La vera storia della cursìa
22 luglio 2005
Fin da ragazzino ho sempre creduto che cursìa fosse il vocabolo dialettale derivante da Corso. Quella parola nel gergo paesano (jint’a’cursij), infatti, indica il Corso Garibaldi. Non è invece così.
La Curia oritana con un decreto datato 22 agosto 1748 autorizzava il Capitolo dell’allora Chiesa Collegiata (ora non più) di Ceglie ad alienare, tra l’altro, alcuni beni stabili di proprietà per estinguere un debito di 4.000 ducati dovuti dal Capitolo stesso ad un certo don Giovanni Polaja di Martina. In quell’atto compariva la Corsèa Sant’Antonio.
Cursìa, corsèa o corsìa (Dizionario Etimologico Italiano, Istituto di Glottologia, Università degli Studi di Firenze, Firenze 1968, a cura di C. Battisti e G. Alessio), sono parole con il significato di “corridoio, camerata, ospizio, dormitorio, complesso con letti”, insomma l’odierno significato di “corsìa di ospedale”.
La toponomastica cegliese ci vuole rammentare che proprio nell’odierna Piazza Sant’Antonio o immediate sue vicinanze, alcuni secoli fa doveva esserci un ospedale, tra l’altro, extra moenia, e proprio perché fuori le mura cittadine dobbiamo considerarlo per malattie infettive o per malati incurabili dedicato, certamente, a Sant’Antonio.
Ma quale Sant’Antonio? Da Padova o Abate?
E’ noto a tutti che fino a qualche decennio fa esisteva, nel Borgo medioevale, anche un’antica chiesetta consacrata a Sant’Antonio Abate, ora complesso di ristorazione: “Osteria dei Santi” nell’odierna via Porticella.
Secondo Rocco Antelmy, primo storico cegliese, quell’antica Chiesa potrebbe addirittura risalire all’epoca di Costantino (editto di Milano, 313 d.C.), per avere su di una architrave della porta d’ingresso incise le lettere IHSV (In Hoc Signo Vinces), ovvero “Con questo segno vincerai”.
Se volessimo tenere per vero ciò che scrisse Rocco Antelmy circa le lettere I.H.S.V. la devozione per Sant’Antonio Abate nella nostra città potrebbe essere più antica di quanto si creda.
Personalmente non concordo per il semplice fatto che il culto per quel santo, in Occidente, risale al V secolo, in Oriente, al IV.
Quel Tempietto custodisce un affresco di notevole valore storico ed artistico ritraente Santa Filomena. Il culto per quella Santa nella nostra Città è di antiche tradizioni. L’affresco di cui sopra potrebbe essere di epoca greca o bizantina. L’abito che indossa la Santa, per esempio, ed altri particolari sono di stile, decisamente, orientali.
Dai documenti custoditi presso l’Archivio di Stato di Brindisi si ricava che già nella prima metà del ‘500 Ceglie possedeva un suo ospedale, intra moenia. E’ da pensare quindi che gli ospedali fossero due; uno dentro la cinta muraria e l’altro, fuori. Dalla toponomastica cittadina (largo ospizio) ricaviamo inoltre che in quel luogo esisteva un convento dei Padri Carmelitani di Martina che ospitava persone sole, mendicanti e viandanti. Ospizio bisogna intenderlo come “ospitalità”.
Il 23 giugno 1606, il notaio Donato Antonio Ciracì, in un suo atto ci conferma l’esistenza di un “…Venerabile hospitale…” efficiente e funzionante. Sappiamo pure che il 20 febbraio 1743 il Salento fu colpito da un disastroso terremoto. Tutte le città della zona subirono ingenti danni. E Ceglie non fu certo da meno. In quella occasione, il nosocomio cegliese deve aver subito gravi danni alle infrastrutture tanto che il 2 dicembre di quello stesso anno (1743) si rese indispensabile la “…ristrutturazione e riedificazione dello ospedale…”. Ma già nel 1744 il cronista domenicano scriveva di un “…vecchio ospedale…”.
Qual’era dunque l’ubicazione di quel vecchio ospedale? Non certo quello che noi conosciamo adesso come “ospedale vecchio”, né tanto meno quello posizionato nel convento dei frati Cappuccini. Quel convento, a seguito delle cosiddette leggi eversive, con lo sfratto da parte dell’Intendente dell’Ufficio del Registro di Ceglie avvenuto il 31 dicembre 1865, dapprima, diventò ricovero di mendicità e poi, con l’epidemia di colera del 1867, ospedale cittadino.
Un atto del notaio Tommaso Lamarina (ASBr), datato 12 aprile 1683, riporta l’inventario dei beni immobili di proprietà della Cappella di Sant’Antonio di Vienna situata dentro la Terra di Ceglie. Beneficiario di detti beni (Grància o Beneficio) era il clerico Giuseppe Oltavy della Terra di Turris Paludarum (odierna Torrepaduli, prov. di Lecce), diocesi di Ugento. In seguito, nel 1748, quel Beneficio veniva goduto, invece, dal Cappellano rev. Don Giuseppe Manfredi di Scorrano (LE), il quale fu investito dal Cardinale Francesco Pignatelli, arcivescovo di Napoli (Napoli 6.2.1652 – ivi 5.12.1734). Costui fu arcivescovo di Taranto dal 27.9.1683, Nunzio apostolico in Polonia fino al 1703. Ma perché i Cappellani di quel Tempietto erano della provincia di Lecce? Non mi è stato possibile saperlo.
Il Sant’Antonio di Vienna in questione, altro non era che il nostro Sant’Antonio Abate. Così veniva indicato perché le reliquie del Santo erano custodite, in Francia, nella Chiesa di Sant’Antoine de Viennois (Bibliotheca Sanctorum, Roma 1962, p.114; Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, Roma 1948, vol.I, p.1539; F. Novati, Sopra un’antica storia lombarda di Sant’Antonio di Vienna, in Miscellanea d’Ancona, Firenze 1901; F. D’Elia, Il falò di Sant’Antonio, Note di folklore Salentino, Martina Franca, 1912; R. Corso, Il porco di Sant’Antonio in Folklore Italiano, I (1925), p.316 e segg.; P. Toschi, La poesia popolare religiosa in Italia, Firenze 1935, pp.107-112).
Nel nostro dialetto il Santo viene ancora oggi indicato con la pronunzia francesizzata: Sand’Anduèn.
Il Santo fu venerato dal popolo, il quale faceva ricorso a lui contro la peste, lo scorbuto e contro tutti i morbi contagiosi. Lo sviluppo del culto popolare del Santo fu dovuto alla sua fama di guaritore dell’Herpes zoster meglio conosciuto come fuoco di Sant’Antonio.
La popolarità della devozione favorì la pia consuetudine di intitolargli ospedali, chiese, confraternite, edicole.
L’origine di questa tradizione risale alle molte miracolose guarigione che sembrano essersi verificate durante un’epidemia che infestava la Francia in occasione della traslazione delle reliquie del santo da Costantinopoli in Europa. In onore di Sant’Antonio Abate, il giorno della vigilia della festa (16 gennaio) venivano e tuttora vengono accesi per le strade dei centri abitati dei grossi falò. Nel brindisino, per esempio, questa tradizione è molto sentita a San Vito dei Normanni, a San Michele Salentino, a Francavilla Fontana, ecc.
Il Santo, inoltre, è il protettore degli animali domestici. Il 17 gennaio, infatti, giorno della festività del Santo, sul sagrato delle chiese vengono benedetti gli animali domestici ed il pane, cosiddetto di Sant’Antonio, da far mangiare agli animali domestici malati (Biblioteca Sanctorun,Roma 1962, pp.115-116).
Per dovere di informazione, mi preme precisare che il nostro Sant’Antonio Abate molti secoli fa, sostituiva anche San Rocco, più noto come guaritore degli appestati, e nelle nostre campagne era invocato anche contro le malattie del bestiame. Ma san Rocco, a Ceglie, compare per la prima volta intorno al XVI secolo, mentre Sant’Antonio Abate risalirebbe intorno al V–VI secolo.
Non sappiamo se nella vecchia Chiesa Matrice, quella costruita nel 1521 dai coniugi Sanseverino, si venerasse il Santo di Padova. Troviamo le prime notizie certe solo nel 1630, quando il Duca Diego Lubrano fece costruire una Cappella dedicata al Santo riservandosi lo Jus Patronatus, ossia il diritto di farsi ivi seppellire insieme ai suoi cari. Quella Cappella è tuttora esistente nella chiesa Matrice.
Anche Sant’Antonio da Padova ha per tradizione il cosiddetto “pane dei poveri”. Una pia devozione ed istituzione questa di notevole rilevanza sociale consistente in una elemosina distribuita ai poveri sotto forma di pane. La benefica opera a sollievo dei poveri ebbe sviluppo alla fine del XIX secolo per merito di Louisse Bouffer di Tolone in seguito ad una speciale grazia da lei ottenuta.
L’Amministrazione comunale cegliese in data 14 marzo 1823 chiese al Vescovo di Oria “…il permesso di festeggiare Sant’Antonio da Padova il giorno della sua ricorrenza (13 giugno), e non la domenica successiva…” come era stato fatto fino a quel momento.
Per quanto sopra esposto, devo ritenere che la famosa “Cursìa Sant’Antonio” potrebbe riferirsi a Sant’Antonio Abate venerato da oltre un millennio prima di Sant’Antonio da Padova.
Pasquale Elia
Comunicato Stampa del Dott. Ciro Argese cons. Comunale della Lista Magno per Ceglie del 18/07/2005
18 luglio 2005
Nella seduta del Consiglio Comunale del 15/07, da me convocata legittimamente in veste di Consigliere Anziano, come dichiarava lo stesso TAR, in data 14/07, in seconda convocazione erano presenti n. 15 Consiglieri Comunali oltre al Sindaco.
Si passava alla discussione del 1° punto all’ordine del giorno e cioè all’elezione del Presidente del Consiglio Comunale che la legge (d.lgs.267/2000) impone come 1° punto iderogabile.
Su questo punto succedeva la bagarre perché la maggioranza non voleva ai eleggesse un Presidente non di loro gradimento, ed il Consigliere Regionale Pietro Mita aizzava ancora di più gli animi come d’altronde ha fatto dall’inizio di questa incresciosa storia amministrativa forse in maniera calcolata.
Successivamente il Sindaco e la sua maggioranza abbandonavano l’aula con il Segretario Generale che dichiarava chiusa, in maniera del tutto illegittima, la seduta, perché solo il Presidente del Consiglio può dichiarare chiusa la seduta e non il Segretario Comunale al quale la legge dà funzioni consultive e di verbalizzazione come prevede lo stesso d.lgs.267/2000 ed il nostro Statuto Comunale.
Si continuava quindi, in assenza del Sindaco e della maggioranza (in seconda convocazione 8 Consiglieri presenti rappresentano il numero legale) e si procedeva all’elezione del Presidente del Consiglio Comunale nella mia persona.
Successivamente si passava al 2° ed al 3° punto dell’o.d.g. e cioè “Giuramento del Sindaco” e “Comunicazione dei componenti della Giunta Comunale”; avendo constatato l’assenza del Sindaco e della Sua maggioranza in quel momento dichiaravo, e solo in quel momento si poteva fare, la chiusura della seduta.
Tengo a precisare che il Segretario Generale avrebbe dovuto essere presente fino al termine del Consiglio Comunale per svolgere le funzioni che la legge gli impone in sede di Consiglio Comunale e cioè di assistenza, consultazione e verbalizzazione…e non di scioglimento!! (su quale manuale amministrativo gli esimi cervelloni della maggioranza hanno letto che il Segretario Comunale scioglie o dichiara illegittime le sedute del Consiglio Comunale!!).
Per quanto riguarda il Sindaco avrebbe potuto prestare giuramento e comunicare i componenti della giunta al Consiglio Comunale sanando una grave illegittimità amministrativa che non lo ha voluto ancora una volta fare…
Devo ricordare che il TAR è giudice di legittimità e non di merito e cioè non può intimare al Consiglio Comunale comportamenti che fanno parte della Sua sovrana autonomia politica. Né si capisce perché, se la legge prevede che il Giuramento del Sindaco venga dopo l’elezione del Presidente, un qualsiasi Segretario Comunale possa arrogarsi il diritto di violarne il contenuto.
Il rispetto delle regole invocato dalla maggioranza e dal suo capopopolo Pietro Mita deve essere innanzitutto rispetto della legge e delle norme che regolano il funzionamento della vita amministrativa di un Comune: il d.lgs. 267/2000 ed il nostro Statuto non sono un abito buono per tutte le stagioni. La maggioranza deve soltanto ammettere di aver commesso una serie di errori che stanno portando il paese allo sbando e paralizzando l’attività amministrativa. Consiglierei agli ancora sconosciuti assessori di intrattenersi un po’ meno nelle conversazioni con i giornalisti ed un po’ più con gli operatori di diritto…
Ceglie Messapica, lì 18/07/2005
Il Presidente del Consiglio Comunale
Dott. Ciro Argese
Il Tour estivo 2005 dell’Orchestra del Settecento
14 luglio 2005
L’Orchestra del Settecento, il già affermato complesso musicale specializzato nell’esecuzione della musica barocca, sarà impegnato nella seconda metà di luglio nel Tour estivo 2005, che la vedrà esibirsi in tre importanti ed altrettanto suggestive allocazioni del brindisino: martedi 19 luglio alle ore 20.00 presso il Salone di Rappresentanza della Provincia a Brindisi, domenica 24 luglio alle ore 20.30 sul Sagrato della Chiesa di S.Anna a Ceglie Messapica ed infine domenica 31 luglio alle ore 20.30 nel Chiostro del Convento dei Frati Minori-S.Maria della Croce a Francavilla Fontana. Elemento che dà particolare rilievo a questa produzione dell’Orchestra del Settecento è che si svolgerà (oltre che col Patrocinio dell’Amministrazione Provinciale di Brindisi, dell’Assessorato alle Politiche Ricreative e dello Spettacolo del Comune di Ceglie Messapica e Francavilla Fontana), col Patrocinio di un importante ente morale, l’IMAIE, che riconosciuto l’altissimo livello artistico di questa Orchestra di giovani musicisti pugliesi ha deciso di sponsorizzarne l’attività.
L’IMAIE, l’Istituto per la Tutela dei Diritti degli Artisti Interpreti Esecutori, Ente morale (L. 93/92), oltre a distribuire l’equo compenso agli AIE, per la riutilizzazione delle loro prestazioni artistiche, audio e video, ha tra i suoi scopi quello di promuovere le iniziative degli Artisti che diffondono tutte le espressioni dello spettacolo in Italia e all’Estero. Ogni anno l’Istituto assegna i fondi, destinati per legge a fini collettivi, ad attività di studio alla promozione, alla formazione ed al sostegno professionale degli Artisti Interpreti Esecutori, ad alcune associazioni o semplicemente ad artisti.
Nata nel 1991 per volontà e iniziativa del suo direttore M° Graziano Semeraro di Ceglie Messapica, docente titolare di Organo e Composizione Organistica presso il Conservatorio “N.Rota” di Monopoli (BA), l’ Orchestra del Settecento ha svolto, negli anni, la sua attività in ambito regionale con indiscusso successo di pubblico e di critica. Partendo da un serio lavoro di studio e ricerca filologica, essa si dedica oltre che all’esecuzione del repertorio più noto, soprattutto alla divulgazione del repertorio meno noto, poco eseguito o inedito. Dalla sua prima costituzione, l’Orchestra del Settecento ha continuamente perseguito l’ideale del miglioramento qualitativo attraverso la scelta di un repertorio sempre ricercato, l’assunzione dei migliori professori barocchisti (e non) attinti dalle province di Bari, Brindisi, Lecce e Taranto, infine dotandosi progressivamente di strumenti o d’epoca o in copia d’epoca (violini ed archi barocchi, flauti dolci e traversieri, oboe barocco, clavicembalo copia del sec. XVII): tutto ciò le ha consentito di raggiungere il suo miglior livello artistico e di diventare, quindi, un’importante realtà musicale del Sud Italia, a livello dei migliori ensembles analoghi nazionali ed europei, che, giorno dopo giorno, incide significativamente sulla cultura del nostro territorio. Nel 2002 ha inciso dal vivo un CD contenente Concerti per più stumenti di Bach, Handel, Vivaldi e Telemann, ed è in fase di pubblicazione un secondo CD con le registrazioni – sempre rigorosamene dal vivo – del Concerto eseguito nel Natale del 2004.
Il programma che l’Orchestra del Settecento eseguirà in questa produzione estiva 2005, vario, brillante e di sicuro gradimento, e che vedrà i solisti Vincenzo Barulli al violino, Antonella Cavallo alla viola, Andrea d’Armento al fagotto, Giuseppe Giannotti all’oboe, è il seguente,: TELEMANN-Concerto in sol magg. per viola e orchestra, VIVALDI-Concerto in la minore per fagotto e orchestra, BACH-Concerto in re minore per violino, oboe, archi e basso continuo, TELEMANN-Don Quichotte: Suite. L’organico dell’orchestra è formato invece da: Giuseppe Amatulli, Maria Cucci, Maria Punzi, Giuseppe Simonetti, Paola D’Amico e Antonia Mastromarini ai violini, Saverio de Nitto alla viola, Daniele Lunedi e Merita Alimhillaj ai violoncelli, Maurizio Ria al contrabbasso, Alessandra Corbelli al clavicembalo, Vito Caliandro all’oboe.
Il Presidente
M° Graziano Semeraro


