L’elegante esattezza della morte

1 luglio 2004

La prima volta che mi è capitato di leggere delle poesie di Vincenzo di Oronzo ne sono rimasto subito affascinato per la ricchezza delle metafore e la modernità della scrittura giocata sul terreno del substrato mitico dell’infanzia e della terra d’origine: Ceglie Messapica. Ho subito avuto l’impressione che il mondo poetico fosse giocato sulla lettura struggente e il richiamo mitologico alle cose e alle persone del suo borgo senza indugiare, però nella nostalgia, ma proiettando la dimensione culturale delle sue radici in un’ottica cosmopolita. E’ come se Ceglie rivivesse tra Piazza Navona e la Fontana del Tritone. Di Oronzo è un emigrato che affonda le radici nella sua terra e nello stesso tempo vive e respira la cultura urbana sorseggiando acqua brillante al III bar della stazione Termini. Finalmente questo bellissimo testo, premio selezione Poesia 2003, La coscienza dell’acqua ci dà ragione di un poeta vero e originale. Il titolo ci mette fuori luogo invitandoci a coglierne la trama e il senso recondito del dire in un turbinio di immagini al limite del comprendere avendo il poeta introiettato la lezione simbolista ed ermetica.
L’autore non ci aiuta a cogliere le ragioni della Coscienza dell’acqua. Il lettore, gira e rigira, pensa di trovare la magica parola acqua a piè sospinto e invece inciampa in essa solo quattro volte nel modo più banale e insignificante. La coscienza dell’acqua è una metafora da gustare e scoprire. Penso che il senso sia racchiuso in questa bellissima poesia:

madre
i capelli acconciati anni ‘30
la pelliccia di volpe
argentata
e un tailler
sul tuo corpo d’anfora.
Ora un lampo,
una vetrina d’iris dove abbagliano altri
MODELLI.

Il corpo della madre è paragonato a un’anfora che contiene il liquido amniotico che ha protetto la vita del poeta. L’anfora richiama le nostre radici greche. Il luogo mitico del poeta è si Ceglie, ma inserita nella cultura millenaria della Magna Grecia. Non a caso in tanti versi si incontra l’eleganza e la raffinatezza del ritmo greco. Chi ama la poesia troverà le ragioni per convincersi che senza di essa la vita è solo aridità e formalismo. Solo la poesia può rendere elegante la morte e il padre può morire nel rosolio di limoni rimasti nel vetro. Non fatevi mancare nella biblioteca il profumo di quest’anima cegliese.

Vincenzo di Oronzo,
La coscienza dell’acqua, Libroitaliano World

Vincenzo Gasparro

Il rispetto della memoria

1 luglio 2004

Maria Teresa Giusti nella premessa ci avverte che la disponibilità di nuove fonti provenienti dalla Russia non ci inducono ad una meccanica, semplicistica revisione dei fatti storici. Se una cosa ci ha insegnato questo lavoro è che le vicende e le sofferenze umane non debbono diventare oggetto e strumento della politica e della ideologia. Si parle nel libro, con dovizia di particolari e in modo avvincente, dei prigionieri italiani in Russia nel secondo conflitto mondiale. Si narra della tragedia dell’Armir, l’armata che Mussolini volle mandare a combattere in Russia. Un esercito composto da oltre duecento mila uomini sotto il comando del generale Garibaldi.
Fu una disfatta che si sarebbe potuta evitare solo se si fosse dato retta al generale Messe, nostro conterraneo, che aveva ben compreso le insormontabili difficoltà ambientali, logistiche e militari della spedizione. In soli 45 giorni lasciammo sul campo 95 mila uomini e rimpatriammo 300 mila tra feriti e congelati. I prigionieri, definiti dalla propaganda di Stalin predatori fascisti subirono violenze d’ogni genere, ma si riscontrarono anche esempi di bontà da parte della popolazione russa.
I comunisti italiani rifugiati in Russia erano al corrente della tragedia dei nostri soldati. Vincenzo Bianco chiese un intervento a favore dei nostri soldati, ma nulla volle fare Togliatti. Egli vedeva nella soppressione dei nostri soldati la concreta espressione di quel giudizio che il vecchio Hegel diceva essere immanente a tutta la storia.
I prigionieri vennero inseriti nelle strutture del gulag, campi di concentramento in cui si calcola siano morti oltre 18 milioni di dissidenti politici. A questo orrore si aggiunsero le responsabilità politiche del fascismo con la guerra di aggressione all’Unione Sovietica. Decisamente un libro da leggere e riflettere per non dimenticare il male del Noveceno.

Maria Teresa Giusti, I prigionieri italiani in Russia, Il Mulino

Vincenzo Gasparro

Pitocco, oblivion da ricordare

1 luglio 2004

Ugo Foscolo scriveva di un dolce oblio che cancelli le tristi memorie, quasi auspicandolo. Se il termine oblio, correntemente ha il valore di totale dimenticanza, riferendosi anche al fiume Lete di matrice dantesca, certo non ce ne siamo accorti la sera del 30 maggio al Teatro Comunale, quando il bandoneon di Massimiliano Pitocco ha affascinato coloro che lo ascoltavano in una interpretazione sfuggente e insieme robusta del celeberrimo pezzo di Astor Piazzolla, incontrastato re del tango argentino. Ho potuto godere del piacere artistico di suonarci accanto, unitamente all’Orchestra da camera (Caelium) diretta dal Maestro Gianfreda, in quello che era l’ultimo concerto per questo 2004 e, posso ben affermare che, già dalla primissima prova, Pitocco ci ha dato l’impressione di essere oltre che uomo misurato soprattutto musicista esplosivo che sa dove e come arrivare al dunque. E in arte, si sa, il dunque risiede sempre in quella zona alta del sapere offrire un’emozione da conservare.
Con un programma incentrato oltre che su Barber e Holst, soprattutto sul compositore sudamericano di origini italiane era facile che il tutto potesse scadere nel banalizzante già sentito. Ma, proporre chicche preziose come Fear, Aslep e Biyuya, momenti da lui stesso arrangiati per l’orchestra d’archi, è un’operazione di notevole qualità. Come quei suoi respiri, quei suoi avvolgimenti allargando di uno strumento, il suo bandoneon a bottoni, ricevuto quasi in dono da una bottega di Castelfidardo, terra eletta della fisarmonica, e dallo stesso musicista fatto restaurare, conservato, valorizzato e portato in giro per il mondo. Quello con il bandoneon è stato per Pitocco un incontro davvero casuale, visto che anni fa un suo amico gli aveva consegnato una messe di pezzi scritti non per fisarmonica. La curiosità intellettuale ha poi fatto il resto, operando nella giusta direzione.
Pescarese di nascita, si è diplomato in fisarmonica al Conservatorio Nazionale Superiore di Parigi e poi a Bari e, in organo, nella sua città natale. Fondatore del quartetto Four for tango, per chi ha collaborato assiduamente con Gidon Kremer, Milva, Morricone, Bacalov e Piovani, auspicare un terzo ritorno a Ceglie è il minimo che si possa chiedere e sperare.

Nicola Santoro

Memorie degli italiani di provincia

1 luglio 2004

Ciccillo Locorotondo, che nel suo negozio è sempre disposto a leggere lettere scritte a famiglie ancora costituite da analfabeti, a stilare domande ed a tradurre, dalle altre lingue, notizie pervenute a lontani parenti, da emigranti di lontane terre, ricorda con certo rammarico, come molti anni addietro, quando ancora era giovane, per mancanza di locali, non fu istituita una pubblica biblioteca con i libri del canonico Principalli (povero Omero, Esiodo, e povere cure del Manunzio e dei Giunta tipografi) che furono venduti per carta da macero al prezzo di cinque lire al quintale.
Del resto era quello il tempo in cui il Comune sosteneva le scuole fino alla terza classe elementare con un solo maestro, mentre dopo, nel 1890, si aumentarono con l’aggiunta della quarta e quinta classe.
Pionieri della scuola gli insegnanti Giuseppe Elia, Carlo Gioia. Le scuole superiori, già istituite nei paesi vicini, ma inaccessibili per l’impraticabilità delle strade e per le distanze, erano già in Ostuni e poi in Francavilla. A Ceglie invece privatamente, come nell’età dell’umanesimo, insegnavano, non è da escludere se con maggiore profitto, i professori Pietro Suma, ed i sacerdoti don Pantaleone Palma, don Oronzo Suma, ed ultimo ancora vivente ed ora a Lecce, il prof. Verardi.
Se dalla cultura si fa un salto nell’agricoltura, il terreno, benché sostanzialmente diverso, presenterà però una stessa traccia un iter equivalente. La maniera di vivere degli agricoltori, specialmente di quelli addetti alle aziende agricole, intese nella accezzione giusta di complesso terriero con utile bestiame da lavoro e da ingrassaggio, era tale da non potersi ritenere vera ma verosimile. Tutto si operava a forza viva della mano dell’uomo che nella bestia trovava l’essenziale per migliorare il suo lavoro, ma non allegerirlo.
Sulle aie assolate, alle coppie di buoi e ai cavalli che facevano il forzato girotondo per francere le spighe e sminuzzare la paglia dalla quale, col vento, propizio e il ritmo delle forcate si separava il grano innanzi agli occhi arrossati dalla pula e dal sole, giunse la prima macchina trebbiatrice a vapore nella stagione 1911-1912, Ciccillo Locorotondo, coadiuvando Rocco Bellanova fu Pietro, aveva costituito un Circolo Agricolo con l’adesione di piccoli proprietari i quali avevano depositato i loro risparmi (trecento lire era già una grande somma) per l’acquisto di macchine agricole, ed essenzialmente per la trebbiatrice venuta dall’Inghilterra e pagata trentamila lire.
Lo stampato di un contratto di trebbiatura, meticoloso e pieno di clausole, lascia intravvedere quali furono i sacrifici di questi pionieri che introducevano, contro atavici sistemi, altri che erano nuovi e potevano anche sembrare rivoluzionari. Rocco Bellanova che fu il presedente dell’Associazione sfasciata con la guerra, morì cadendo dal calesse mentre si recava nel capo di Lecce per contrattare la trebbiatura sulle aie in quelle zone.
Un altro cittadino esemplare, ricordato da Ciccillo Locorotondo, è Angelo Lodedo del quale sarebbe lungo ricordare le sue opere di bontà e di saggia amministrazione così a lungo circonstanziate da chi racconta.
Qui, è un po’ la impressione che si ha di Ceglie attraverso lo specchio più aderente alla mentalità comune. Il progresso comunque è avvenuto e procede. Non vi è stata missione, non immigrazione, ma migrazione. Le punte avanzate dei cittadini, una volta considerate popolazioni rurale, nelle contrade Bax e Sardella, sono diventate sempre più le isole di passaggio di mentalità diverse; ed usi di altri paesi sono così penetrati, con espedienti commerciali e industriali, già fioriti altrove, sono esntrati ed hanno segnato un progresso ormai incontestabile, ma sempre da migliorare e superare.
Alla domanda, se in politica avesse avuto sempre il medesimo concetto, Ciccillo Locorotondo, non ha risposto esplicitamente ma ha lasciato così una constatazione che è la seguente: un tempo, ed ancor oggi, nel popolo si dice uomo di politica quegli che ha una dirittura morale tale da mantenere impegni e non tradire il buon nome proprio e della famiglia. Chi, invece, con quella formula, detta macchiavellica, s’adopera per il vantaggio proprio o di una collettività, vien detto uomo d’affari affarista, ossia uomo d’economia.
Ecco: la politica è l’idealizzazione di principi sociali retti da leggi morali, l’economia, si intende interessata, è invece la materializzazione di quei concetti, in alcuni momenti addirittura depravati. Si consideri così quanto ancora resta lontano il popolo dalle verità contingenti credendo l’uomo di politica l’uomo per eccellenza tagliato d’un sol pezzo, e mai da confondersi con l’altro: uomo d’affari.
E per questa visione di questi sporadici fatti storici di Ceglie, soggettiva e presa da uno specchio del quale, di solito gli storiografi non si servono, non debba ritenersi esauriente per una cittadina che ha, ed ha sempre avuto, una particolare fisionomia, oltre che paesaggistica, anche storica e morale, si ritiene che ancora altre indagini saranno fatte, e chi, d’altronde vorrà fornirle avrà coscientemente posato la sua pietra.

Rosario Jurlaro
18 aprile 1954 Corriere del Giorno

KO del Polo alle provinciali

1 luglio 2004

Secca e sonora sconfitta del Polo alle provinciali. Dopo anni di fibrillazioni amministrative i cegliesi hanno punito severamente il centro destra. Dopo tutti questi ceffoni saranno in grado quelli del Polo di rinsavire?
Ai posteri l’ardua sentenza.
Un invito a chi è stato chiamato a rivestire la carica di consigliere provinciale. Rappresentino al meglio Ceglie in questo importante consenso. Più nel concreto, siano portavoci delle esigenze della città, ognuno per il ruolo che sarà chiamato a svolgere, al governo o all’opposizione e dimostrino di non avere altro interesse che la rinascita del nostro territorio.
Ceglie Plurale augura ai nostri rappresentanti buon lavoro e auspica che si interessino della nostra comunità con passione e profitto.
Questo solo chiediamo agli eletti del popolo.

  • Errico: 5.228 (61,35%)
  • Curto: 3.293 (36,65%)

La scuola elementare di Suor Arsenia

1 luglio 2004

Fino al 1954, a Ceglie, esisteva soltanto una scuola elementare privata, quella delle Suore Domenicane in Via XX settembre. Le altre erano dei doposcuola.
Nell’ottobre del 1954, le Discepole di Gesù Eucaristico aprirono la seconda scuola elementare privata nella parte vecchia del paese, in Via Paolo Chirulli. Erano a Ceglie già dal 1948. Appartenevano ad un ordine fondato nel 1923 da Raffaello Delle Nocche, nativo di Marano di Napoli, vescovo di Tricarico.
La scuola fu costituita accogliendo fanciulli provenienti, in parte, dall’asilo delle domenicane ma, soprattutto, dalla scuola materna di Suor Lina. Questa suora, nata a Manfredonia con il nome di Antonietta Notarangelo, era a Ceglie, presso l’Istituto Gesù Eucaristico, già dal 1950. Appariva come una persona dolce, con il sorriso sulle labbra, che dava molto spazio al gioco e alla creatività.
L’inizio delle elementari rappresentò per noi il passaggio dalla dolcezza e dal sorriso alla durezza e alla severità. Erano queste alcune caratteristiche di Suor Arsenia, Anita Spano, trentottenne, nativa di Gallipoli e leccese di adozione: la nostra insegnante. Piccola di statura, fisico asciutto, colorito scuro, un neo evidente sulla guancia, aveva un alto concetto della disciplina e dell’ordine, ma era anche dotata di un’ottima preparazione e una buona capacità didattica.
Adottava un elevato rigore con coloro i quali non rispettavano le regole. Chi disegnava durante le spiegazioni era privato del proprio album. Requisiva penne a biro e gomme da inchiostro, perché proibite. Adoperava il peperoncino per dissuadere dal portare alla bocca l’asta delle penne. Spesso espelleva dall’aula. Schiaffi, digiuni, ceci sotto le ginocchia erano le punizioni più forti. Per i più ribelli usava, addirittura, la cinghia. Già a quei tempi, tanta severità era considerata, da alcuni, discutibile. Oggi lascerebbe sconcertati. Ma Suor Arsenia va capita: quelli erano, infatti, i metodi educativi di allora, apprezzati, a fin di bene, da molti genitori.
D’altra parte ella si applicava molto nell’insegnamento. Ci teneva affinché scrivessimo in bella grafia, con l’inchiostro. Ci addestrava a comporre in forma corretta e scorrevole. I temi dovevano essere ricchi di idee e privi di banalità. Approfondiva particolarmente la storia e la geografia con confronti e considerazioni. I problemi di aritmetica erano un’occasione per imparare a ragionare. I disegni si rappresentavano con gusto e aderenza alla realtà.
Si studiava molto. Si iniziava dalle otto e mezza del mattino, dopo una breve preghiera, e si finiva alle cinque del pomeriggio. Si facevano poche pause, ad eccezione dell’intervallo per il pranzo. A casa poi si dovevano svolgere altri compiti. Chi non studiava era trattenuto fino a tardi per recuperare.
I voti non erano mai alti, tranne agli esami, a cadenza annuale. Il calendario scolastico era severamente rispettato, senza deroghe. Non faceva eccezione nemmeno un sacramento come la Prima Comunione, particolarmente importante per l’Ordine. Ne ricordiamo la data: 16 giugno del 1956, alcuni giorni dopo gli esami.
Questi sacrifici diedero i loro risultati. Alle medie il confronto, con coloro che provenivano da altre scuole, era mediamente a nostro favore. Per merito di Suor Arsenia, avevamo una buona preparazione e un profondo senso del dovere.
Eravamo una classe mista di venti allievi in prima e di una quindicina negli anni successivi, con prevalenza femminile nei primi due anni e maschile negli ultimi tre. La nostra data di nascita si collocava tra il 1947 ed il 1949, anno degli anticipatari. Mista era anche la condizione sociale ed economica delle nostre famiglie, che si manifestava in maniera marcata, tra l’altro, nel vestire e nella pulizia. Le suore ne tenevano conto. Facevano pagare la retta in maniera diversa. Trattenevano a pranzo i più bisognosi. Distribuivano quanto arrivava dagli Stati Uniti, come dono del popolo americano.
Tutti indossavamo un grembiule nero e un colletto inamidato bianco: gli stessi colori dell’abbigliamento delle suore. Le femminucce portavano un fiocco bianco sulla sommità della testa o all’attaccatura delle trecce e del codino.
Facevamo lezione in un’aula che non dava sulla strada. Prendeva luce dall’alto e da una veranda laterale. Comunicava con un ambiente buio, adiacente agli appartamenti delle suore e alla cappella in penombra, luogo dei ritiri spirituali. Il ricordo più lontano risale ai primi giorni di scuola. Francuccio Mastro era il più piccolo della classe. Non si adattava al brusco passaggio alla severità. Perciò fingeva di addormentarsi per impietosire Suor Arsenia e ottenere di poter ritornare all’asilo. Dopo vari tentativi, riuscì nel suo intento. Oggi vive a Roma ed è dirigente di banca. Un pensiero particolare va alla breve permanenza di Lillino. Egli era affetto da disturbi motori, ma riusciva a socializzare con tutti. Non ci sono ricordi di coloro che andarono via alla fine del primo anno: Donato Magno, ora dentista a Bisceglie; Carlo Pepe, dirigente di banca; Loretta Gianfreda, maestra; Antonietta Ciracì, professoressa di lettere, ed una certa Sisto, della quale si sono perse le tracce.
C’era un fanciullo dal colorito molto scuro, che si iscrisse in seconda, Emanuele Balestra. Era uno degli otto figli del fruttivendolo Giuseppe di Fontana (Pepp’ d’ ‘Ntan’). Non studiava, ma riusciva ad essere bravo in aritmetica. Attualmente vive a Milano. Molta timidezza manifestava Adolfo Allegretti, ultimo di una famiglia numerosa: gli Allegretti Minori. Era premurosamente interrogato sulla colazione del mattino, perché era molto magro. Aveva iniziato a frequentare dal terzo anno, insieme con Giuseppe Chirico. Entrambi sono professori di matematica.
Le recite, i canti, i cartelloni colorati alle pareti, i formaggini gialli nel refettorio sono i lieti ricordi di Elvira Scatigna, dalle lunghe trecce e dal comportamento gentile, oggi professoressa di lettere. Ella frequentò, insieme con noi, i primi due anni. Poi passò alla scuola delle Domenicane, più vicina alla casa dove si era trasferita la sua famiglia.
L’unico forestiero era Tommaso Villani, nativo di Ruvo di Puglia, figlio di un panettiere che aveva trovato lavoro presso il forno di Angelo Argentiero (Angiulin’ a Spagnol’). Egli si era unito a noi, a cominciare dalla terza. Lavora a Milano come autotrasportatore.
Brillante e notevolmente estroversa era Mariligia Argentiero. Amava molto scrivere e soprattutto disegnare. Intollerante nei confronti della severità di Suor Arsenia, preferì completare la quarta e la quinta presso le scuole pubbliche. E’ architetto. Insegna storia dell’arte presso il Liceo Ripetta di Roma e collabora con l’Università della terza età Unisped, sempre a Roma.
I modelli, che disegnava Mariligia, si ispiravano ai disegni di Giacomina Erriquez, dai capelli molto chiari, anche lei fantasiosa. E’ professoressa di lettere. Con Giacomina si apre il gruppo di coloro che frequentarono per intero il corso tenuto da Suor Arsenia.
Dopo di lei viene in mente, per la sua bravura, Mimmetta Gatti, figlia del poeta dialettale Pietro e professoressa di lettere. Un giorno ebbe un castigo per essere caduta con sedia, tavolino e inchiostro, mentre mostrava compiaciuta le scarpe nuove a Piero Aversa. Piero, dirigente dell’Alitalia a Roma, era un fanciullo tranquillo e ordinato, dai capelli lisci e biondi e le orecchie a sventola. Il padre era vice sindaco. Il fratellino Roccuccio veniva spesso a trovarlo per le caramelle.
I più spiritosi e irrequieti erano Pinuccio Barletta, Michele Epicoco, Oronzino Semeraro ed Emanuele Balestra, già nominato, i quali studiavano poco e ne combinavano tante: si ricorda l’episodio di Pinuccio che mise nel calamaio le trecce di Sara Elia. Sara era la figlia di Ambrogio, che faceva il carpentiere per carri, mestiere antico e romantico. Ella ricorda il terrore per i problemi di aritmetica e la gioia per uno spettacolo di tarantella, molto riuscito e fotografato. Oggi è insegnante. Pinuccio fa l’assicuratore a Milano e Michele è andato in pensione da dipendente Enel. Oronzino era vigile urbano; purtroppo, ci ha lasciati.
Pensando ad Oronzino, torna alla memoria la figura di Grazia Pia Gallone, dai capelli nerissimi e ricci, timida e chiusa nei primi anni e progressivamente espansiva in quelli successivi. Amava suonare il piano. Durante i giochi si affaticava molto a causa di una malformazione cardiaca. Era molto religiosa. Desiderava farsi suora, ma non ne ebbe il tempo, perché a undici anni fu chiamata in cielo.
Ina Gallone, dal viso tondo e dai grandi occhi, era forse la più buona ma la più incompresa da Suor Arsenia. E’ insegnante di scuola materna. La ringraziamo per aver trovato la fotografia di gruppo, a fianco pubblicata.
Penultima del gruppo è Vincenzina Argentiero, la figlia del proprietario del forno, di cui si è parlato prima, e di una antica salumeria dal fascino particolare, in piazza S. Antonio. Era la più alta di tutti, portava delle trecce lunghissime e la frangetta sulla fronte. Ha sempre dimostrato particolare bravura. Oggi insegna presso l’Università di Padova e svolge attività di neurologa presso la clinica associata alla stessa Università.
Alla fine di questa panoramica, devo scrivere qualcosa su me stesso. Il mio diminutivo è Lillino. Mio padre, prima di mandarmi a scuola presso le suore, dovette vincere il proprio risentimento verso il mondo ecclesiastico. Era la conseguenza di alcune vicissitudini di un nostro cugino sacerdote. Fu persuaso dalla dolcezza di Suor Lina, dalle informazioni assunte sulle capacità di Suor Arsenia e dalla mia ferma determinazione. Frequentai la prima fino a Pasqua. Poi mi assentai, perché mio padre mi volle con sé, a Roma, poiché temeva di morire per un infarto subito. Perciò non sono presente nella versione originaria della foto di gruppo; la mia immagine è stata aggiunta dopo. Fui ammesso in seconda a conclusione di un corso di recupero, tenuto da Suor Arsenia, che ringrazio tuttora.
Ero figlio unico, dopo la morte di mia sorella Grazia, venuta alla luce anni prima di me. Per il tipo di educazione, ero molto timido. Apparivo un po’ restio a giocare con gli altri. Quando svolgevo i temi ero molto frenato dal timore di dire banalità. Soprattutto avevo terrore dei cani. Ne incontravo molti sul cammino da casa a scuola, quello che percorrevo quattro volte al giorno. Sembrava che conoscessero gli orari e mi attendessero determinati a sbarrarmi la strada. In realtà erano dei piccoli e innocui cagnolini che abbaiavano soltanto.
Di quel periodo, tanto lontano, mia madre ha conservato la cartella di cartone pressato, le pagelle, la locandina della prima comunione e addirittura il panierino dell’asilo.
Come molti sanno, svolgo da ventotto anni l’attività di ingegnere e, da gennaio 2000, quella di direttore presso uno stabilimento di gas, a Brindisi.
Terminato il nostro corso, Suor Arsenia insegnò ad altri allievi. Poi ricoprì per sei anni, fino al 1971, l’incarico di superiora a Ceglie e successivamente presso l’Istituto di Marano di Napoli, casa natale del fondatore dell’Ordine. E in quella dimora, alla veneranda età di ottantotto anni, forse leggerà questo articolo.
Suor Lina lasciò Ceglie, dopo quarant’anni di permanenza, nel 1990, al momento della chiusura della Casa di Ceglie vecchia. Ormai ottantenne, vive nella Casa di S. Severo. Suor Amelia, la superiora del tempo, è morta.
A suor Arsenia e suor Lina, i più cari saluti ed i migliori auguri, da parte di tutti. A suor Anna Teresa, superiora presso Villa Aurora, un grazie per le informazioni ricevute e un caloroso saluto.

Angelo Palma

Grotta Sardella 2

1 luglio 2004

L’estate è stagione propizia per stimolare la fantasia e la voglia di fare escursioni, nella bella campagna cegliese ricca di testimonianze artistiche, storiche e speleologiche. Decidiamo di riprendere l’attività di ricerca. Ci riuniamo in Largo Osanna presso la nostra sede e partiamo per una nuova avventura. Ci dirigiamo sulla provinciale Ceglie-Francavilla Fontana, punto di riferimento la Specchia Talene, dove a poche decine di metri si trova la grotta che chiameremo Sardella 2 per distinguerla dalla cavità già presa in esame nella stessa contrada in un articolo precedente. Lontani dal traffico della città, i papaveri ci accolgono festosi e gli alberi di ulivo in fiore andrata preannunciano un cospicuo raccolto. A circa 300 metri dalla Specchia, immersa nella macchia mediterranea e in compagnia di ulivi secolari, ci appare la grotta.
Prepariamo l’attrezzatura necessaria per scendere nella cavità. Il primo a calarsi è Antonio Conserva, seguito da Vincenzo Intermite e subito da tutti gli altri. Ad appena un metro di profondità l’umidità è notevolmente superiore a quella che ci aspettavamo e la temperatura è in nettissimo contrasto con quella esterna. Il buio e l’incertezza rendono affascinante la discesa. Ci passiamo le attrezzature necessarie per fare una discesa in sicurezza: rulline, metri, bussole, e tutto l’occorrente per rilevare la grotta. Tra stalagmiti e stalattiti, avvertiamo subito l’esigenza di svolgere tutte le operazioni in tempi brevi visto le difficoltà climatiche e ambientali trovate nella grotta.
Si nota subito lo sfruttamento di questa cavità da parte dell’uomo che, nel tempo, è diventata una discarica di scarti di lavorazione dei frantoi. Il terriccio, infatti, è inquinato fino in profondità e la mancanza di ossigeno che mette in pericolo la nostra vita ci fa lavorare molto in fretta e risalire in tempi rapidissimi.

Questa la scheda tecnica della grotta:
Grotta naturale di tipo fossile, in quota 172 mt. s.l.m. con ingresso sub orizzontale, vi si accede tramite un ingresso di larghezza 70 x 110 cm., a un metro dal piano di campagna, estendendosi in depressione sino ad un fondo con accenno di una debole continuità. Di lato un’altra piccola apertura sembra ostruita da pietrisco. Posizionata in prossimità della Specchia Talene in direzione Nord/Ovest a circa 300 mt., in campagna coltivata ad uliveto. Lo sviluppo planimetrico è di 180 mq. Con larghezza massima di 11,78 mt. e lunghezza 22,40 mt. Una ispezione archeologica potrebbe portare alla luce materiali preistorici di notevole importanza.

Vito Amico

U Cucchiere

1 luglio 2004

Tra gli antichi mestieri, di certo non solo cegliesi, pensiamo che un posto possa essere attribuito a quell’anonima schiera di uomini del popolo che sono stati gli antesignani dei moderni tassisti ed autisti di pullman ed autobus, uomini che accompagnavano quotidianamente i nostri viaggi e i nostri spostamenti, sopportando la nostra allegria o, nel più dei casi, i nostri malumori.
Parliamo du Cucchiere, del vetturino e dei loro mezzi di trasporto, u brecche, u sciarabball. Il trasporto viaggiatori lungo la direttrice Ceglie-Ostuni, anni addietro era affidato alla famiglia Colucci, che già dall’Ottocento aveva vinto il relativo appalto. Una carrozza a mantice a cui erano legati due ronzini. Il capolinea era situato presso l’Ospedale civile: di li la vettura percorreva la faticosa strada verso Ostuni.
Inutile dire che l’attività di questa carrozza e del suo conducente cessò con l’avvento e la diffusione dell’automobile, mostrando ancora una volta come la modernità abbia soppiantato un passato intriso di un fascino indimenticabile.

Emilio Notte

1 luglio 2004

Nato a Ceglie il 30 gennaio 1891 da genitori veneti: di Marostica il padre, vicentina la madre, giunti nella nostra città, perché il padre Giovanni, era stato inviato a reggere l’importante Ufficio del Registro di Ceglie, nel 1888. Da Ceglie i Notte si trasferirono a Lagonegro, Serino, Bovino e Sant’Angelo dei Lombardi, dove Emilio frequentò le ginnasiali. E’ di questo periodo la sua esplosione in campo artistico, già a 12-13 anni aveva dato prova del suo genio artistico. Dipinge tutto quello che vede, da portoni a stemmi gentilizi, ritratti e paesaggi, dimostrando una abilità eccezionale.
Il padre, colpito dalla sua maestria lo accompagna a Napoli, presso lo studio del famoso pittore Vincenzo Volpe, Direttore della Reale Accademia di Belle Arti, succeduto al Morelli alla direzione di questa prestigiosa Accademia. I lavori presentati da Notte a Volpe ebbero un’accoglienza straordinaria, tanto che Notte lasciò gli studi liceali e si trasferì a Napoli presso una sorella della madre e prese in affitto una stanzetta ai Guantai, alle spalle di via Toledo. E’ il 1906, Notte ha appena 16 anni e restò a Napoli poco più di un anno, perché un nuovo trasferimento portò il genitore a Prato nel 1908.
E’ in questa città che si sviluppa veramente l’arte pittorica del promettente artista. Prato voleva dire il contatto con l’ambiente fiorentino ma, soprattutto, l’incontro con la pittura di Filippo Lippi ed il ciclo degli affreschi del Duomo.
Si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Firenze nel 1906. Durante il primo anno frequentò il corso normale mentre negli anni successivi passò ai corsi speciali di disegno ornato. Nel 1908 fu premiato come migliore allievo nella prova di ornato, così come avvenne negli anni seguenti. Si diplomò il 20 giugno 1912. Durante la stagione fiorentina frequentò lo studio di Fattori che, per primo, lo iniziò alla conoscenza dei nuovi movimenti pittorici che si facevano strada in Europa.
Dal 1912, partecipò al gruppo futurista. A Firenze con Lucio Venna firmò il manifesto Fondamento Lineare Geometrico, documento non di enunciazioni generiche e velleitarie, ma di contenuti chiari e concreti che, in avvenire, saranno alla base dell’impianto di tutte le sue pitture. A causa del primo conflitto mondiale il suo percorso artistico ebbe dolorose interruzioni. Dipinse opere di capitale importanza per lo sviluppo e l’affermazione della sua personalità già vicina alla piena maturazione.
Il soggiorno a Venezia, nel dopoguerra, fu un intermezzo di nuove esperienze a contatto con i capolavori presenti nella Serenissima. Subito dopo riprese il cammino insieme ai compagni futuristi. Nel 1920 vinse il Pensionato Nazionale. A Napoli arriva nel 1929 come insegnante presso l’Accademia di Belle Arti, di cui divenne per anni anche Direttore.
Diede un impulso per l’affermazione della pittura moderna in un ambiente ancora pregno di valori artistici tradizionali. Nel 1976, dona a Ceglie, sua città natale, numerose opere per l’Istituzione di una Galleria d’Arte Moderna che ancora oggi porta il suo nome.
Notte muore a Napoli il 7 luglio 1982.

Sito Web di Emilio Notte.

Francesco Colucci e Cosimo Altavilla

1 luglio 2004

In ordine cronologico un posto di rilievo nella storia della fotografia cegliese meritano i cosiddetti fotografi di piazza che hanno operato a Ceglie subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Produssero poco e quasi esclusivamente ritratti, ma sono stati fondamentali per la diffusione della fotografia, specialmente nelle classi più povere.
Non è facile illustrare l’opera di questi nostri concittadini che, per necessità, avevano appreso il mestiere di fotografo, nonostante la loro preparazione tecnico-artistica non fosse professionale, e riuscirono a trasmettere l’amore per questa arte a tanti cegliesi.
Francesco Colucci, meglio conosciuto come Cicchicchio, era nato a Ceglie da Giuseppe e Donata Gioia l’1 marzo 1902. Il padre calzolaio, come era in uso anni fa, lo manda a bottega per imparare il mestiere di falegname. Infatti, in anagrafe è registrato prima come falegname e solo successivamente come fotografo.
Il 4 gennaio 1925 a Modugno sposa Rosa Trentadue. In questa cittadina, dove si trasferisce per un breve periodo, apprende l’arte della fotografia. Ritorna a Ceglie e ogni mattina, con una antiquata macchina fotografica a soffietto, si posizionava all’angolo di Piazza Plebiscito e aspettava i clienti che volevano farsi fotografare. La sua casa-studio era in questa piazza al n. 33. La professione di fotografo era intesa da Colucci come un passatempo, visto che non si poteva permettere attrezzature costose che, in qualche modo, gli avrebbero consentito di sviluppare questa passione e produrre foto di una qualche pregevole fattura. Ma, a Ceglie, era conosciuto più come personaggio spassoso e amante della compagnia che come fotografo. Lo si vedeva spesso con Domenico Elia (Vurricchio), Pasquale Vitale (Pascale d’uecchje mie), Rocco Ciracì (Donnachiara), Stefano Elia (Stefano di biniditto) e altri passeggiare in piazza o portarsi nella cantina di Novè in via Chianchizze a sorseggiare un buon bicchiere di vino. In seconde nozze sposa Domenica Salonna. Francesco Colucci (Fotografo) muore a Ceglie il 27 maggio 1961.
Altro fotografo di questa epoca è stato Cosimo Altavilla, meglio conosciuto come Pignate. Nasce a Ceglie da Rocco e Angela Bruni il 17 gennaio 1914. Calzolaio come il padre, giovanissimo, come suonatore di clarino, si avvicina alla musica alla scuola del maestro Vincenzo Chirico.
L’8 febbraio 1931 sposa Crocifissa Suma. Come molti suoi coetanei, cerca fortuna nelle bande di giro pugliesi. Sicuramente durante queste sue uscite estive si avvicinò alla fotografia. Come fotografo operava esclusivamente nei mesi autunnali, in giro per la città o in piazza. Cosimo Altavilla muore a Ceglie il 4 febbraio 1983.
La produzione di questi fotografi è stata scarsa ed è andata quasi esclusivamente persa, salvo qualche sbiadita foto-ritratto conservata negli album di qualche famiglia cegliese.
Essi fanno parte di quel vissuto storicamente individuato negli anni ‘40-50 del secolo scorso e nel loro piccolo hanno però lasciato il segno di un’epoca fatta di genialità e improvvisazione fissata su lastra o su carta con immediatezza e senza altra pretesa che produrre una foto, immortalare un volto o un avvenimento del nostro paese.