Faggiano orgoglioso di giocare per Brindisi

24 gennaio 2005

Quindici anni trascorsi lontano da casa, giocando anche sui campi della massima serie di pallacanestro, oltre che in Legadue, collezionando successi che fanno parte del suo palmares; quindi, il ritorno nella sua terra – «ma non è una scelta di vita, solo la voglia di contribuire alla scalata alla massima serie di Brindisi – ed il «sì» alla società che lo inseguì inutilmente quand’era quindicenne alla quale si è legato con lo stesso entusiasmo con il quale partì verso Caserta, dove con coach Marcelletti seppe conquistarsi le prime gratificazioni. Damiano Faggiano a trent’anni sprizza energia da tutti i pori, ha voglia di confrontarsi anche in un campionato che ha palcoscenici diversi da quelli cui era abituato. «Stiamo lavorando benissimo ed i primi riscontri li stiamo già registrando – afferma l’ala-guardia cegliese, dimostrando grande personalità in ogni movimento che compie -. È trascorsa solo una settimana ma posso assicurarvi che chi ha costruito questa squadra ha messo su un bel “giocattolo”, veramente una gran bella cosa. Lo dico con estrema sincerità. Di squadre ne ho avute tante, ma questa mi sembra eccellente, sotto tutti i punti di vista». Coach Valdi Medeot ha appena iniziato a creare qualche schema per la sua nuova squadra, atteso che sabato e domenica la Prefabbricati sarà chiamata al primo test con team della stessa categoria. L’entusiasmo profuso da tutti i giocatori è un ottimo viatico per la stagione che sta per iniziare. «Si è venuta a determinare una situazione che mai mi sarei aspettato di trovare: tanta gente che segue il nostro lavoro in palestra». Disagio? Troppa pressione? «No, assolutamente. Anzi, per noi un incentivo a dare sempre più – continua Faggiano -. Tutti noi ci stiamo cominciando a preparare psicologicamente al debutto nel palaElio. Ce lo immaginiamo stracolmo, come l’ho visto nei filmati del playoff o come quando venne a giocare l’Italia. Qualcosa che mette i brividi». Strano, che dopo aver vinto tanto, anche a livello europeo, Faggiano «senta» il debutto al plaElio! Poi, da ragazzo schivo qual è, l’ala-guardia cegliese sposta l’attenzione sui suoi compagni di viaggio. Parla volentieri di Andrea Camata. «Può “spaccare”, perché ne ha tutte le peculiarità, se sarà giustamente tutelato – asserisce Faggiano -. Lui, però, potrebbe essere penalizzato da arbitraggi poco attenti. È chiaro che nello scontro con avversari più piccoli di parecchi centimetri e meno prestanti a soccombere saranno gli altri, perché lui è molto, ma molto forte. Per me è stata una bellissima sorpresa vederlo lavorare. Lo sto scoprendo giorno dopo giorno e vi assicuro che, spalle al canestro, è davvero tantissimo bravo. Fra l’altro ha un bel gancio cielo ed ha un altrettanto poderoso “arresto e tiro”». Damiano Faggiano parla di Andrea Camata con toni entusiastici, così come è soddisfatto di tutti gli altri suoi nuovi compagni. «È stato allestito un roster che può vantare un perfetto cocktail – sostiene -. È fatto di gente che sa perfettamente integrarsi, perché di talento, di grande personalità e professionalità. A mio avviso, questa squadra, in “campo aperto”, con un quintetto che all’occorrenza potrebbe essere anche “abbassato”, con Paolo Giuliani, al centro, e quattro “piccoli” può fare sfracelli perchè in grado di esprimersi in velocità». È una Prefabbricati Pugliesi che può dunque avere molte facce. In ogni caso, questo è un gruppo che sta già «unendosi». L’altro giorno, tutti assieme, sono stati a cena presso l’«Entroterra», un agriturismo di Ceglie Messapica (in zona Fedele Grande») preso d’assalto dai «giganti» brindisini che hanno apprezzato moltissimo la cucina cegliese. Uno «spettacolo» anche per la gente di Ceglie quando i «giganti» sono andati in città a prendere un caffè.

Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

Comunicato Stampa del Dott. Ciro Argese cons. Comunale della Lista Magno per Ceglie del 14/07/2005

14 gennaio 2005

Oggetto: comunicazione di convocazione del Consiglio Comunale di Ceglie Messapica del 15/07/2005.

Vi comunico di aver provveduto alla convocazione della seduta del Consiglio Comunale di Ceglie Messapica per il giorno 15/07/2005 alle ore 12.00.

Tanto perché il Consiglio Comunale di Ceglie M.ca, da poco insediatosi, non ha provveduto nella seduta precedente a tutti gli adempimenti di legge richiesti dal decreto legislativo 267/2000 e dalle norme che regolano lo Statuto del comune.
Ed infatti, ho inteso esercitare le funzioni sostitutive di convocazione dell’assise consiliare, alla luce di indifferibili ed urgenti necessità legislative.
Occorre ricordare come, per colpa del Sindaco e per suo illegittimo ritiro, durante la precedente assise, di punti istituzionali che non appartenevano alla maggioranza né al Sindaco stesso, il Consiglio Comunale si trova, di gran lunga al di là dei 10 gg di termine perentorio stabilito dalla legge, a non aver provveduto ancora ad adempimenti inderogabili quali: lo stesso giuramento del Sindaco e dei suoi fantomatici assessori che, a tutt’oggi, il Consiglio Comunale ignora, la nomina dei gruppi consigliari e dei relativi capogruppi, la nomina del componente della Commissione elettorale e, non da ultimo, l’elezione del Presidente del Consiglio Comunale.
Tutto questo ha determinato una situazione di reiterata violazione di norme assolutamente inderogabili da parte del Sindaco.
Alla luce della considerazione che il precedente responso elettorale mi vide quale consigliere comunale più suffragato della lista più suffragata, e nella veste di Consigliere anziano che la legge mi attribuisce, ho ritenuto di dover procedere ad una convocazione celere del C.C. affinché sia messo fine a tali violazioni di legge, nella coniderazione che il Consiglio Comunale è di tutta la città e non solo della maggioranza.

In fede
Ciro Argese

Via da dedicare a don Michele Pastore

3 gennaio 2005

È stata inoltrata nei giorni scorsi al sindaco Pietro Federico una formale richiesta di intitolazione di una piazza od una via al compianto don Michele Pastore che per oltre 30 anni ha guidato la parrocchia di San Rocco, di Ceglie Messapica. La richiesta formalmente sottoscritta dal responsabile locale dell’associazione «Cenacolo Accademico Europeo Poeti nella Società», Damiano Leo, interpreta il desiderio di numerosi cegliesi che hanno conosciuto ed apprezzato don Michele Pastore. «Don Michele – dice il poeta Leo – è stato un sicuro riferimento per intere generazioni ed ha tutti i requisiti per essere onorato, senza bisogno di aspettare i canonici 10 anni». Una dimostrazione di stima ed affetto è stata la cospicua presenza dei cegliesi ai funerali che si sono tenuti, a Francavilla Fontana, nel mese di luglio scorso. Don Michele Pastore, dopo aver compiuto i sui studi di teologia presso il Pontificio seminario Regionale di Molfetta e presso il «Leonianum Anagnium» in Anagni, fu ordinato sacerdote l’8 maggio nel 1968. Giovanissimo, dunque, divenne parroco della chiesa di San Rocco portando a Ceglie una ventata di cambiamento. D’altronde Michele Pastore era figlio del concilio Vaticano II che nella Costituzione «Sacrosanctum Concilium» invita alla partecipazione attiva dei fedeli. Ed è al concetto di «Chiesa attiva e partecipata» a cui don Michele ha fatto continuamente riferimento avendo sempre un occhio di riguardo soprattutto per i giovani. Gli adulti di oggi lo ricordano ancora come il «giovane sacerdote tra i giovani» al quale devono molto della loro formazione. Un parroco che non ha mai sdegnava di raccontarsi e raccontare della propria vita anche per mezzo della nobile poesia. Artisticamente ha collaborato al volume «Cento anni ed è ancora l’alba» (edizione CRSEC) ed ha pubblicato «Papà scarpone, mezzo cristiano una bambina ed una canzone», «Nostalgia dell’uomo perduto», «Una avventura sul ring della vita e del nulla». Poco prima della sua morte, nel mese di giugno, Michele Pastore ha pubblicato «Le rondini volano alto» che ha dedicato ai medici, paramedici e a tutti gli operatori sanitari che negli ultimi anni della sua vita aveva imparato a conoscere ed apprezzare. Una sintesi poetica di un lungo andare: «Partire per un viaggio lontano in un mondo senza sentieri e senza frontiere». Un volo verso l’azzurro a simboleggiare un senso di libertà di un uomo che, pur nei limiti dell’umano vivere, ha avuto sempre il coraggio di uscire dagli schemi rifiutando ogni ipocrisia.

Fonte: Agata Scarafilo, La Gazzetta del Mezzogiorno

Ci siamo

1 gennaio 2005

Ceglie Plurale si è concessa una breve vacanza! Attenzione, non nel senso che alcuni sperano. Dopo aver lottato tanto, aver subito insulti, aver raggiunto piccole vittorie aveva il diritto a un po’ di pausa e a concedere una tregua a tutti coloro che una volta al mese sono “assaliti”: vuole una copia di Ceglie Plurale?
Gente che quasi fosse infastidita, in malo modo risponde di no, oppure acquista una copia solo perché l’amico accanto lo ha fatto. Per nostra fortuna questa gente ricopre una minima parte rispetto alla maggioranza di chi ci acquista e in ogni caso noi non vogliamo forzare nessuno, non siamo dei tiranni, chiediamo solo la possibilità di imparare a conoscere e apprezzare il nostro lavoro.
In fondo, il giornale è scritto da un gruppo di cegliesi che, invece di lamentarsi per le negatività del paese e sprofondare nel lassismo, cerca di affrontarle senza alcuna presunzione ma con la speranza che qualcosa cambi. Ebbene, ci rivolgiamo proprio a quella minima parte di persone, in cui dobbiamo comprendere con molto rammarico anche una parte di giovani, dicendo loro che ogni tanto non sarebbe male leggere un giornale che per giunta, in questo caso, è locale, non sarebbe male soffermarsi su di una notizia anziché abbandonarsi davanti alla televisione o a navigare in internet.
Che il rapporto tra i giornali e le nuove generazioni è quasi inesistente non è una sorpresa. L’obiettivo principale che tutti noi di Ceglie Plurale ci porremo per il prossimo anno è avvicinare i giovani alla lettura del giornale. Ci saranno più inchieste, sport, inserti e cronaca locale. Auspichiamo anche un allargamento dei redattori disposti a fare qualche sacrificio per un’iniziativa che intende mettersi servizio della città e di tutti i cegliesi.

Antonio Ciracì

Attori principali, comparse o assenti

1 gennaio 2005

Un film racconterà, attraverso un video-documentario la strada della produzione dell’olio e le tipologie dell’albero di ulivo nella nostra provincia.
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Ancora uno scippo

1 gennaio 2005

Dal 3 gennaio è stato soppresso il locale Ufficio Servizio Riscossioni e Tributi, ubicato in via Ospedale Vecchio. Un altro importante servizio viene sottratto alla città. E’ quantomeno singolare che ogni qualvolta un Ente attua una fase di ristrutturazione dei propri uffici, con la relativa chiusura, il primo paese ad essere penalizzato è sempre Ceglie. Tutto avviene senza colpo ferire, nell’assordante silenzio della Civica Amministrazione e dei nostri rappresentanti istituzionali (deputati, senatori, consiglieri regionali e provinciali).
Chiediamo di conoscere le motivazioni che hanno spinto la sede competente a chiudere l’Ufficio di Ceglie. I cittadini facciano sentire il proprio disappunto per questo ulteriore scippo.

Anatocismo

1 gennaio 2005

Dopo la pubblicazione della sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite che sancisce definitivamente la nullità delle clausole di capitalizzazione trimestrale degli interessi bancari operate sui conti correnti, molti utenti bancari hanno manifestato il loro proposito di rivendicare la restituzione di somme indebitamente corrisposte a tale titolo alle banche con cui hanno trattenuto rapporti di conto corrente. Il fenomeno, in continua crescita, è meglio noto con il nome di anatocismo, (parola incomprensibile) ovvero il calcolo degli interessi sugli interessi, che la banca capitalizza ogni tre mesi. Limitarsi a richiedere genericamente la restituzione degli interessi anatocistici comporta la rinuncia a ben altrettante cospicue richieste di restituzione da opporre alle banche e il grave rischio di perdere tempo nella ricerca di recuperare in via bonaria solo una piccola parte di ciò a cui si ha diritto. Di questa tesi è l’Ubf (Utenti bancari finanziari) un’associazione onlus a difesa dei consumatori, che nel corso di una conferenza stampa, tenutasi nella loro sede, ha invitato gli utenti bancari a non accontentarsi di richiedere la ripetizione delle sole somme anatocistiche. Il presidente dell’associazione, Giancarlo Ragone, ha poi tracciato i contorni della pratica legale inoltrata dal legale dell’Ubi, Domenico Sollazzo, ed accolta pochi giorni fa dalla Cassazione. In particolare, il Tribunale di Melfi ha disposto che, se non è contrattualmente previsto il tasso iniziale per la determinazione degli interessi passivi, il calcolo che la banca compie è nullo, poiché tale tasso è indeterminabile. La sentenza inoltre riduce drasticamente la pretesa della banca al pagamento degli interessi capitalizzati. La Ubf prevede che in Puglia saranno oltre un milione gli utenti che pretenderanno, legittimamente, la restituzione di circa due miliardi e mezzo di euro. La questione non è facile e per questo occorrono pazienza, pacatezza e massima responsabilità. Le banche sono aziende e non sarà facile – avverte Ragone – riottenere il denaro concesso. Nel frattempo attenti ai demagoghi, che vi promettono facili risoluzioni con “moduletti pubblicati sui giornali. L’unica cosa da fare è controllare gli estratti conto”, per chi ancora li conserva!

Una musica silenziosa

1 gennaio 2005

Non è la prima volta che ci si ritrova su queste colonne a scrivere su di un cegliese più o meno illustre che purtroppo non c’è più. Ma, stavolta, si è di fronte a uno di quesi personaggi ai più sconosciuti il cui valore è inversamente proporzionale alla sua “notorietà”.
Il 18 dicembre scorso, una settimana prima del Natale, è venuto a mancare il Maestro Rocco Elia. Una perdita irreparabile per la cultura cegliese.
Ho avuto l’onore e il piacere di conoscere il Maestro alcuni anni fa. Sin dal nostro primo incontro si è creata sintonia, come se ci conoscessimo da sempre. La sua disponibilità e l’interessamento per la vita culturale cittadina erano il motivo dominante dei nostri incontri. Testimonianza di ciò, la sua generosità nel promuovere alcune borse di studio nei primi anni di vita dell’Associazione Musicale “Caelium”, diretta dal Maestro Gianfreda. Alcuni mesi fa il nostro ultimo incontro, in cui gli feci dono del mio volume “Onor Caduti”, nel quale è presente anche la foto del fratello Antonio, perito nel corso dell’Ultima Guerra, cui era molto legato. Ci lasciammo con la promessa che ci saremmo rincontrati ben presto, cosa che purtroppo non è avvenuta, non per sua mancanza.
Ma qui vogliamo testimoniare la grandissima generosità sua e della gentile consorte nei riguardi di questo giornale e, soprattutto, della mia biblioteca cui, anni fa, ha voluto donare il suo archivio musicale, oggi a disposizione degli studiosi.
Il nome del Maestro Rocco Elia alla maggior parte dei nostri lettori dirà pochissimo, ma certamente i più anziani e i rarissimi intenditori di musica di Ceglie lo ricordano bene. Il Maestro, sebbene non avesse mai diretto alcuna formazione musicale cittadina (né bandistica, né da camera), rappresentava senza dubbio la massima espressione cegliese del variegato mondo musicale. Dopo un breve periodo di insegnamento presso l’allora Liceo Musicale Pareggiato “Tito Schipa” di Lecce e aver diretto per un paio di stagioni la banda cittadina di Carovigno (alcuni ricordano benissimo le sue perfomances proprio qui a Ceglie, in Piazza Plebiscito, in occasione delle feste patronali), tutta la sua attività artistica si è svolta nell’ambiente capitolino, con un occhio di riguardo a quella di direttore. Subito dopo la guerra diresse per un lungo periodo numerose formazioni orchestrali che a Roma registravano per conto della INCOM, così come collaborò alle colonne sonore di parecchi films. Suoi docenti sono stati Beniamino delle Cese, Ildebrando Pizzetti, Francesco Molinari Pradella, Alceo Galliera: autentici pezzi da novanta nel campo della didattica musicale. Arrivò a conseguire ogni sorta di titolo accademico sino a quello di direzione d’orchestra. Santa Cecilia (1936 diploma Corso Superiore di Strumentazione per Banda, 1947 Alta Composizione) presso l’Accademia Chigiana di Siena (1948 Corso Superiore di Perfezionamento in Direzione d’orchestra) le sedi della sua formazione. Nel 1967 il Maestro Elia risultò vincitore del Concorso per la Cattedra di Strumentazione per Banda presso il Conservatorio di Verona. Un posto di enorme prestigio che, ahimè, fu costretto ben presto ad abbandonare a causa di una terribile infermità fisica che l’ha accompagnato sino all’ultimo istante. Tempra di uomo resistente e dalla fibra robusta, non si è arreso e ha continuato a vivere, leggere e insegnare musica pur nei limiti delle sue precarie condizioni. A nostro avviso, comunque, la lezione migliore trasmessa dal Maestro Rocco Elia, quella più viva e attuale, riguarda soprattutto la sua volontà di non darsi per vinto, in un’epoca in cui la musica viene barattata come rumore assordante, anche il suo “pianissimo” sapeva trasmettere consonanti melodie.
Il Maestro Elia meriterebbe ben altro che un semplice ricordo dalle colonne di questo giornale. Per questo ci facciamo promotori presso tutte le associazioni culturali e musicali presenti in città affinchè si possa organizzare una giornata dedicata alla sua personalità artistica in modo tale da pagare il debito di riconoscenza che Ceglie ha contratto con uno dei suoi figli più illustri. Glielo dobbiamo.

Un bel regalo

1 gennaio 2005

Per le festività natalizie don Angelo Principalli, parroco della Chiesa di San Rocco ha fatto un bel regalo alla città: l’apertura del Museo parrocchiale dove ha raccolto le testimonianze artistiche e di fede dei nostri padri.

Statue, quadri, libri, documenti e suppellettili liturgici sono usciti dall’oblio e sottratti all’incura e fanno bella mostra in uno splendido Museo a disposizione di tutti i cittadini e degli studiosi. Un Museo vive se la cittadinanza partecipa alla sua vita e lo fa diventare punto di riferimento culturale.
Finalmente si costruisce qualcosa in questa città. Le testimonianze del nostro glorioso passato, invece di essere distrutte, come abbiamo fatto in un recente passato, sono recuperate e conservate.
Come dimenticare la dispersione del tesoro di Sant’Antonio, le Carte gloria d’argento (XVII sec.) della Chiesa di San Rocco, le opere d’arte della Chiesa dei Cappuccini, un tempo patrimonio di questa comunità oggi, fanno bella mostra nel Museo Diocesano di Oria.
Queste opere d’arte, devono tornare nella nostra città.
Tutti possiamo e dobbiamo contribuire a incrementare il patrimonio del nascente Museo di San Rocco, attraverso la donazione di testimonianze della vita religiosa cittadina.
Grazie don Angelo per il bel regalo che hai fatto alla tua e nostra città.

I cantastorie

1 gennaio 2005

Nell’immaginario collettivo il cantastorie viene percepito come l’affabulatore che intratteneva il pubblico nelle fiere paesane. Quasi un gioco o poco più, rivolto principalmente ai ragazzi e, in senso lato, ad una utenza non acculturata. Una figura molto vicina ai pupari, dei quali spesso condividevano esperienze e mestiere. Si tratta, tuttavia, di una raffigurazione quanto meno riduttiva, perché tutt’affatto diverso era il contesto in cui il cantastorie operava, ma anche per la reale incidenza sociale che ha avuto nei processi di comunicazione del tempo. La divulgazione di epopee, tipica dei pupari, si attualizzava nei racconti del cantastorie.

Spesso meri fatti di cronaca, legati a mitiche figure di briganti, enfatizzati nelle gesta e nobilitati nel carattere e nelle motivazioni. Personaggi quasi sempre sanguinari, ma che lottavano contro il potere costituito e, per ciò stesso, elevati a difensori degli oppressi e degli emarginati. Un seme di tale fatta, gettato nelle menti più semplici e meno attrezzate culturalmente, attecchiva facilmente, sublimandosi subito in leggenda che si espandeva a macchia d’olio. Chi scrive ricorda lucidamente i racconti di questi menestrelli. Storie di briganti inafferrabili, che si prendevano gioco di milizie e carabinieri, ma che soprattutto lottavano contro le ingiustizie.
In base all’attacco, la gente già si sentiva coinvolta e partecipava emotivamente al racconto del cantastorie. Era importante il modo in cui si presentava. Se iniziava ad imbrogliarsi già deludeva ma, c’erano quelli che alla prima parola ti catturavano. Sapevano scegliere il tono e le cadenze giuste che incantavano lo spettatore. Se sapeva suonare era ancora più avvincente. Il cantastorie, come un mago, srotolava il tabellone e le scene le vedevi tutte, solo però quando le indicava e spiegava riuscivi a comprendere.
Iniziava sempre con la solita frase: “Vi voglio raccontare la storia del paladino Orlando…”. Ti faceva vedere la nascita, quando combatteva, come e da chi era stato cresciuto, ecco perché la gente si avvicinava al cantastorie, perchè ne diventava protagonista.
La stessa cosa accadeva in un altro campo, a proposito di imbonitore. Ricordo che uno gridava: “Comprate questa medicina, è miracolosa!” E indicando la figlia: “Era una ragazza malaticcia e adesso vedete, sta bene!”, queste manifestazioni finivano per diventare l’unico svago possibile, specialmente nei piccoli paesi dove mancava il cinematografo.
Se devi descrivere un paesaggio, lo puoi anche fare dicendo che c’è un laghetto, una strada, una casetta, però se devi descrivere le immagini facendo vedere il paesaggio, chi ascolta prova piacere. L’immagine è importante, altrimenti non si spiegherebbe il perché si usino le immagini. La parola per il cantastorie era l’immagine. Il tabellone era un richiamo, ma per richiamare le persone usavano anche delle campane, o si servivano dei banditori pubblici a cui per ricompensa del lavoro prestato offrivano un bicchiere di vino. Comunque, in genere, bastava che mettessero il cartellone e che il primo andasse a vedere perché tutti gli altri lo seguissero.
Alcuni cantastorie vestivano con giacche dalle tante tasche, come quelle dei cacciatori e delle fogge del paese di provenienza. Comunque a quel tempo più o meno vestivano tutti allo stesso modo, con la coppola o il cappello piccolo. Declamavano un repertorio comico, soprattutto i napoletani, che quando dovevano raccontare i fatti di Pulcinella e di Colombina si vestivano in maniera appariscente.
Erano i tempi in cui si pubblicavano piccole storie. Le ultime che comprai e che ancora conservo, riportavano la storia del bandito Salvatore Giuliano che ancora conservo. I foglietti si vendevano nelle fiere e avevano la finalità di informare e dare la possibilità a chi volesse di imparare a memoria la cantata. Quasi sempre, appena letti, si buttavano; non si conservava, come accadeva per un libro, per questo oggi sono pressochè introvabili.
Quando ci fu il fenomeno dell’emigrazione, i miei genitori ricordano un cantastorie che cantava: “Partene li bastimenti pi terre assaje luntane e la migghiere ste sobbe u purtone a salutà u marite”. Mentre il marito era in America, molte donne trovarono l’amante. Il ritorno improvvisato del marito, quasi sempre finiva con l’uccisione dell’amante e della moglie infedele e i cantastorie trasformavano questi fatti di cronaca in cantate. La Casa Editrice che stampava queste cantate era a Napoli e se la memoria non mi tradisce si chiamava “La Laurentìa”. Alcune famiglie facevano del cantastorie un mestiere e si tramandavano i racconti da padre in figlio. Si declamavano eventi importanti, Dante, Boccaccio… donne famose, come Beatrice, ecc., di cui si evidenziavano gli aspetti positivi, come la bellezza. A me piaceva il racconto del paladino Orlando e non mi stancavo mai di ascoltarlo, ma era interessante anche la Cavalleria Rusticana, forse per la maniera in cui era raccontata. Il duello di compare Turiddo coinvolgeva emotivamente. A volte c’era qualche spettatore che ascoltava un po’ e se ne andava ciò significava che non aveva alcun interesse per la vicenda narrata, altri invece rimanevano e ascoltavano tutta la storia. Un’altra cosa ho notato. Quand’ero ragazzo, 11, 12 anni, la gente si fermava di più quando si trattava di ascoltare una storia passionale e partecipava per l’uno o l’altro dei protagonisti, così come accadeva durante la proiezione dei films con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson: “Catene, I Figli di Nessuno”. Nel Cinema Teatro “Francesco Argentiero” stracolmo, le lacrime si sprecavano. La gente del pubblico ad alta voce imprecava contro il cattivo e la cattiva di turno che ostacolavano l’amore dei protagonisti positivi.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, questi racconti non destavano più molto interesse per l’avvento della Radio prima e della televisione dopo. Era un momento di magico allorchè il cantastorie con l’asta indicava l’immagine, parlava e mostrava in quell’immagine qualcosa di misterioso. La persona interessata si concentrava sul fatto e provava piacere, come la proiezione di un film. Le fiere paesane, le feste popolari e i mercati erano l’habitat naturale di questi personaggi che giravano tutto l’anno dal Gargano, al capo di Leuca. Ci si spostava da un paese all’altro col biroccio, alcune volte attraverso i tratturi della transumanza, gli stessi che anticamente frequentavano i pastori. I più fortunati possedevano un carrozzino o una vecchia e sgangherata Balilla. I cantastorie portavano il rotolo del tabellone, come il pastore portava l’ombrello sulle spalle e quando lo aprivano, apparivano tante strisce di stoffa, cucite l’una vicina all’altra, tale da costituire un “sipario” su cui era dipinta la storia.
Quando iniziava a raccontare, ci si accorgeva subito se il racconto era opera d’arte o una cosa fatta alla buona, tanta era la veemenza e il trasporto che riusciva a trasmettere allo spettatore. Un cantastorie poteva anche improvvisare se si trattava di raccontare un fatterello, ma se doveva trattare il processo di Tizio, bisognava usare anche termini tecnici e solo avendo un minimo di cultura poteva essere all’altezza.
Quando un cantastorie fosse preparato lo si notava subito. Il cantastorie non preparato incominciava ad incespicare e diceva una cosa per un’altra. Se ne accorgeva anche la maggior parte del pubblico. Molte volte il pubblico rimaneva lì ad ascoltare a bocca aperta, se il fatto risultava interessante e ben esposto; quando invece ascoltava cantastorie impreparati se ne andava subito.
Gli spettacoli del cantastorie a cui ho assistito durante la mia fanciullezza erano tenuti da uno o due persone al massimo. Uno raccontava, l’altro raccoglieva le offerte. Qualche volta ce n’era uno solo. Li potevi incontrare nella cantina di “Novè” in via Chianchizze, o in quella di Ernesto Allegro in via Umberto I, soli, con il rotolo poggiato vicino al muro e con la chitarra a tracolla o con qualche ubriaco che per paura della moglie non si recava a cena. Alcuni mentre cantavano mettevano a terra il cappello girato. C’era sempre chi lasciava qualche moneta. In due era tutto diverso, uno era adibito a vendere i foglietti con il racconto per raccogliere qualche spicciolo per mangiare, l’altro affascinava il pubblico con la sua “parlantina”. Il cantastorie viveva come tutti gli ambulanti, i girovaghi. Per la vita che conduceva era indicato come vagabondo, a Ceglie dove l’ospitalità è sacra, molte famiglie offrivano il pranzo e loro per ringraziare declamavano alcune poesie o brevi racconti. Persone strane i cantastorie, per poter andare all’osteria per sorseggiare un buon bicchiere di vino o una coppa (a cuppitede) di “gnummariedd” erano disposti a raccontare storie per ore. Il cantastorie si accontentava di poco, un bicchiere di vino, un pezzo di cacio, magari intinto nel brodo, un pò di pane tagliato dalla “picciddate”, odorosa di forno o stendersi su un pagliericcio, felice e contento, come sono i bambini quando la nonna racconta loro la storia.
In cantina, la comitiva si ingrandiva e mentre la conversazione si allargava il vino faceva il resto, specialmente se si giocava alla passatella “patrune e sotto”. Inevitabilmente ci si ubriacava e sotto l’effetto dell’alcool il cantastorie si lasciava andare al racconto della sua vita: “Quando attraversi un paese ecco il bottaio, ecco il barbiere, ecco il sellaio, ecco la cantina, ove il cantiniere per avere qualche notizia ti offre un bicchiere di vino. A volte ti sorprende la notte ed ecco che ti avvicini ad un ovile, l’abbaiare dei cani fa uscire il pastore sempre vigile, che cortesemente ti dà riparo per la notte, ho scelto questa vita libera e sono felice, anche se mangio quando capita”.
Il cantastorie era un pellegrino che doveva imparare a memoria tante cose per potersi presentare al pubblico e parlare, non in un comodo letto, bensì su un sacco di paglia per trasmettere le sue sensazioni e l’amore per la vita.