Il giovedi dei cornuti
28 febbraio 2006
A Ceglie anticamente, la domenica e il martedì grasso, gruppi mascherati facevano festa per le vie cittadine. La conclusione era, però, il martedì col matrimonio burlesco tra Quaraminedda e Diavulicchio, accompagnati dalla musica e da uno stuolo di bambini urlanti. Era il tempo anche di degustare prodotti tipici, come il “grano pesato” con il brodo di “gnummariedde”, in qualche casa anche del farro che si ricavava dalle fave rimaste, mescolate sapientemente con delle farina, e condita col sugo di braciola, con il profumo di cipolla “spunzale”.
Molto festeggiati e uno più significativo dell’altro erano i giovedì di Carnevale, ma quello dei “cornuti” un tempo era quello più divertente poiché consentiva di dire pane al pane e vino al vino, ovvero “cornuto ai cornuti”, cioè quelli che lo erano per davvero. Quel giorno il gesto della mano con l’indice e il mignolo aperti non aveva pietà per nessuno, cornuti o no che fossero accettavano lo scherzo col sorriso sulle labbra e forse con l’amaro nel cuore.
A Carnevale ogni scherzo vale!
E così c’era chi simpaticamente scherzando alludeva e chi poi si difendeva alla meglio. Un personaggio di quei tempi probabilmente ancora oggi ricordato, disgraziatamente e notoriamente “cornuto” con la “C” maiuscola aspettava il detto giovedì per prendere in contropiede la gente. Egli infatti si era munito di un bel paio di autentiche corna di bue e usciva di casa reggendole orgogliosamente in testa. Lo aspettavano i compagni di lavoro scommettendo fra di essi che quel signore portasse o meno le corna. Lui arrivava col sorriso beffardo eppure pronunciando ad alta voce “ecco il vostro caro amico cornuto”. Rideva e faceva ridere a crepapelle immortalando così: “u curnut e cundente”.
Lo so, c’è chi muore dalla voglia di sapere a tutti i costi chi fosse quel cegliesissimo personaggio. Non lo diciamo per due motivi: per non offendere la sua memoria e pure la sua intelligenza. E poi le corna bisogna saperle portare come faceva lui, con estrema naturalezza e convinzione. Le corna offendono più chi le fa che chi le subisce.
Potrebbe apparire questa una strana filosofia, ma è perfettamente inutile scagliarsi contro il destino o una donna viziosetta. Bando alle chiacchiere, il giovedì dei cornuti, meglio se particolarmente freddo, si usava mangiare “strascinate e purpiette”, conditi “cu na cucchijarine di ricotta asquande”. Oggi, sembra che la tradizione sopravviveva “come na canna annanzi u viende” cioè flebile e traballante.
Rivolgiamo così un caloroso invito a perpetuare non solo il ricordo ma la tradizione del carnevale cegliese, concretamente ed in armonia con amici e propri cari. La vita non è fatta soltanto di veleni politici, guerre, kamikaze e morti, ma anche e soprattutto dal piacere di accettarla per quel che è, strana, bella a viversi interamente anche con qualche momento di spensieratezza. Si dice pure che il sorriso fa buon sangue ed allunga la vita. Per un solo giorno bando alle malattie, ai terrorizzanti telegiornali, alle diete, agli appassionati ed interessati consigli medici, niente di tutto questo. Una boccata di ossigenante relax fa bene al corpo e soprattutto allo spirito e di ciò sembra ne abbiamo bisogno un po’ tutti. Tiriamoci fuori dalla monotonia e dalla pressione malefica che ci viene imposta, cerchiamo pure di uscire fuori della stretta morsa del ricatto morale e materiale. Che sia questo il vero trionfo della libertà, ne abbiamo bisogno, tanto bisogno!
Masseria Pisciacalze
25 febbraio 2006
L’epigrafe latina del 1627, nel suo testo conciso e cortesemente perentorio, come sa essere l’ospitalità pugliese, indica fin da quell’epoca quale fosse il temperamento ed in quale considerazione tenessero gli ospiti i proprietari di masseria Pisciacalze, prospiciente la via per Fedele Grande, che conduce poi a Martina Franca ed a Villa Castelli.
La sacralità dell’ospite a masseria di Pisciacalze è ulteriormente ricordata, graficamente, dal segno del krismon che, sull’architrave dell’ingresso dell’attuale vano cucina, precede il millesimo e sovrasta l’epigrafe citata.
Il sapido ma greve toponimo deriva, molto probabilmente, dall’agnome di qualche antico proprietario. Lo storico martinese Giuseppe Grassi documenta, infatti, un soprannome simile a quello di pisciacalze, registrato nelle diverse accezioni di pesciachiazza, pregipiazza, piscicbiazza, pizzicazza’.
Fino al 1816, comunque, le vicende del complesso masserizie rimangono, allo stato attuale delle ricerche, sconosciute per mancanza di una documentazione storica e di tradizioni orali.
In quell’anno fu redatto il catasto provvisorio di Ceglie e definito lo stato di sezioni del territorio, perché si potesse finalmente stabilire, in maniera razionale e precisa, la contribuzione fondiaria spettante ai proprietari dei terreni, fatto in esecuzione del real decreto del 12 agosto, ed in conformità delle istruzioni ministeriali del dì 1° ottobre 1809, per servire alla formazione del catasto provvisorio.
La masseria era di proprietà della signora Saveria Magli di Martina, i cui terreni erano di natura semenzale, oliveta e macchioso. Su di essi insisteva una casa rustica che corrispondeva, in parte, all’attuale corpo di fabbrica. Il seminativo ricadeva per 20 tomoli nella prima classe, per 45 nella seconda e per 50 nella terza, con una rendita imponibile di 225 ducati. L’oliveto si estendeva per 4 tomoli in prima classe, per 5 in seconda e per 4 in terza, con una rendita imponibile di 106,50 ducati. La superficie macchiosa, infine, rientrava per 20 tomoli nella prima classe, per 20 nella seconda e per 53 tomoli nella terza, con una rendita di 103,32 ducati. La casa rustica, con tutti gli annessi ed i servizi, era davvero ampia, come ancora oggi si può agevolmente constatare, ed occupava 4 stoppelli di prima classe, con un reddito imponibile di 20 ducati.
Della signora Saveria Magli si conosce soltanto che era sposata con don Carlo Colucci di Manina, il quale ebbe la casa devastata durante il sacco comandato per due ore nel marzo 1799 dal De Cesare e dal Boccheciampe, che avevano ricondotto all’ordine legittimista la cittadina murgese, fieramente impegnata nella difesa degli ideali della Repubblica Partenopea. La Magli, dunque, apparteneva ad un’illustre casata di Manina, che annoverava, tra gli altri, l’abate Pasquale Magli che non si peritò di polemizzare a lungo col famoso Antonio Genovesi, e che brillantemente sostenne con la ragione i dogmi cattolici.
Da costei, verosimilmente per ragioni ereditarie, la masseria passò in proprietà dei signori Colucci, un’altra notevole casata, che contava tra i suoi esponenti molti illustri rappresentanti nel clero, nella vita pubblica, nel mondo del diritto e della cultura della Franca Martino.
I Colucci, a testimonianza della propria potenza economica e sociale, innalzavano uno scudo araldico che, sormontato da corona, recava una colonna reggente un angelo, su cui proiettan luce due stelle da destra e due da sinistra. Essi s’imparentarono co’ Degregorio di Tarante, co’ Valente di Ostuni, col barone di Sfatte don Francesco Blasi, con gli Allegretti di Ceglie, co’ Martucci, co’ Fanelli, co’ Ruggieri, co’ Magli di Martino.
Nel 1835 il corpo di fabbrica padronale di Pisciacalze, i cui terreni un tempo confinavano direttamente con masseria Selva dei Nannavecchia di Ceglie’, venne ampliato e gli fu conferito l’attuale impronta neoclassicheggiante, raccordando le vecchie strutture seicentesche, coperte da volte embricate a doppio spiovente, con le nuove che si andavano eseguendo, in ossequio alla temperie artistico-culturale allora dominante.
Si aprì un ampio penale, con gli stipiti affiancati da levigate paraste e sormontati da una elegante trabeazione, lungo la quale, a caratteri cubitali furono incise in sigla: Anno Reparatae Salutis 1835.
Si costruì uno spazioso scalone d’onore (completato da un ballatoio che immette in un vestibolo), protetto da una balaustra in ferro battuto, per consentire l’accesso al piano padronale, dove, tra i numerosi ambienti, insiste un vasto salone nel quale apre i battenti una cappelletta devozionale, coperta a catino, con l’altare in pietra, la cui mensa è sostenuta da due colonnine cilindriche. L’altare è sormontato da un rame di ignoto autore, raffigurante la Vergine Addolorata che, per il tratto, per la pacatezza dei colori, per l’impostazione della figura, per il panneggio dei veli del capo e degli abiti ma, in specie, per la composizione delle mani incrociate, può essere verosimilmente attribuito al pennello di Vito Nicola Galeone (1807-1883).
Questo pittore, francavillese di nascita e massafrese d’elezione, ha lasciato una miriade di lavori, per lo più non firmati e di soggetto sacro, che ancora oggi sono conservati in parecchie case dell’Alto Salento; morì dimenticato e nella più nera indigenza a Massafra, dove nel 1957 a cura della locale Pro Loco, venne allestita una retrospettiva nel 150° anniversario della nascita.
Al Galeone può essere altresì attribuita, sebbene con notevole cautela, la Vergine Immacolata, che domina una parete nel vano dello scalone d’onore della stessa masseria. Questa tempera, per l’impostazione, può, infatti, essere raffrontata con la Buona Pastora, una tela che l’artista realizzò per la famiglia Lecce di Massafra, quantunque il dipinto esistente nella masseria risulti molto più organico e maturo ed il volto della Vergine, su cui aleggia un malinconico e infinito sorriso, sia molto più delicato.
Nella pianta della masseria Pisciacalze dei signori Colucci in lenimento di Ceglie Messapico, redatta in Martina Franca il 30 di giugno del 1878 dall’ingegnere Luigi Casavola, sono minuziosamente riportati tutti i dati e gli elementi del complesso masserizio che questa famiglia possedeva in agro di Ceglie.
Si rileva che masseria Pisciacalze sviluppava un’estensione di 248 tomoli martinesi, che corrispondevano a 212.62.00 ettari.
Questa cospicua azienda, a causa dei passaggi successori, venne smembrata sul finire del secolo scorso, subendo una notevole parcellizzazione dei terreni, che l’ha mutilata, come appare ai giorni nostri, dei parchi, degli oliveti, dei vignali, delle pezze e di tutti quegli altri corpi essenziali per l’efficiente funzionamento di un complesso masserizie di tale entità.
Una testimonianza diretta sulle liti familiari per ragioni di eredità è resa dalla Memoria legale del 20 maggio del 1893, a firma dell’avvocato Paolo Camassa, dalla quale si ricava che erano in discordie i due fratelli Domenico e Carlo Colucci. Domenico abitava a titolo di locazione un quartino dell’altro alla masseria Pisciacalze e l’annuo [sic] pigione era di lire 47,00, pagabili terziatamente, secondo consuetudine. Nel 10 agosto 1891 Carlo minacciò di sfratto il fratello inquilino… Nella vertenza vennero coinvolti anche gli altri fratelli, Ambrogio, Angelo e Francesco, con tutte le immaginabili conseguenze che ne derivarono sul piano delle ripicche, delle impuntature, dei dispetti ma, soprattutto, della tranquillità e della pace familiare: Dacché è morto mio padre, risponde l’altro (Domenico Colucci) non si prende più ivi [nella masseria di Pisciacalze], pace’.
Oggi ogni eco della vita e delle antiche diatribe si è spenta con la scomparsa dell’ultima Colucci che ha vissuto stabilmente a masseria di Pisciacalze: la signora Lucrezia, maestra elementare, figlia di Francesco e di Addolorata Fischetti, che tra queste mura ha anche esercitato a lungo la sua professione e che ha lasciato in eredità la sua quota al marito Domenico Elia.
Un’altra quota, invece, che ingloba il vecchio lazzo, posseduta negli anni passati da Vito Ricci, è stata di recente acquistata da Settimio Todisco, un operatore gastronomico di successo, di origine monopolitana, che l’ha trasformata, adattandola alle esigenze del catering.
La notorietà acquisita in questo settore dal signor Todisco, non soltanto in Puglia ma anche nelle altre regioni italiane, schiude esaltanti prospettive all’intero complesso masserizie di Pisciacalze, che segneranno, quasi certamente, il motivo del suo riscatto dal degrado e dall’incipiente abbandono.
Gaetano Scatigna Minghetti
La Terra: Sabato regista e cast a Mesagne ed Ostuni
24 febbraio 2006
Piace molto, il nuovo di film di Sergio Rubini, grande successo di critica e applausi alla fine della proiezione romana dedicata alla stampa.
Il film si chiama La Terra, è stato girato l’estate scorsa a Mesagne (BR) con riprese anche a Nardò, Francavilla Fontana, Torre Guaceto, Torre Santa Sabina e Ceglie Messapica.
Eccezionale il cast dei protagonisti: Fabrizio Bentivoglio, Emilio Silfrizzi, Paolo Briguglia, Massimo Venturiello, Claudia Gerini, Alisa Bistrava, Giovanna Di Rauso e lo stesso Rubini che come al solito predilige dirigere e interpretare i suoi film.
Il film, è stato prodotto da Domenico Procacci (anche lui pugliese) per Fandango Film in collaborazione con Medusa e Sky.
Tra i collaboratori di Sergio Rubini, l’amico d’infanzia Leonardo Panzarino e Fabio Marini (agente di spettacolo pugliese), che oltre a lavorare con Fandango per l’organizzazione in puglia si sono occupati di scegliere e sottoporre all’attenzione di Rubini tutte le location dove girare.
In gran parte il film è stato girato a Mesagne, protagonisti il centro storico, la chiesa matrice e la sua bellissima piazza, alcuni palazzi ed abitazioni private, piazza orsini, la piazza del comune, le strade periferiche immerse negli ulivi, ma anche bar, sale biliardo, studio notarile e tanti altri posti.
Poi a Francavilla la suggestiva processione dei Misteri con i pappamusci, a Ceglie Messapica l’esterno di una Masseria, a Torre Guaceto nella bellissima oasi, alla stazione di sanvito scalo modificata con le scritte “stazione di Mesagne”, nel ristorante sul mare a torre santa sabina.
Infine nel salento, a Nardò dove hanno girato per due settimane, nell’affascinante Masseria Brusca.
Sabato 25 Febbraio ci sarà la cerimonia di presentazione del film a Mesagne.
Alle ore 17.00 presso il Cinema Ariston di Mesagne, organizzato da Fabio Marini e Fandango ci sarà la manifestazione di presentazione del film ai giornalisti ed alla città.
Saranno presenti Sergio Rubini, Fabrizio Bentivoglio, Emilio Solfrizzi, Paolo Briguglia ed il Produttore del film Domenico Procacci.
Alle ore 18.00 seguirà la proiezione del film.
Si potrà assistere all’intera manifestazione (cerimonia e film) a normale costo del biglietto d’ingresso (6 euro).
Interverranno alla manifestazione giornalisti, autorità, il Sindaco di Mesagne Avv. Mario Sconosciuto, gli assessori mesagnesi, il Presidente ed il Vice Presidente della Provincia di Brindisi.
Dopo la presentazione mesagnese, il cast di sposterà ad Ostuni presso il Cinema Roma, dove prenderanno parte alla presentazione del film nella Città Bianca.
Fonte
Brindisuim.net
Fondo Leonardo
23 febbraio 2006
Accetto di buon grado l’invito a pranzo per il “varo” della Sua nuova residenza a “Fondo Leonardo” – così come affettuosamente ama chiamare la sua proprietà – in contrada Palagogna.
Lui, Leonardo de Angelis, ingegnere in pensione, dopo una vita passata in giro per il mondo inseguendo i Suoi impegni di lavoro e nel sociale è qui a Ceglie, oggi, a mostrarmi orgoglioso il suo piccolo gioiello di funzionalità… e sorrido se penso che, ancora oggi, nell’immaginario del cegliese medio, augurare a qualcuno di andare ad abitare in un trullo è una delle peggiori sentenzie!
“Fortunata fu la circostanza – risponde alla mia incontenibile curiosità femminile – che mi vide ospite assieme ad altri “forestieri” nel 2002 del Rotary Club di Bari, in occasione del gemellaggio tra il Rotary Club Moscow International di Mosca, di cui sono stato poi Presidente, e lo stesso Rotary Club di Bari. Di questa terra, di cui fino a quel giorno conoscevo poco, mi innamorai subito… sarà per il buon cibo, sarà per l’aria fine, sarà per quell’irresistibile contrasto di colori tra il blu del cielo, il rosso della terra, il verde smeraldo della vegetazione, il bianco dei tittuli dei trulli…”. E come dargli torto, questo sabato di pieno inverno lascia far capolino all’imminente primavera.
E lui, dopo anni vissuti nella fredda Russia ha deciso di passare gran parte dei suoi giorni qui, nella Nostra cittadina. “Ceglie non ha nulla da invidiare alle cittadine limitrofe – dice – perché ha un bellissimo centro storico, non da meno rispetto a quello di Cisternino o di Locorotondo è solo che è tenuto male, perché c’è stato, negli anni scorsi, un certo disimpegno da parte dei Governi locali e poi perché è sentito poco “cosa propria” da parte dei cittadini stessi. E pensare che basterebbe poco per renderlo più attraente: per esempio l’ Amministrazione Comunale potrebbe incentivare la cura delle facciate delle case anche mediante l’istituzione di un premio, che so, per il miglior balcone fiorito!” Nelle Sue parole leggo un forte entusiasmo, quell’entusiasmo di chi vuol fare qualcosa di concreto per questa Città, ma non perché pretenda con protervia di insegnare qualcosa, ma perché Lui, forestiero, meglio vede pregi e difetti, con oggettività. “Una forte carenza di questa Città è che manca una guida, un consiglio, un aiuto alle tante persone che, come me, si trovano a vivere in una realtà che poco o per niente conoscono. Si dovrebbe, a livello di Amministrazioni locali, promuovere l’istituzione di piccole cooperative di servizi, affidate a giovani, che, ovviamente previo retribuzione, siano in grado di garantire tutta quella serie di servizi logistici fondamentali per rendere piacevole il soggiorno di quanti, al bisogno, anche per le piccole necessità di tutti i giorni, non sanno nemmeno a che santo votarsi”. E Lui, conosce bene questa realtà: difatti, sta collaborando alla ristrutturazione di una proprietà che, una coppia di amici, parigino lui, russa lei, hanno acquistato sempre a Ceglie. “Sto praticamente mediando – dice – manodopera locale ed esigenze degli acquirenti…e chi meglio di me può capirli! Non è solo un fatto di comprensione linguistica, quanto il fatto che, culture diverse sposano esigenze diverse”. “Altra cosa positiva è che ho avuto una buona impressione della manovalanza locale – così come della cittadinanza in generale – riscontro serietà e disponibilità: peccato però che spesso manchino di una diretta connotazione professionale! Si potrebbero istituire dei corsi che portino alla qualificazione di mestieri antichi, come il potatore o il chiancataro (sic), oggi più che mai attuali”.
E l’Ingegner de Angelis mi lascia con una chicca “A giugno, probabilmente il Due, festa della Repubblica, porterò a Ceglie – ed ho già preso in tal senso accordi con l’Amministrazione Comunale – un gruppo di giovanissimi musicisti di origine russa, vincitori nella loro patria di concorsi musicali per piccoli talenti”.
Un uomo che ci crede, al contrario di molti di noi, nella rimonta di questo paese.
Marta Gasparro
Gianrico Tedeschi a Ceglie: prova aperta il 28 febbraio
23 febbraio 2006
Dopo la tournèe col Tpp di “Smemorando” (Tricase, Brindisi e Ceglie Messapica 23, 24 e 25 febbraio) Gianrico Tedeschi e la sua compagnia – Artisti Associati – rimarranno in Puglia per provare il nuovo allestimento de Le ultime lune, testo e regia di Furio Bordon.
E’ uno dei rari casi in cui una compagnia decide di permanere nella nostra regione per riprendere o allestire uno spettacolo che poi girerà per tutta Italia. Un bell’esempio di, diremmo, teatro-commission che andrebbe approfondito perchè, se attuato più spesso, metterebbe in moto anche da noi l’Economia dei teatri pugliesi.
Gianrico Tedeschi, dunque, con il Teatro Pubblico Pugliese ha chiesto al Comune di Ceglie Messapica (ultima data della tournèe) la disponibilità – subito concessa – del teatro comunale, dove rimarrà il 26, 27 e 28 febbraio prossimi in una sorta di residenza permanente. Martedì 28, alle 21.00, andrà in scena la prova aperta de “Le ultime lune”, ad ingresso libero per l’intera cittadinanza.
Lucia Ileana Sapone
Ufficio Stampa e Comunicazione
TEATRO PUBBLICO PUGLIESE
Via Imbriani, 67 70121 – Bari
0805580195
comunicazione@teatropubblicopugliese.it
Teatro Pubblico Pugliese
Le Ultime Lune
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Le ultime lune, scritto da Furio Bordon nel 1992, ha ricevuto il Premio IDI nel 1993, ed è stato portato al successo nella Stagione 1995/1996 da Marcello Mastroianni. È stata la sua ultima interpretazione da molti definita leggendaria e grazie alla quale il testo è stato conosciuto e apprezzato dal pubblico e dalla critica in tutto il mondo: nei quattro anni successivi dodici traduzioni e altrettanti allestimenti hanno replicato all’estero il successo dell’edizione italiana. A Bruxelles ”Le ultime lune” ha vinto il Prix de Theatre come migliore spettacolo dell’anno, a Santiago del Cile ha ottenuto la nomination come migliore testo, a Madrid la critica lo ha accolto unanimemente come una delle più belle commedie scritte negli ultimi anni e giudizi analoghi si sono ripetuti in molte altre città europee e americane. Oggi ”Le ultime lune” torna in Italia per una precisa scelta del suo autore il quale, assumendosi anche la responsabilità della regia e presentando per la prima volta il testo nella sua versione integrale, lo affida alla genialità di un altro grande interprete: Gianrico Tedeschi. Dall’incontro con questo straordinario uomo di teatro è maturata nell’autore la decisione di riprendere una commedia che sembrava non più proponibile in Italia dopo la memorabile edizione con Marcello Mastroianni. Non è stata una decisione facile, ma è nata nel modo giusto, nel segno di una grande stima per l’interprete di oggi e di un grande affetto, da noi tutti condiviso, per l’interprete di ieri.
La portalettere rurale
21 febbraio 2006
Maria Caliandro, la portalettere rurale, per alcune ore era intenta ad attendere l’arrivo della “carrozza” proveniente da Ostuni, seduta a fianco di Leonardo Incalza “Papanarde”, fruttivendolo all’angolo di Piazza Plebiscito. Lei sonnecchiava a guisa di un cane sull’aia, con un occhio chiuso e l’altro semiaperto, con la mano destra infilata nell’apertura laterale della gonna, per catturare qualcosa da mettere in bocca.
Maria la postina era figlia di Nicola e Angela Venerito, nata a Ceglie il 10 novembre 1881, dove muore il 20 novembre 1941, a sessant’anni.
Il 26 ottobre 1899, a soli 18 anni, si era unita in matrimonio con Alfredo Fagiani, impiegato comunale, nato il 21 agosto 1879 ad Amendolara (Calabria).
Dopo la morte del marito, per consentirgli di vivere una vita dignitosa, il Comune la destinò al recapito della corrispondenza.
Alle ore 15 in punto, avveniva l’apertura pomeridiana dell’ufficio, con la relativa distribuzione della corrispondenza. Un modesto pubblico, anche se non interessato alla corrispondenza ma attratto dalla curiosità, si radunava nello spazio antistante l’ufficio in via Pietro Cossa (via Dante) e, nell’attesa che si compisse quell’avvenimento importante, cioè la distribuzione, aveva luogo un clamore ironico da parte dei giovani, che divertiva anche gli astanti seri come l’arciprete e il maresciallo dei carabinieri, che abitualmente accorrevano per ritirare la rispettiva corrispondenza.
Quei lazzi infastidivamo il personale all’interno dell’ufficio e sovente il direttore usciva fuori per chiamare all’ordine i presenti. Lo spazio dell’ufficio postale era costituito da una piccola stanza in cui erano presenti qualche sedia e due piccoli sportelli utilizzati dalla popolazione per versamenti, ritiro e pagamento di vaglia. Ad attendere la postina vi era sempre qualche bella fanciulla interessata all’arrivo di una missiva segreta, un rapporto amoroso che le ragazze avevano nascosto ai propri genitori.
Durante l’inverno, quando giungeva la carrozza (successivamente la “corriera”)che trasportava la posta, arrivavano, come proiettili di mortaio, palle di neve che si infrangevano, senza troppi complimenti, sul corpo degli scaricatori e degli impiegati addetti, se fuori tiro, sui muri retrostanti.
Era appunto quello il frutto di una monelleria che doveva dare forza alla rituale baldoria di circostanza. Finalmente, appariva sul gradino della porta dell’ufficio Maria Caliandro, recante un fascio di posta stretta tra l’avambraccio sinistro ed il pettto e sul capo il berretto duro simile a quello dei gregari delle Forze Armate e che aveva un fregio con il cono musicale, simbolo del servizio postale. Così dava inizio alla distribuzione della corrispondenza ai rispettivi destinatari.
Chi non aveva ricevuto niente, riaprendo la parte ironica dell’avvenimento chiedeva, interrogando la postina con l’intento di beffarla: “Per me non c’è niente?”.
I postini, fino agli anni ‘70, uscivano due volte al giorno “due gite” così venivano chiamate in gergo e il lavoro si protraeva fino alle ore 18,00.
Ricordo ancora i primi mesi del mio servizio quando, in occasione del Primo aprile, si usciva più volte al giorno e sino a tarda sera, per consegnare le centinaia di “pesce d’aprile” alle ragazze o ai giovanotti. Buste prive di francobollo che venivano regolarmente tassate e pagate dalle persone a cui erano dirette. Un rituale che vedevano coinvolti in particolare i giovani che con ansia attendevano di ricevere queste buste riccamente colorate e riempite di frasi a doppio senso. Chi aveva ricevuto la lettera rientrava al proprio domicilio tenendo aperto il foglio contenuto nella busta e che leggeva in compagnia degli amici o delle amiche.
Quanta fatica al freddo o sotto l’acqua!
Nei primi anni ‘50 l’Ufficio postale era in Largo Osanna (oggi Farmacia Lagamba-Galante). Il direttore dell’epoca era Luigi Galasso, coadiuvato dalle sorelle Maria, Italia, e Margherita, persone a cui ci si rivolgeva con il don. Dal 1958 con l’inaugurazione del nuovo ufficio, ci si trasferisce in Piazza Sant’Antonio, dove ancora si ricevevano e si trasmetteva i telegrammi utilizzando l’Alfabeto Morse.
I portalettere di quegli anni li ricordo tutti, anche se alcuni sono deceduti, come Domenico e Carlo Gasparro, con cui ho iniziato a lavorare nell’agosto del 1962 sulla I zona (centro storico): uno spasso, tutto il giorno a ridere, ma fu sufficiente per capire quale fosse il rapporto che si veniva a creare tra il postino e la gente, un legame, molte volte più forte del rapporto di parentela. Altri colleghi erano Martino Leo, Pietro Francioso, Vittorio Urgesi, Pietro Carlucci, Rocco Gasparro e Luigi Ciracì (deceduti da poco), Giovanni Francioso, Rocco Vitale, Giuseppe Convertino, Gabriele Ligorio, Severino Gasparro, Cosimo Santoro, Pietro Ciracì.
Direttori degli anni ‘60 furono Michele Galetta, scomparso proprio pochi mesi fa, Cosimo Ciniero, Carlo Taurisano.
Un capitolo a parte meriterebbero due personaggi unici, Pietro e Umberto, persone molto particolari che ogni giorno con la “trainedda” che tiravano a spalla, dalla Stazione arrivavano fino all’ufficio, carichi di pacchi: quando arrivavano, per giunta, venivano da noi benevolmente presi in giro, mentre grondavano sudore come se sui loro miseri stracci piovesse. In particolare Umberto (suscettibile) si arrabbiava molto facilmente e visto che era balbuziente, non riusciva mai a farsi capire. Quando l’Amministrazione postale abolì questo servizio, Umberto e Pietro si ritrovarono senza lavoro e senza denaro, drammatico fu per loro questo distacco. Che grandi lavoratori!
Oggi gli impiegati postali, provengono per la maggior parte da altri paesi e copiosa è la presenza delle donne: Maria e Tommaso Argentiero, Umano Bellanova, Domenico Bruno, Olga Castoro, Giuseppe Convertino, Francesco De Leonardis, Raffaele Di Rella, Antonio e Giuseppe Esposito, Pasquale Gianfreda, Antonio Gioia, Filomena Pagliara, Cosimo Santoro, Isabella Gallone, Elena Suma, Franco Vacca, Patrizia Leone, Salvatore Tanzarella, Andrea Argentiero, Severino Gasparro, Giovanni Santoro, Mariano Tetesi, Maria A. Gallone, Antonio Bellanova, Domenico Ciracì, stimato dai colleghi e dall’intera comunità cegliese il Direttore Silvestro Suma.
All’inizio del secolo scorso la “postina” Maria Caliandro era una e per questo oggi la ricordiamo in questa pagina.
Ceglie, arriva la nona sconfitta stagionale
21 febbraio 2006
Doveva essere la gara che avrebbe dovuto confermare i progressi fin qui conseguiti dal Ceglie, invece al termine di una partita non brillante, i brindisini incassano la nona sconfitta esterna di questo torneo al cospetto di un coriaceo e determinato Procida, scivolano in sesta posizione, staccati di quattro lunghezze dal quarto posto occupato dal Massafra. Troppi errori sottocanestro e il troppo nervosismo caratterizzano sin dal primo quarto il match, comunque giocato bene nei primi tre quarti dagli uomini di Tonucci. La solita emergenza costringe il coach marchigiano a mandare in campo il vice Capozziello, Curri e Rossi. Giornata storta di Passante, così nervoso da trasmettere la sua agitazione a tutta la squadra. Sono Muyango, Gallo e il solito Paolo Della Corte sempre generoso a tenere in piedi il Ceglie, per ben tre quarti di tempo,poi, nel finale, il solito crollo, mentre i padroni di casa con Carannante, Lubrano e Cristiano assestavano i tiri decisivi che chiudevano la partita. “In verità” spiega il ds Enrico Marseglia, “i giocatori sono entrati in campo alquanto tesi, sentivano molto la gara che per noi aveva un valore importante, la tensione è sempre presente quando si gioca sui campi campani dove il pubblico è a stretto contatto di gomito con i giocatori. A rendere più infuocata la partita si sono messi pure gli arbitri fischiando un tecnico alla panchina nei primi minuti di gioco, per non parlare poi degli aggeggi rumorosissimi sistemati alle spalle della nostra panchina e quindi dei nostri giocatori, malgrado ciò abbiamo disputato una buona gara, certo l’assenza di D’Amicis si è fatta sentire sotto i tabelloni. Comunque da martedì Maurizio riprende ad allenarsi con la squadra”. La sconfitta non è stata digerita nemmeno da Tonucci che dalla sua analisi fa intravedere uno stato di disagio che non è più sopportabile e che a lungo andare potrebbe anche compromettere l’equilibrio della squadra e dei singoli. “Non voglio ripetere sempre le stesse cose” dichiara Tonucci, “ma è dall’inizio che giochiamo senza il primo play, abbiamo Maurizio D’Amicis fuori da alcune gare, Ventruto ancora acciaccato e Della Corte che non si è allenato a fine settimana, purtroppo non posso mai disporre in allenamento di dieci uomini, devo poi aggiungere che contro il Monte di Procida abbiamo avuto il solito crollo nell’ultimo quarto, siamo stati carenti nei rimbalzi offensivi e che ancora una volta abbiamo giocato con cinque giocatori”. Chiaro no! Adesso il Ceglie non può più permettersi passi falsi. Deve fare assolutamente quattro punti nelle due gare consecutive in casa contro Sarno e Chieti se vuole dare un “senso” positivo al campionato.
Fonte
BasketPuglia, Francesco Zizzi
Splendida iniziativa
18 febbraio 2006
619,00 euro devoluti in beneficenza a Theleton.
Pagato il restauro e detratte tutte le spese occorrenti per portare a termine il progetto, il Comitato spontaneo di cittadini nato mesi fa per restaurare la statua di San Rocco (XVIII sec.), ha donato in beneficenza la somma eccedente.
Facciamo una breve cronistoria.
Un progetto portato a termine e un atto di solidarietà. In queste poche parole si racchiude l’iniziativa di un gruppo di cittadini che, nel mese di aprile si costituirono in Comitato spontaneo presso la Parrocchia di San Rocco, con l’intento di restaurare il prezioso simulacro in legno che era composto da: don Angelo Principalli, Donato Patianna. Domenico Ligorio, Renaldo Ligorio, Angelo Palma, Pasquale Elia, Angelo Silibello, Carmelo Lenoci, Michele Ciracì, Riccardo Manfredi.
Tante sono state le iniziative portate avanti per raccogliere i fondi necessari per completare il restauro. Vogliamo ricordarne solo due, la ciclopasseggiata culturale, con la visita alle bellezze cittadine, la messa in scena, con il patrocinio dell’Amministrazione comunale, della commedia di Eduardo De Filippo dal titolo “Uomo e galantuomo” presso il Teatro Comunale, nello scorso mese di dicembre.
Grande è stata la partecipazione dei cegliesi e di tanti forestieri che hanno contribuito fattivamente per salvare una preziosa statua che, oggi, fa bella mostra di sè sulla cantoria della Chiesa di San Rocco, nei suoi splendidi colori originali. Generosità che è andata oltre ogni più rosea previsione e che ha consentito di raccogliere più di quanto era necessario per portare a termine l’intero progetto.
Ancora una volta una iniziativa del privato, con l’aiuto dei cegliesi che, se chiamati a dare il proprio contributo su progetti seri, rispondono con generosità; ha restituito alla città un’opera d’arte di grande valore storico-artistico tanto cara ai fedeli e agli studiosi.
Questa è la città che noi amiamo.
Basket C1, la presentazione della 6 giornata del girone di ritorno
18 febbraio 2006
Bisceglie riceve Molfetta per il derby. Ceglie si reca a Monte di Procida. Massafra, abbordabile impegno interno con Napoli. Barletta ospita Sarno per riprendere a fare punti. Bari, delicato confronto casalingo con Campobasso.
La sfida più affascinante della sesta giornata di ritorno si gioca al PalaDolmen fra l’Ambrosia Bisceglie e la Ford Molfetta. L’inseguitrice e l’attuale battistrada del torneo a confronto per un match diretto senz’altro molto interessante. La lunga rincorsa dei biancoverdi di coach Stefano Ranuzzi é giunta finalmente al punto cruciale. Horacio Bosco e compagni sono galvanizzati dall’irreprensibile ruolino di marcia di dieci successi su undici partite dal momento in cui il tecnico emiliano è approdato sulla panchina biscegliese. Grande solidità anche per il team molfettese, che dopo un inizio di stagione balbettante ha messo su un parziale invidiabile, frutto di 10 successi consecutivi che le hanno permesso di giungere in vetta alla classifica.
Avversari di turno, dunque, gli atleti di coach Sergio Carolillo, ex di turno amatissimo nella Bisceglie che condusse in C1 nove anni fa. Una formazione costruita bene, con un quintetto titolare di tutto rispetto.
Tutti i giocatori dell’Ambrosia sono pronti per affrontare il rush finale della stagione regolare, con l’obiettivo di ripagare l’eccezionale sostegno del pubblico, che cresce giorno dopo giorno. Nessun problema in settimana per il team biancoverde, che ha regolarmente svolto tutte le sedute di allenamento e quelle di preparazione fisica alla gara, sotto la guida del preparatore atletico Gigi Di Liddo.
La partita fra Ambrosia Bisceglie e Molfetta sarà trasmessa integralmente lunedì 20 gennaio, alle ore 15, su TeleSveva.
Trasferta fondamentale per la Stamplast Ceglie, di scena sul parquet di Monte di Procida, per un confronto delicato in cui i messapici cercheranno di conquistare i due punti malgrado la volontà dei flegrei di non restare coinvolti nella bagarre playout. Il collettivo guidato in panchina da Giulio Tonucci dovrà imporre la sua indiscutibile superiorità tecnica, soprattutto nel parco esterni, limitare il giovane prospetto Danilo Fevola e l’asse play-pivot dei montesi, composto da Gennaro Lubrano e Vincenzo Cristiano.
Appuntamento con la vittoria per l’Alter Massafra, impegnata sul campo amico nella gara con la Partenope Napoli. Ai tarantini di coach Lillino Ciracì sarà sufficiente affrontare il match con la giusta concentrazione e intensità per avere la meglio sulla formazione campana, che ha cambiato recentemente l’allenatore ingaggiando Lello Persico. Il cast jonico punta con decisione a suggellare il suo ottimo campionato da matricola con un più che soddisfacente quarto posto.
La Sidis Barletta ospita Sarno, con il chiaro intento di riprendere a fare risultato. I biancorossi del presidente Giandonato Napoletano hanno aperto una sanguinosa striscia di cinque sconfitte consecutive, allontanandosi di quattro lunghezze dal fatidico nono posto, con la complicità dei guai fisici che hanno limitato l’utilizzo di due giocatori importanti quali Pino Vitiello e Donato Zecchino. Con i due esperti tiratori in campo e in buone condizioni, il team di coach Gino Degni potrà risalire la china e accantonare quest’ultimo periodo buio.
Il fattore campo, nel corso di questa stagione, non ha sempre portato al Cus Bari i giusti benefici. E’ ora di invertire la rotta, cominciando dallo scontro con Campobasso, motivato a passare su un parquet già violato da cinque formazioni. Gli universitari non possono permettersi ulteriori passi falsi interni, pena un pieno coinvolgimento nella drammatica lotta per evitare l’ultimo posto, ovvero la retrocessione diretta in C2.
La capolista Marigliano è attesa da un facile compito casalingo. Caserta non può rappresentare una minaccia concreta per gli atleti di Tony Valentinetti, spettatori molto interessati del big-match di giornata. Chieti gioca andrà a Santa Maria a Vico, per misurare le sue prospettive in vista della seconda fase. Un successo rilancerebbe Claudio Capone e compagni nella corsa al miglior piazzamento in griglia. A questo punto del torneo, è plausibile ritenere che non sarà più una passeggiata espugnare il PalaZauli di Battipaglia. Dovrà tenerne conto Anagni, accertati i ripetuti segni di vitalità dei salernitani, che a differenza di altre pericolanti non hanno mai preso batoste e contenuto le sconfitte con scarti più che dignitosi anche sui campi delle squadre di vertice.
Fonte
Vito Troilo, BasketPuglia
Dio è amore
17 febbraio 2006
La finezza filosofica e teologica di Papa Benedetto XVI era nota agli addetti ai lavori. Non è quindi una sorpresa che l’Enciclica Deus amor est sia una lectio magistralis sulla teologia giovannea sapientemente intrecciata al Cantico dei Cantici e ad alcune riflessioni paoline e agli Atti degli Apostoli.
L’incipit è potente e delimita subito quello che sarà l’oggetto della riflessione teologica: – Dio è amore: chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui.
Questa citazione giovannea fonda l’archetipo per la sfida che Ratzinger lancia alla modernità identificata in Nietzsche e in Marx.
Il primo viene richiamato per la sua critica alla svalutazione che il cristianesimo ha operato dell’eros e il secondo perché ritenuto responsabile per avere separato la giustizia dall’amore e dalla carità. Ritorna quindi prepotentemente quello che Ratzinger ha sempre sostenuto rispetto al relativismo del mondo moderno.
Dice il Papa che “il cristianesimo secondo Nietzche avrebbe dato da bere del veleno all’eros”. Da qui parte una riflessione che è semantica e filosofica sull’eros, sulla philia e sull’agape per arrivare all’affermazione che l’uomo è unità biopsichica inscindibile, persona che supera il dualismo cartesiano di anima e corpo. L’affermazione non è una novità assoluta del dibattito teologico e pedagogico cristiano, ma essa dà il crisma dell’ufficialità e rende definitivamente giustizia di certe concezioni bigotte della sessualità e dell’eros. Concepire l’eros separato dall’agape significa mercificare l’uomo riducendolo a pornografia. D’altro canto anche nel pensiero classico e laico l’eros è stato sempre collegato all’estasi. Si pensi al Don Giovanni di Mozart dove l’eros si dissolve in sublime, estatica spiritualità.
Sul versante della critica al materialismo marxista il Papa rimprovera la separazione della giustizia dalla carità e dall’amore fino ad osservare paradigmamente che “chi vuole sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo. Ci sarà sempre sofferenza che necessita di consolazione e di aiuto. Sempre ci sarà la solitudine”.
Questa parte dell’Enciclica non sfugge all’attualità della concretezza dell’operare e all’agire politico. Da un lato si delimitano i confini dell’attività caritativa che “deve essere indipendente da partiti e ideologie” e che “non è un mezzo per cambiare il mondo in modo ideologico”; dall’altro si pongono anche i limiti e si definiscono le finalità dell’agire politico e la politica viene considerata “tecnica” al servizio della giustizia. Viene affermata la separazione tra politica e religione anche se tra esse c’è sempre un rapporto di “relazione reciproca”.
Nella riflessione sulla giustizia il Papa non ignora e riprende la gestione comunitaria delle prime comunità cristiane e la koinonia “consiste appunto nel fatto che i credenti hanno tutto in comune e che, la differenza tra ricchi e poveri non sussiste più” e la diaconia altro non è che “il servizio dell’amore del prossimo esercitato comunitariamente e in modo ordinato”.
Sullo sfondo dell’Enciclica si avverte la necessità di rispondere alle filosofie moderne sulla morte di Dio. Il Papa risponde con l’argomento agostiniano: – Se tu lo comprendi, allora non è Dio.
L’argomento è arguto, ma non esaustivo e solo la fede può rispondere alla sfida lanciata dalla filosofia moderna alla divinità. Ma questo è un altro argomento di cui parleremo una prossima volta.
Con questa Enciclica si continua il cammino di ricerca comune sul significato della vita e della società che deve vederci tutti impegnati, credenti e non credenti.


