Stupidità anticlericale
4 febbraio 2008
Benedetto XVI ha preferito rinunciare all’inaugurazione dell’Anno Accademico presso “La Sapienza”, perché 67 docenti hanno dichiarato che il Papa era indesiderato nell’Università romana.
Cacciari ha definito “stupidi” questi 67 professori, s’intende politicamente, perché mai ad una persona si può impedire di parlare e manifestare le proprie idee.
Il laico è una persona che come unica guida ha la ragione e la tolleranza ed è capace di distinguere tra fede e ragione e aderisce alla verità senza alcuna forzatura ideologica.
Il dramma di una parte cospicua della cultura italiana è quello di non comprendere che la scienza è qualcosa di diverso dallo scientismo.
Degli scienziati che pretendono di possedere la verità e che temono il confronto o non sono sicuri delle loro certezze o sono dei pavidi. E’ amaro costatare come ancora parte della società italiana è rimasta ancorata ad un rancore anticlericale di stampo ottocentesco.
Un’inarrestabile Relais la Fontanina N.P. Ceglie 2001
16 ottobre 2007
Non si ferma la scalata del Relais la Fontanina NP Ceglie 2001 che domenica incontrerà, fuori casa, il Crispiano squadra neo-promossa che affronterà sicuramente agguerrita la partita contro la capolista che ad oggi è il Ceglie. E’ una trasferta in cui bisogna prestare molta attenzione in quanto il Crispiano è una squadra che potrebbe nascondere più di un’insidia. Del resto, come ha affermato il Coach Federico Santoro, “non esistono partite facile, è necessario mantenere sempre alta la concentrazione”. Soprattutto il Relais la Fontanina non deve commettere l’errore di affrontare il match con leggerezza nonostante le vittorie si susseguano. Infatti, sabato scorso, ha chiuso la partita contro il Castellaneta 74-60. Di certo non è stata una giornata facile. Nella prima metà partita si è respirata aria di rassegnazione alla sconfitta un po’ dovuto anche alla pressione dell’incontro casalingo. Nel 3° e 4° quarto la squadra ha cambiato marcia alzando il ritmo in zone-press, recuperando un po’ di palloni e concretizzando in attacco. Insomma una rimonta eccezionale favorita anche dal calo atletico dell’avversario.
Ci si augura, quindi, che la partita di domenica prossima, che vede le squadre in campo alle ore 18:00, si concluda con un’altra vittoria.
Nardulè, Fichi d’amore e di passione
26 agosto 2007
Nella tassonomia vegetale è indicato con il nome latino di ficus carica, ovverossia “fico comune”, che è un albero delle moracee – famiglia di dicotiledoni arboree ricche di latice – con corteccia grigia e foglie palmato-lobate, di colore verde intenso. Deve il suo altisonante nome latino al grande studioso di botanica, lo svedese Carlo Linnèo (1707-1778), autore di un nuovo metodo di classificazione delle piante intitolato, sempre in latino, Nomenclatura binomiale. Quest’albero, che ha avuto come centro di diffusione la Siria, produce frutti commestibili, dolci e carnosi e si è propagato in tutte le regioni dal clima caldo e temperato ed interessa soprattutto il Mezzogiorno d’Italia e, in particolar modo, le attuali province di Brindisi, Lecce e Taranto.
Essendo poi molto produttivo e gustoso, questo frutto risulta adatto al consumo diretto o per essiccamento, crudo, oppure ancora cotto al forno e quindi mandorlato: metodo gastronomico tradizionale di Ceglie Messapica che, con rammarico di tutti, va gradualmente scomparendo, sostituito dall’uso sistematico di alcune varietà di frutti esotici, imposti con insistenti messaggi subliminali dalle multinazionali che la fanno da padrone nella odierna società globalizzata.
A Ceglie, per secoli, è andata, si può dire, “alla grande”, fino a poco oltre la metà del secolo scorso, la coltivazione di questi fichi detti, ottati, che si moltiplicano per talea, polloni, propaggine e per innesto. La manipolazione dei frutti che si riproducono per partenocarpìa (cioè, riproduzione sessuata in cui l’uovo oppure l’oosfera si sviluppano senza fecondazione) costituiva una voce basilare nell’asfittica economia agricola della Città: confezionati in cestelli di paglia, venivano spediti nel nord dell’Europa, dove soddisfacevano, anche se in parte, la voglia di esotismo, di caldo sole meridionale e di mare mediterraneo di quelle popolazioni angustiate per almeno dieci mesi all’anno dal clima algido delle proprie contrade, finchè non sono stati soppiantati, all’inizio, particolarmente, dai datteri predaci, tanto da rendere la loro produzione economicamente non conveniente sì che ora se ne registra una quasi irreversibile fase di malinconica estinzione.
Sono i cosiddetti fichi nardulè, al femminile nell’idioma identitaro di Ceglie. Gruppo tassonomico di frutti che, tra tanti suoi duttili impieghi, ha avuto quello di svolgere la funzione essenziale di calmare i morsi della fame atavica di tante povere famiglie che non possedevano affatto la capacità economico-finanziaria di poter coniugare il pranzo con la cena nella stentata esistenza quotidiana delle passate stagioni, “pì ccomm u stomjk’”, placare i feroci morsi della fame per cui non esiste altro rimedio se non quello di riempire per almeno tre volte al giorno quest’organo gastrico tanto tirannico quanto esigente.
Ma le conseguenze quali erano? Erano molteplici! Erano tante! Alcune sgradite: erano “li vierm’”, gli ossiuri, che mordevano lo stomaco stesso; che venivano “calmati” ingoiando interi spicchi di aglio, oppure dalla praticona di turno del vicinato che, con particolari formule pesudo- magiche e dolorose manipolazioni del ventre, riusciva a fare espellere gli indesiderati ospiti; era, anche, la sistematica piorrea, ovverosia la caduta dei denti, che creava enormi vuoti nella dentatura e seri problemi odontostomatologici e di cattiva digestione. Fichi nardulè: fichi d’amore, fichi di passione d’amore; fichi talmente tanto dolci, talmente tanto soavi al palato che, per esso, rappresentavano una autentica musica, una celestiale armonia, una ammaliante melodia come stupende, leggiadre, quasi divine erano le musiche del grandissimo maestro Leonardo Leo (1694-1744), il compositore di San Vito dei Normanni che, avendo studiato a Napoli, presso la stessa corte napoletana divenne in seguito maestro di cappella avendo quindi a suoi discepoli il barese Niccolò Piccinni (1728-1800) e l’aversano Nicola Jommelli (1714-1774).
Le sue composizioni vengono suddivise in 45 opere tra quelle di genere serio e quelle di stile comico: celebri i suoi oratori ed il Miserere.
Fichi Nardulè: Nardo Leo, ipocoristico del nome del musicista Leonardo Leo, Nardu Lej = nel dialetto di Ceglie, con voce tronca, nardu lè: singolare vicenda filologica, si deve pur dire, italiana e vernacolare; accattivante accostamento musicale-gastronomico. Un risultato di amabile leggerezza, di palpitante possibilità degustativa, che per secoli ha reso beate, alleviandone i perenni languori, le popolazioni della terra di Ceglie Messapica; molcendone, pur tuttavia, sia i cuori che le menti.
Ma è il Settecento l’epoca in cui il sorbetto trionfa, forse per la sua delicatezza e i suoi colori. Il fatto di essere servito in tazzine o piccole coppe, insieme al caffè e alla cioccolata ci dà l’immagine della vita settecentesca. E’ alla fine di questo secolo che il gelato si democratizza, nel senso che non è più solo ad appannaggio dei grandi signori; le ricette per i sorbetti appaiono in testi di gusto decisamente popolare. Uno, stampato a Bologna nel 1764, il Nuovo trattato di qualsivoglia sorte di vernici comunemente dette della China, ha in appendice un ricettario di pasticceria nel quale troviamo ricette per sorbetti di limone, di semi di melone, di mandorle, di fragole di Persico, di sugo d’Agresto e per finire, un gelato. C’è anche un’altra opera uscita a dispense a Firenze nel 1785, l’Oniatologia, ovvero discorso de’ cibi con le ricette e regole per ben cucinare. Anche qui le creme gelate fanno parte di un repertorio sicuramente popolare. Ormai l’uso della gelateria è talmente diffuso che entro normalmente nei ricettari. Vincenzo Corrado nel suo Cuoco galante suggerisce una quantità di sorbetti intesi proprio come cosa “galante”, cioè di buon gusto e di raffinatezza. E anche l’altro grande autore della fine del Settecento, Francesco Leonardi, cuoco di Caterina di Russia, nel suo Apicio Moderno dedica tutto il secondo capitolo dell’Arte del Credensiere ai sorbetti, gelati di frutta, latte, vaniglia, panna, uova e cioccolata. Ma sarà l’Ottocento che vedrà il definitivo trionfo del gelato e sarà il secolo borghese che darà il maggiore impulso alla sua diffusione grazie anche alla produzione industriale del ghiaccio artificiale. Tutti i trattati gastronomici dell’Ottocento inseriscono quasi obbligatoriamente il gelato come conclusione del pranzo, manca tuttavia in Italia un’opera specifica sull’argomento. Solo nel 1911 apparirà a Milano per l’editore Bietti un Trattato di gelateria,. L’autore è Enrico Giuseppe Grifoni, che nella prefazione parla diffusamente di sé e del proprio lavoro: nato a Panicale in provincia di Perugia, dopo un lungo apprendistato a Napoli, è per molti anni titolare di una gelateria a Bologna. Fra i suoi clienti, i personagi più in vista dell’epoca, dal cardinale Svampa a Giosuè Carducci. Il trattato di Grifoni sarà seguito nel 1912 dal bellissimo manuale Hoepli di Giuseppe Ciocca: Gelati, Dolci freddi, Rinfreschi, Bibite refrigeranti, Conserve e Composte di frutta e l’arte di ben presentarli. Opera fortunata che avrà numerose edizioni. E’ di questi anni anche una pubblicazione di Adolfo Giaquinto che tasforma un opuscolo pubblicitario della gelateria Monterosa in un piccolo trattato di Istruzioni e ricette per Gelati, Granite e Gramolate, il primo a carattere esclusivamente famigliare, segno questo che ormai il gelato non è più solo opera di professionisti. Un’altra conseguenza della sua diffusione è la figura del gelataio ambulante col suo fantasioso carrettino che dalla fine dell’Ottocento alla fine degli anni ‘60 del secolo scorso farà parte del paesaggio urbano.
Gaetano Scatigna Minghetti
Tranelli bagnati
29 giugno 2007
Sembra il titolo di un film thriller di serie b caratterizzato da un intreccio di scene hot e ad alta tensione, uno di quei sequel, tanto per intenderci, che attentano alle coronariche dello spettatore curioso.
Invece devo deludere i lettori più accalorati: l’opera cinematografica è solo immaginaria ma, in compenso, ha una trama drammatica reale e ben delineata, fatta di capitomboli, lesioni e stridere di pneumatici, più che un attentato alle coronariche una serie di attentati alla pubblica incolumità.
Lo scenario in cui si svolgono i fatti è quello di Piazza Plebiscito che andrebbe ribattezzata, nelle giornate in cui Giove Pluvio decide di stuzzicare con due finissime ed innocenti gocce d’acqua le pietre calcaree colà accapezzate, Piazza Plebiscìvolo.
Per auto, moto e pedoni (in particolar modo anziani), infatti, la pavimentazione del centro cittadino diviene, nelle giornate umide e di pioggia, una insidiosissima trappola resa ancor più subdolamente viscida dai residui di olii esausti rilasciati da veicoli in transito e/o parcheggiati.
Nel film quotidianamente girato in Piazza Plebiscìvolo non si contano più i tamponamenti e le frequenti cadute, senza tralasciare le difficoltà riscontrate dagli illusi che tentano – inutilmente – di percorrere la salita di Via Balilla e da quelli che, arrischiandosi, hanno l’ardire di sfidare la sorte scendendo giù per il girone infernale di Via Dante.
L’ultimo episodio emblematico della triste sequenza è andato in onda la mattina del 13 giugno, festa di S. Antonio, alle ore 09:20. Sotto gli occhi di numerosi curiosi che hanno assistito impotenti alla scena, e con buona pace dell’ignaro cittadino in difficoltà, un’autoambulanza del 118 proveniente da Via Balilla, a sirene spiegate, ha tentato inutilmente di raggiungere Piazza Plebiscito; non riuscendoci, non ha potuto far altro che svoltare per Via Chianchizze.
Ma ricostruiamo celermente le origini del problema. I gravi disagi di cui innanzi sono sorti sul finire degli Anni ’90 allorché si è proceduto al rifacimento della pavimentazione di Piazza Plebiscito. All’epoca non mancarono accorati appelli di professionisti i quali, con lungimiranza, denunciarono in anticipo, dalle colonne della “Gazzetta”, il rischio che “utilizzando quel tipo di pietra nelle giornate piovose e durante le gelate invernali le strade in questione si renderanno impraticabili, con conseguenti rovinosi scivolamenti” (il geom. Pietro Maggiore, novella Sibilla, in data 14/05/1998), appelli rimasti purtroppo inascoltati.
A questo punto la domanda sorge spontanea: quand’è che vedremo scorrere finalmente i titoli di coda che annunciano, in maniera liberatoria, la fine del triste ed insopportabile film?
Valerio Tanzarella
valeriotanzarella@libero.it
Il livello e l’enfiteusi: problema di molti fondi dell’agro cegliese
11 giugno 2007
Molti fondi dell’agro Cegliese, e di diversi paesi della zona limitrofa, sono gravati dal livello e dall’enfiteusi. L’esistenza di tale problema per la verità è un pò ignorato da tutti, e perfino dagli stessi proprietari e possessori di fondi. Molto spesso se ne viene a conoscenza solo nel momento in cui per un motivo qualsiasi si deve provvedere al trapasso del fondo.
Proprio in tale prospettiva, la problematica in questione, ha interessato numerosi proprietari e possessori di fondi Cegliesi. In special modo negli ultimi 4-5 anni, allorquando, moltissimi inglesi, personaggi dell’Italia centro settentrionale e della nostra stessa regione, sono venuti dalle nostre parti ad acquistare masserie, trulli, caseggiati rurali con annessi fondi rustici. Ed in numerosi casi, proprio all’atto della compravendita, diversi proprietari di fondi si sono accorti per la prima volta dell’esistenza di tali gravami, che costituivano un ostacolo insuperabile per ogni margine di trattativa alla compravendita. In special modo per gli Inglesi.
Ma in realtà che cos’è il livello e l’enfiteusi?
Il livello era un contratto con il quale una parte (ed. concedente) concedeva in godimento
ad un’altra, solitamente un agricoltore (ed. livellarlo) il diritto di godere della propria terra mediante il versamento di un canone, che consisteva in una somma di denaro o in una certa quantità di prodotti in natura.
Molto simile in sostanza risulta l’enfiteusi, che viene disciplinato tra i diritti reali di godimento agli artt. 957 e ss. c.c. L’enfiteusi è il diritto in base al quale l’enfiteuta, cioè il conduttore del fondo, ha il godimento del fondo stesso, con l’obbligo di migliorarlo, previo pagamento al concedente di un canone periodico, che consisteva in una somma di denaro ovvero in una quantità fissa di prodotti naturali.
Sicuramente, meno applicato, risulta invece l’usufrutto, anch’esso disciplinato tra i diritti reali di godimento agli artt. 978 e ss. c.c. Diritto in base al quale l’usufruttuario ha di godere della cosa rispettandone la destinazione economica.
Tali istituti giuridici, storicamente derivanti dal diritto romano, cominciarono a diffondersi in Italia sin dai secoli XIV-XV ed hanno trovato nel nostro territorio comunale una significativa applicazione fino agli anni 60-70. Nello specifico consentivano ai grandi proprietari terrieri di massimizzare i profitti della propria terra senza l’impiego di manodopera e risorse finanziarie. In particolar modo consentivano ad Enti Ecclesiastici, Comuni, Ospedali e Pubbliche Amministrazioni in genere, quali proprietari di terreni, di concedere ad agricoltori il diritto di godere della terra stessa, in cambio di profìtti in denaro o di prodotti naturali.
Tali istituti (in special modo il livello non più disciplinato) sono ormai disapplicati. Infatti, dopo varie innovazioni legislative, con la L. 203/82 nel nostro ordinamento si è introdotta la figura del contratto agrario, sicuramente più rispondente alle esigenze dei nostri tempi. In definitiva, oggi, può parlarsi, nella maggior parte dei casi, di livello ed enfiteusi, come di diritti solo formalmente validi, ma non più esercitati. Pur tuttavia costituiscono una valida pregiudiziale all’esercizio della piena proprietà.
Cosa fare allora per liberare i fondi dalla presenza di tali vincoli?
Quali sono i rimedi giuridici previsti dalla legge?
In realtà, la nostra legislazione speciale prevede due diverse procedure, applicabili a seconda dei casi: l’affrancazione e la usucapione speciale. La procedura di affranco, prevista e disciplinata dalla L. 607/66 risulta applicabile solo ed esclusivamente in tutti i rapporti di enfiteusi: si parla tecnicamente di affrancazione del fondo enfiteutico. La procedura di usucapione speciale per la ed. piccola proprietà rurale, prevista e disciplinata dalla L. 346/76 invece è di più generale applicazione. In questi casi, in effetti, va provato il possesso ininterrotto (anche iure hereditatis) del fondo per almeno 15 anni. In estrema analisi si può fare sempre ricorso alle procedure ordinarie in materia di possesso e proprietà. Tale problematica non poteva, tuttavia, non attirare l’attenzione dell’attuale Amministrazione Comunale. Infatti, con delibera n. 26 dell’08/11/2005 il Consiglio Comunale di Ceglie Messapica stabiliva con criteri univoci, le modalità ed i termini, per l’esercizio dell’azione del diritto di affrancazione dei fondi gravati da enfiteusi, con la ulteriore promessa di fare una approfondita ricognizione numerica e qualitativa dei fondi enfiteutici di proprietà comunale. Tale delibera costituisce un primo ed importante strumento per tutti i soggetti interessati. Naturalmente regola le modalità per l’esercizio del diritto di affrancazione solo ed esclusivamente in tutti quei rapporti in cui parte concedente risulta il Comune di Ceglie Messapica.
Avv. Antonio Ciracì
Vorrei parlarvi di mio padre e dei suoi 90 anni
24 maggio 2007
Il 26 maggio mio padre compie 90 anni. Auguri direte voi, ma per comunicazioni personali usa il telefono e non abusare di Ceglie Plurale. Sì, è un fatto personale, ma è così personale da essere poi un fatto dell’intera comunità.
Perché riguarda un padre, un vecchio, e un uomo, come si usava dire una volta, all’antica. Appartiene a tutti questo compleanno perché tocca ciascuno di noi, il nostro rapporto con i padri, la vecchiaia e il lavoro.
Mio padre è figlio unico e come dice mia madre: “i gigli unici sono tutti stuffusi, ed io sono il più piccolo di una famiglia non numerosa (5 persone) dalle antiche radici cegliesi. Pensate che mio nonno (Vito Pietro) è nato subito dopo l’Unità d’Italia (1867) era, quindi, contemporaneo di Garibaldi.
I vostri nonni vi raccontano della Seconda Guerra Mondiale, mio padre è nato in piena Prima, mio nonno avrebbe raccontato la Guerra d’Africa (1886-1894).
Mio padre è nato e invecchiato a Ceglie, salvo una breve parentesi a Corigliano Calabro (1929-1937) dove mio nonno si era trasferito, ha passato larga parte della sua vita (60 anni) nella sua bottega di falegname in Largo Osanna, 38. Ripete spesso a noi figli: io e vostra madre abbiamo lavorato 120 anni, ed oggi ci tocca una pensione di poche centinaia di euro!
Ma non è del suo lavoro che voglio parlarvi. Ma di un padre. Di un uomo di 90 anni che anche per questa festa non vestirà l’abito buono e sicuramente non accetterà che la famiglia lo festeggi, come sempre dirà: “cosa sono queste fesserie…”. Godrà un attimo di felicità insieme ai figli, nipoti e pronipoti. Il 26 sarà circondato dai suoi tre figli e da mia madre, ormai novantunenne che da ben 69 anni è al suo fianco.
Auguri e fatti vostri, insisterete voi. Ma non è così, non è la storia privata di un padre avanti negli anni, fa parte invece del nostro alfabeto elementare, dell’amore filiale, reso ancora più tenero dalla sua età veneranda e dl corpo fragile. Perché con gli anni si diventa evanescenti, leggeri, pronti per il volo.
Io vi confesso che quando penso alla famiglia penso a loro, alla famiglia da cui provengo, prima che a quella che ho formato, in questo aiutato da mia moglie, insostituibile braccio operativo e paziente compagna a cui ho delegato tutto e di questo gli chiedo scusa. Perché quella creata dai miei è una calda famiglia. Ho saputo essere un buon figlio? Ho paura di non essere un buon padre.
Sono qui per dirgli grazie. Non solo per l’affetto che mi ha dato, per l’educazione e il rigore morale che ha trasmesso ai figli. Con lui vedo il tempo curvarsi e il passato ritornare insieme al presente, vedo le cose positive che si trasmettono da padre in figlio, con un atto d’amore e di continuità.
Sono qui a dirgli grazie per la sua preferenza verso le posizioni scomode e quasi sempre perdenti (non è mai sceso a compromessi), per la sua candida inettitudine agli affari, alla vita pratica e alle furberie dei traffichini; la stessa inettitudine che temo di aver assimilato, mitigata dalle capacità contrattuali di mia moglie sempre pratica e parsimoniosa.
Grazie per la sua gentilezza d’animo e per l’ingenuità di fidarsi del prossimo che ci ha trasmesso e che ci disarma rispetto alle fregature della vita, rispetto ai parassiti ingrati, agli avvoltoi che anche lui, come noi figli, scambia per poveri passeri a cui porgere il cibo.
Generazioni che oggi hanno più di 60 anni, hanno imparato e amato il mestiere di falegname, grazie a lui. Il suo mondo è stato il lavoro e la musica. Conserva ancora oggi gelosamente la sua tromba comprata nel 1953 quando faceva parte della banda di Lanciano diretta dal maestro Lufrano. Ogni tanto la tira fuori dalla custodia ancora immacolata, la guarda, gli occhi si bagnano di qualche lacrima, ma non potendola suonare (gli mancano alcuni denti) la rimette al suo posto nell’armadio. Con mia madre solo un paio di volte nella vita, accompagnati dai figli, sono stati al mare, il viaggio più lungo a Roma da Militare e qualche settimana a Milano per lavorare, non sono andati mai in aereo. Ha guidato per pochi anni una 500 e una 126. Non ha mai trafficato in carte di credito, cellulari e macchine da scrivere. Ha conosciuto solo qualche cambiale, indispensabile per comprare il materiale che serviva in bottega e mai una non è stata pagata.
Mio padre è nato il 26 maggio 1917 e non oggi che ha 90 anni, ma sempre si sente a disagio, quando esce dalla sua casa per fare visita o pranzare con i figli (Natale, Capodanno e Pasqua) e vuole tornare presto a casa per rintanarsi nelle sue abitudini. Ma vorrei vederlo sempre più contento, col sorriso rinato, quello delle grandi occasioni, il matrimonio dei figli, la nascita di nipoti e pronipoti, la laurea dei nipoti.
Eppure lui diceva quando ero bambino, sarai il bastone della mia vecchiaia, ed io ero fiero e malinconico, mi rimpettivo per l’importante incarico. Ma, poi gli anni sono passati e non so se sarò un bastone adatto per stargli dietro, oggi, che la senilità lo assale.
Alla fine vi devo confessare, cari lettori, che vi ho preso in giro; ho scritto questo articolo fingendo che fosse un tema di grande importanza per tutti voi, invece no, ho approfittato, l’ho fatto solo per lui. Perché lo vedo commuoversi quando parla di suo padre e dei suoi nipoti. Voi direte: “è l’età che lo rende tenero, ma quella commozione lo rendono ancora figlio unico, piccole manie dei suoi 90 anni che segnano la vita di tutti noi.
Anche se un po’ triste, mi auguro che continuerà così per tanti anni e che non ci scambieremo mai le parti.
Auguri, papà.
Michele Ciracì
Le professoresse sono come i preti e le puttane
28 aprile 2007
La crisi della scuola è palmare, perché ormai è diventato di dominio pubblico sulle pagine dei giornali a scadenza mattutina. Casi di ordinaria violenza in tutti gli ordini e gradi, rotture clamorose tra i vari sistemi educativi e smarrimento del senso e del significato dell’educare. Occorre una riflessione spietata sul nostro sistema scolastico, perché continuando di questo passo si va incontro alla fine della scuola pubblica di mazza. Diverse sono le cause di questo fallimento. Da un lato per molti anni la prassi scolastica ed educativa è stata curvata sul versante della didattica e si è sfociato nel didatticismo, smarrendo il ruolo del senso e del significato dell’educare.
Ritorna prepotente il vecchio interrogativo: chi educa gli educatori e perché?
L’organizzazione didattica pullula di progetti e progettini senza senso, incapaci di operare un’incidenza reale sugli apprendimenti e sulla qualità delle relazioni umane. Sul versante dell’etica i ragazzi hanno maturato una rivoluzione antropologica abbagliati dall’etica del Don Giovanni e pensano che per essere felici devono in modo esponenziale soddisfare sempre nuovi piacere ottenendo tutto con facilità, senza il minimo sforzo. La scuola si appiattisce su questa etica del piacere rincorrendo tutte le esigenze delle famiglie e dei ragazzi. I nuovi linguaggi sperimentati vanno nella direzione dell’inseguimento dei miti televisivi del talk show, tra balletti e pizziche e anche l’attività motoria finisce per assecondare, già in primissima età, il mito professionistico delle grandi prestazioni dei grandi campioni generando competizione esasperata e rivalità.
La scuola inoltre ha perso la centralità nella trasmissione degli apprendimenti e non si rende conto che il bambino di internet non ha più bisogno del suo sapere ma ha solo necessità di apprendere il metodo di studio e una dotazione di senso e di significati. Necessità richiamare l’urgenza di una pedagogia forte, motivata. Una buona occasione di riflessione ci è data dal quarantennale della pubblicazione di “Lettera a una professoressa” di don Lorenzo Milani, autore amato e odiato per la violenza delle sue tesi e la chiarezza del suo postulato di fondo: la scuola è una scuola di classe che emargina i poveri e si modula sulla e per la cultura dei borghesi e dei ricchi.
Mentre Pasolini chiedeva l’abolizione della Scuola Media dell’obbligo, perché in essa intravedeva i germi della corruzione della società di massa, don Milani rivendicò la necessità dell’innalzamento dell’obbligo e la trasformazione degli assi culturali della scuola di massa affinchè essa fosse al servizio di tutti. Memorabile è il suo anatema: le professoresse sono come i preti e le puttane. Il libriccino diventò la bibbia di tutti i professori democratici e dette origini a strumentazioni didattiche nuove e alternative.
Dopo quaranta anni sembrerebbe che le cose vadano meglio e tutti sono promossi come auspicava il prete di Barbiana, ma se analizziamo freddamente quello che è successo dobbiamo constatare che il sogno di don Milani è rimasto un’illusione. Egli espresse a chiare lettere l’idea che le classi povere ed emarginate non possono superare il gap culturale se non sputando sangue sui libri, se non appropriandosi della parola che è l’unica vera arma rivoluzionaria che modifica lo stato delle cose presenti.Rifiutava quindi ogni didattica del bamboleggiamento e auspicava il tempo pieno per tutti per superare lo svantaggio.
Nella realtà, invece, si è realizzato una scuola facile il cui motto si potrebbe così sintetizzare: tutti promossi, di fatto tutti bocciati, perché una scuola dequalificata ripropone la selezione e chi ha un livello d’istruzione qualitativamente basso spende sul mercato del lavoro solo dequalificazione professionale e diventa manodopera intellettuale a basso costo.
Mentre prima la selezione si operava bocciando, ora paradossalmente la si opera promuovendo tutti. A ciò si è aggiunto la separazione tra profitto ed educazione operata da Berlinguer eliminando di fatto dalla scuola il principio d’autorità. Don Milani intendeva la promozione come reale promozione culturale e per chi non intendeva studiare diceva: “Noi per i casi estremi si adopera anche la frusta”.
Siamo così arrivati all’implosione della scuola, con le conseguenze che i giovani bivaccano toccando i culi delle professoresse, brutalizzando i più deboli e indifesi. E le professoresse che fine hanno fatto? Semplicemente non esistono più come classe sociale e complici i politici e le burocrazie sindacali sono diventate professioniste senza qualità che hanno smarrito il senso del loro essere intellettuali al servizio della trasformazione e del rinnovamento.
Vincenzo Gasparro
GLI ARCHETIPI DEL POETARE E NARRARE
Spogliamo Ceglie Plurale
5 aprile 2007
Anche Ceglie Plurale partecipa al CSS Naked Day.
Quello che vedrete nei giorni tra il 5 ed il 6 aprile 2007 è la struttura del sito priva del foglio di stile che permette di far assumere un migliore aspetto grafico al sito.
L’iniziativa è stata organizzata a livello mondiale dal giovane californiano Dustin Diaz per mettere in evidenza il fatto che il contenuto delle pagine debba avere un ruolo preminente rispetto all’apparenza, aspetto molto importante per l’indicizzazione da parte dei motori di ricerca.
Jasò a vocc’ da sobb’ allu muccon’…
26 marzo 2007

U mbiern’ cant’ XXXIII
(U cont’ Ugolin’)
Jasò a vocc’ da sobb’ allu muccon’
cuddu dannat’, azziccann’ pi capidd’
a cap’ ca da gret’ strazzav’ a muzzicon’….
La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.
Pavl’ e Frangesc’
18 marzo 2007

(immagine dal web)

Pavl’ e Frangesc’
u quart cant d’unbiern
di Dant
(cuddu picc’ ca m’ ricord’ )
<< Uè gjovin’, ca com’ nu nazzaren’
a scinnut’ stj scalun’ di l’unbiern’
pi nnù ca la spat’ di sang’ anchiemm’ chien’,
ci pì cas’ nn’er’ amic’ u patr’tern’
ppi ttè l’erm’a prià cu tti daji pasci
giacchè tu ti dispiascj d’ stu piern’.
i ciò ca tu vuè saj j cca ti piascj,
nù t’ mà sinti’, oppur’ ta mà parlà,
asshcond com’ u vient volj fascj.
La terr’ addò tann’ ji nasciv’, stà
sobb’a la marin’ daddò lu Po discenn,
pp’ ddifriscars’ l’aqqu’ j riquijà.
L’Amor’ ,c’ all’ chiù debb’l’ s’appenn,
fescj nvaghì di me, stu disgarziat’,
ca pur’ ci sò mort , ancor mi difenn.,..
L’Amor’ ca maj a nisciun j pirdunat’
mi fescj nvaghì di cuss talment’ fort,
a com’ vit’ ancor’ nnà mmà lassat’.
L’amor’ nnj purtò alla stessa mort’
accì nci corp, avà finì all’umbiern,
addò cing’at’ tras’ anzerr’ a port’.>>
Dopp ca sintiv’ quedd’anim’ fratern’
abbascjai’ a cap’ ca cuas’ mi cadev,
finc’ u mestr’: -Cè ai -diss’,cu voscj di cavern’.
Quann’ rispunniv’, -P’ccat’-, ccuminzev’
tott’ a felicità j tutt’ u desiderji
fù caus’ a sti giuv’n’ d’ na vita brev’!
Pò mi vutev’ a lor’ j parlev’ ji,
j cuminzai: – Francè, sti cos’ ca ma ditt
ssò caus’ di chiant’ jint’ li uecchj mji.
Ma dimm’ : << O tiemp di ciò ca ma dhscritt’
com’ cuminzò u grand’ sortileggji
di lu s’nt’ment’, ca causò u dhlitt? >>
J jedd’a mmè :<< Nanc’ è nna cosa peggji
d’ ricurdars’ li tiemp buen’ quann staj mal’,
j aqquà lu mestr’ tuv mh pò curreggji.
Ma ci tu vuè ssè l’origjn’ tal’ j cual’
di st’ amor ca tant’ ti ste accuor,
tra ris’ j chiant’ pi ttè sarò sp’cjal’.
Nu giurn’, nu’ stè l’ggemm’ a cor-a cor’
la storji d’ l’amor’ di Lanzzillott’;
stamm’ suhl’ i senza nnu sintòr’.
Cchiù d’ na vot’ nn’ sintemm fott’,
quedda lettur’ n’ fascev’ arrussì;
ma a nu certu punt ,nu cangjamm’ rott
Quann lhggemm’ , ca senza discj sì’,
Ginevr’ vasò la vocc’ a Lanzzillott ;
cuss’ ,ca mi stav’ vicin’ daccussì ,
trhmann m’ vasò sott’ ppi sott’ .
A colp’ fò du libbr’ j di cji lu scriss:
da cuddu giurn a lettur’ fu n’terrott’.>>
Mentr’ jiun sti cose a mmè mi diss’,
l’at’ chiangev’ , j ji pu dispiacer’
cadiv’ an terr com’ nu stoccafiss’.
H’ cadiv’ senza manc’ cu dic’ ‘miserer’.!


