglia contro chiunque, avendo capito quanto sia ghiotta l’occasione di centrare comunque la promozione in D, seppur entrando dalla porta secondaria degli spareggi”.
La Società infine, chiama a raccolta gli sportivi cegliesi, a cominciare dalla prima gara casalinga di domenica 28/05, per sostenere le ultime fatiche della CBC Nuova Pallacanestro Ceglie provando a raggiungere la vetta della classifica finale.
I nomi della vergogna e i giusti
13 maggio 2006
Questo libro è veramente da leggere, affinchè non si perda la memoria e a imperitura vergogna gli italiani ricordino gli uomini, tutti rigorosamente di cultura, che firmarono il Manifesto della razza durante il fascismo. Scopriamo anche dei fatti sconvolgenti rimanendo stupiti nel leggere i nomi di uomini insospettabili che si macchiarono della loro firma per uno sterminio.
Alla prima stesura del testo, datato 14 luglio 1938, apposero la loro firma: Lino Businco, Lidio Cipriani, Arturo Donaggio, Leone Franzi, Guido Landra, Nicola Pende, Marcello Ricci, Franco Savorgnan, Sabato Visco ed Edoardo Zavattari. Il Manifesto enencia dieci punti in cui si affermava che le razze umane esistono, che ci sono piccole e grandi razze, che il concetto di razza è puramento biologico, che la popolazione italiana attuale è di orgine ariana e la sua civiltà ariana, che è una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici, che esiste ormai una pura “razza italiana”, che è giunto il tempo che gli italiani si proclamino razzisti, che è necessario fare una netta distinzione tra i Mediterranei d’Europa, gli Orientali e gli Africani, che gli ebrei non appartengono alla razza italiana e che i caratteri fisici e psicologici degli Italiani non devono essere alterati in alcun modo.
Ai primi dieci firmatari si aggiunsero altre 329 firme tra cui ricordiamo qualche nome famoso: Giorgio Almirante, Giorgio Bocca, Aldo Capasso, Gabriele De Rosa, Amintore Fanfani, Luigi Chiarini, Agostino Gemelli. Quello che sorprende Franco Cuomo è l’impunità di cui tutti questi intellettuali beneficiarono ed alcuni di essi nel dopoguerra assunsero importanti cariche di governo e istituzionali.
Da questo Manifesto scaturirono decreti che proibivono la pubblicazione e la lettura di libri di autori di origine ebraica, l’espulsione dalle scuole di professori di origine ebraica quali l’eminente Enrico Fermi e Bruno Pontecorvo e l’allontanamento dagli uffici pubblici di impiegati e l’avvio tragico e doloroso di tanti innocenti nei campi di concentramento e di sterminio.
Con il RD 1390 del 1938 veniva impedita l’iscrizione nelle scuole pubbliche agli alunni di razza ebraica e con tragica ironia si affermava che “per i fanciulli di razza ebraica sono istituite, a spese dello Stato, speciali sezioni di scuola elementare nelle località in cui il numero di essi non sia inferiore a 10″.
Molte volte si è voluto, per minimizzare, fare una distinzione tra razzismo tedesco e quello italiano, ma Mussolini già nel 1921 aveva scritto sul Secolo d’Italia “per il Fascismo la questione razziale ha una grande importanza poichè la razza è il materiale con il quale intendiamo costruire anche la storia”. Altre volte il Duce tende a ridimensionare la questione e nel ’29 alla Camera, in occasione dei Patti Lateranensi, pronuncia questa frase “gli ebrei sono a Roma dai tempi dei re. Erano 50.000 ai tempi di Augusto e chiesero di piangere sulla salma di Giulio Cesare. Rimarranno indisturbati”. Ma questa ambivalenza finirà con l’approvazione del Manifesto e delle leggi raziali e con una serie di direttive del Gran Consiglio per salvare la razza da “incroci e imbastardimenti”. Nel ’38 Guido Landra e Lino Businico, direttore e vice direttore dell’Ufficio Studi e Propaganda della razza del Minculpop si recano in Germania e da Hitler sono insigniti della Croce rossa tedesca e il capo della polizia Bocchini incontra Himler per stabilire “accordi del genere già stipulati tra il Reich e la Polonia” con l’obiettivo di eliminare: ebraismo,massoneria e internazionalismo comunista.
A questi razzisti vanno contrapposti i Giusti che nel mondo ne sono stati censiti 17433 tra cui 295 italiani. Ricordiamo tra questi: Giorgio Perlasca, Giovanni Palatucci, don Francesco Repetto e padre Giuseppe Girotti.
Nel 1943-44 treni stipati di prigionieri partirono da Milano, Verona, Bologna, Firenze diretti quasi tutti ad Auschwitz-Birkenam. “Transitarono su quei treni senza ritorno 8000 ebrei italiani. Ne tornarono poco più di 800, la decima parte. C’erano 733 bambini tra i deportati. Ne tornarono 121″.
”’Franco Cuomo”’, I Dieci, Baldini-Castoldi
Vincenzo Gasparro
Il teatro ambulante
6 maggio 2006
II banditore, durante il giro serale, annunziava: “E’ venuto il teatro e domani sera, nel locale…, inizieranno gli spettacoli”. Il giorno successivo, vistosi manifesti, redatti a mano ma graficamente perfetti, apparivano sui muri evidenziando a caratteri cubitali il titolo dell’opera teatrale che avrebbero eseguito la sera. Le opere ricorrenti erano La sepolta viva; LM deca di Sorrento, Le due orfanelle, Cavalleria Rusticana e, durante la settimana santa, Passione e morte di Gesù. A pie dell’annuncio, importi differenziati indicavano l’ordine dei posti: primi posti, due lire; secondi, una lira; cinquanta centesimi per i ragazzi.
All’ora prestabilita, in un locale piuttosto ampio, generalmente seminterrato, gli artisti girovaghi avevano sistemato all’incirca cinquanta sedie prese in prestito da persone disponibili ed un palco mercé il generoso prestito di materiali da parte dei falegnami locali. Ad occupazione totale dei posti a sedere e dopo l’arrivo delle autorita, cittadine e persone benestanti, che occupavano la prima fila, aveva inizio l’annunciato spettacolo.
Un silenzio tombale regnava tra il pubblico mentre gli attori, sufficientemente preparati, si esibivano evidenziando marcatamente la drammaticità delle trame rappresentate. Fatalmente, come se non fossero bastati frequenti avvenimenti luttuosi che interessavano costantemente la cittadinanza, affaticando le ghiandole lacrimali, le donne presenti tenevano costantemente tra le mani un fazzoletto per asciugarsi le lacrime che sgorgavano copiose durante lo spettacolo. Gli uomini, anche se più forti a certe sensazioni, non riuscivano ugualmente a sottrarsi dal fenomeno e, furtivamente, asciugavano al lato destro del pantalone l’indice della mano col quale avevano raccolto il pianto degli occhi. Fuori, poi, i ragazzi privi di quattrini per poter entrare si ammucchiavano, azzuffandosi, nei pressi di una finestrina solitamente presente a fianco dei locali seminterrati e, arrampicandosi alla grata, si contendevano la visione attraverso le fessure della vecchia porticina che serrava l’infisso.
Per tutte le rappresentazioni i componenti della troupe erano in numero sufficiente a sbrigarsela da soli mentre per la rappresentazione della Passione e morte di Gesù, opera che veniva eseguita durante la Settimana Santa, si ricorreva all’ausilio di personaggi reperiti sul posto, privi di ogni esperienza teatrale, in quanto, per quelle scene, occorrevano molte persone perché potessero rappresentare: gli Apostoli, i soldati romani, la folla, ecc. Quel reperimento dava origine, sul palco e durante le scene, ad una ingenua ilarità da parte del pubblico presente nella platea che poneva quasi a repentaglio la mestizia ricca di sacralità attinente a quell’argomento. Malgrado l’abbigliamento ed il trucco, purtroppo, gli elementi del posto non riuscivano ad inserirsi, anche se come dilettanti, nel gruppo e conscguentemente attiravano su di essi un’attenzione particolare, fino all’individuazione del soggetto che veniva vistosamente indicato dagli scopritori presenti tra il pubblico.
Tra i concittadini improvvisati attori, come Michele che rappresentava S. Pietro, ed altre figure di minore importanza, uno di essi, Beniamino, rappresentò il Cristo. Costui era un soggetto alto e molto magro, così tanto da raffigurare un essere particolarmente fiaccato dagli stenti e mentre trascinava la croce postagli sull’avambraccio destro, dalla platea, un coro di ragazzi ne additò l’identità: U vi a ììeniamin càfec a Cristi (“guardate Beniamino che impersona il Cristo!”). La conseguenza fu logica: l’ilarità generale! Il risultato conseguente compromise la misticità dell’avvenimento che si stava rappresentando per la scelta avventata ed infelice del personaggio cardine della Passione.
Malgrado ciò, all’indomani dello spettacolo dovunque in paese e nelle zone di campagna i commenti furono favorevoli cosicché un’affluenza di pubblico sempre considerevole consentì a quei modesti teatranti (erroneamente denominati “teatristi”) di continuare con le loro rappresentazioni che dovevano, nelle nostre zone, costituire una forma di diffusione di comunicazione, anticipando così l’avvento della televisione.
La differenza con i programmi attuali consisteva nel genere di spettacolo, quel caso esclusivamente tragico, che non poteva avere in nessun caso alternativa: bisognava commuoversi sempre e piangere!


