Una giornata inutile, un’occasione persa

18 luglio 2009

Il 28 aprile 2009, presso il Teatro Comunale si è svolta la giornata di studi Dal Castello al territorio, organizzata dal Comune. Un Teatro, haimè semivuoto, animato soltanto da qualche scolaresca. Assenti assessori e consiglieri comunali, ma è mancata soprattutto la partecipazione dei cegliesi. Straordinaria e altamente qualificata la presenza di illustri studiosi, il prof. Raffaele Licinio, Direttore del Centro di Studi Normanno-Svevi e docente dell’Università di Bari; prof. Franco Porsia e Pasquale Cordascio docenti presso la stessa Università; dott. Victor Rivera Magos dell’Università di Siena. La Presidenza dei lavori è stata affidata al prof. Cosimo Damiano Fonseca, Accademico dei Lincei.
Da questi straordinari cattedratici attendevo buone nuove, per apprendere e magari scoprire nuovi documenti e argomenti sconosciuta sulla storia di Ceglie. E’ bene dire subito che la delusione è stata tanta: la manifestazione era solo una passerella politica, francamente stucchevole!
Ma andiamo al contenuto. In questi ultimi anni ho partecipato a decine di convegni, ma non mi era mai capitato di ascoltare professori d’università e studiosi di professione, per giunta ospiti, infarcire la propria relazione, con un’accusa rivolta agli studiosi locali sulla metodologia e sui contenuti dei loro lavori. Un attacco ingiustificato verso “studiosi” che cercano, con enormi sacrifici e molti limiti, di portare un contributo alla conoscenza di avvenimenti storici che riguardano Ceglie.
Ma, non dovrebbero essere gli studiosi di professione a portare linfa alla ricerca storica, con documenti frutto di ricerche d’archivio e non con tesi fantasiose?
I professori si sono attorcigliati intorno ad un documento, quello del 1120 o su altri due o tre, già pubblicati da studiosi come Ludovico Pepe, Petra Lamers e altri, o inseriti nei Registri della Cancelleria Angioia ricostruiti dal Filangieri.
Una Giornata piena di attese, risultata per usare un eufemismo, insoddisfacente se non inutile.
Mi auguro che nella pubblicazione degli Atti delle due giornate di studio, vengano inseriti altri documenti o elementi utili per meglio conoscere sia il territorio che la storia del nostro Castello.
Non si può parlare di questa struttura senza avere a disposizione, se ancora sono presenti, i documenti conservati dai discendenti della famiglia Verusio, ad oggi del tutto sconosciuti o inopinatamente negati alla consultazione degli studiosi.
Ancora una considerazione. Visto che in questa Giornata si è spaziato in tutti i campi è mancata qualsiasi notizia sulle vicissitudini storiche della nostra Chiesa in quegli anni. Un argomento che sicuramente sarebbe stato trattato ad altissimo livello e con grande competenza dal prof. Fonseca un vero luminare in questa materia.
Non posso chiudere questa nota, senza rilanciare ancora una volta una proposta fatta attraverso le pagine di questo giornale nel lontano 2001 e cioè quello di pensare seriamente a ricostruire con metodo scientifico la nostra storia.
Per fare questo è necessario: volontà politica, risorse economiche certe e la costituzione di un Comitato scientifico composto da esperti, coinvolgendo in questo progetto gli Archivi di Stato della Regione e soprattutto quello di Napoli.
Solo mettendo insieme tutte queste risorse sarà possibile, lavorando sodo per anni, avere un storia di ceglie degna di questo nome.

Le Grange o Grance Cegliesi

6 luglio 2009

Per Gràngia o Grància Grància, termine francese grànge, grànche, latino tardo grànica, (grànum) nella Lex Baiuvariorum s’intende un’organizzazione benedettina, specialmente cistercense, di persone e beni economici, costituita inizialmente da edifici rurali sui terreni di un’abbazia per la custodia dei prodotti agricoli, ed in seguito (sec. XII) trasformata, per il lavoro manuale dei monaci stessi, in una piccola comunità monastica governata da un rappresentante dell’abate e una unità economica (fattoria) amministrata dal cellerario o monaco granciere; ampliata dalla popolazione laica dei salariati, contadini, pastori, piccoli artigiani, diede origine a villaggi rurali che conservano tuttora la denominazione originaria di Gràngia o Grància.
Nel latino medioevale (a.1319), è documentato Gràntia “cascinale”. La voce è passata dal francese anche nello spagnolo e all’italiano meridionale. Da non confondere con Grancìa, che ha il significato di “ulcera nella bocca”. Nel Medioevo, per grancia si indicava dunque una coltivazione agricola dipendente da una Abbazia o da un Priorato, unità agricola organizzata nei possedimenti di un Ordine monastico.
Questo tipo di organizzazione a Ceglie, a quel tempo, più che Grància era meglio conosciuta con il termine “Beneficio”. A tal proposito mi preme rammentare che nella nostra città esiste ancora un rione ed una contrada rurale che porta quel nome (u’ benefic’). Le più antiche chiese cittadine quali Sant’Anna, Sant’Antonio Abate, all’
epoca meglio nota come Sant’Antonio di Vienna, nel dialetto cegliese “Sand’ Anduèn”, SS. Annunziata, San Domenico, Chiesa Madre, e la stessa Chiesa di San Rocco fruivano di una Grància.
L’Abbazia benedettina di Sant’Anna, per esempio, disponeva, tra l’altro, “…. della masseria in loco detto Paglionico e Marzano (o Manzano) di terre fattizie macchinose con chiusa, cisterna, arbori di pero, giardiniello ed altri membri e degli ortali detti di Sant’Anna e di San Nicola…..” (ASBr. Notaio C. Vacca, 25.05.1589, C.170; ASBr., Notaio Tommaso Lamarina, a.1747, CC.451-479), “… con terre aperte quanto quelle chiuse, casella, pagliara et una cisterniola d’acqua…..” (ASBr., Notaio C.Vacca, 4.3.1596, C.255/T256).
La masseria di cui sopra (Paglionico), il 7 aprile 1604, da documentazione risulta di proprietà di un certo Donato Appruzzesi. Fu proprio in quel tempo, infatti, composta una controversia tra il Capitolo di Ceglie e lo stesso Appruzzesi con sentenza della Corte di Ceglie (ASBr., Notaio Stefano Matera, C. 67/t).
Per la chiesa della Santissima Annunziata, il “Beneficio” era goduto dal Cardinale Giuseppe Spinelli, Arcivescovo di Napoli (1734-1752), “……al quale
spetta(va) di provvederla di tutto il bisognevole…..”.
Tale Grància era composta da tutto il territorio dell’antica masseria “….dell’Insarti con 195 alberi di olivo……” (ASBr., Platea seu campione di tutti li Beni stabbili di campagna…….il venerabile convento di San Domenico…..A.1744, Pianta Geometrica dell’Insarti; La piantina geometrica di cui innanzi è stata pubblicata in Terre Celiarum del Galdo Hydruntini Provincia (a cura di) Enrico Turrisi, Oria 1997, p.69). Ci saranno stati sicuramente altri terreni, case, censi appartenenti alla Grància di cui sopra, ma non ne siamo venuti ancora a conoscenza. Con molta attendibilità dovrebbero essere tutte quelle proprietà che in seguito furono del capitolo cegliese. Quei beni sono riportati in un decreto, del 1748, con il quale la Curia oritana autorizzava don Francesco Paolo Leone, Priore Generale del Capitolo della Collegiata di Ceglie ad alienare alcuni beni, a mezzo asta pubblica, per saldare un debito di 4.000 ducati dovuti dal Capitolo ad un certo don Giovanni Antonio Polaja di Martina.
Il documento in argomento è importantissimo per la toponomastica della zona non solo, ma soprattutto risulta una fonte eccezionale di informazioni. Ci precisa,
per esempio, che a quei tempi, a Ceglie esisteva la coltivazione del lino e la conseguente lavorazione di quel prodotto fino alla tessitura. Apprendiamo inoltre che nella cosiddetta Corsèa Sant’Antonio era ubicata una piscina utilizzata dalll’Ill.mo Signor Duca il quale pagava al Capitolo un censo annuo di grana 10 (ASBr., Notaio Tommaso Lamarina, a.1748, C.300). Per raggiungere quella piscina (cisterna) fu scavato nella roccia un tunnel che partendo dai giardini del castello raggiungeva l’odierno Corso Garibaldi al civico 72.
La Grància della Cappella di Sant’Antonio Abate (ASBr., Not. Francesco Paolo Lamarina, 12.4.1683, C.35), era posseduta dal Clerico Giuseppe Oltavy della Terra Turris Paludarum (odierna Torrepaduli in provincia di Lecce) diocesi di Ugento.
Nel gennaio del 1748, Cappellano e beneficiario della Grància della citata Cappella era il Rev. Don Giuseppe Manfredi di Scorrano (LE), il quale era stato investito dal Cardinale Giuseppe Pignatelli, Arcivescovo di Napoli [Relazione dell’Arciprete Donato Maria Lombardi in risposta ad un questionario per la Visita Pastorale di Mons. Castrese Scaja (1746-1755), Vescovo di Oria]. Il Cardinale Pignatelli era nato a Napoli il 6.2.1652 e costì morto il 5.12.1734, era stato, tra l’altro, anche Arcivescovo di Taranto dal 27.9.1683 e Nunzio Apostolico in Polonia fino al 1703 (Enciclopedia Cattolica, Roma 1950, vol. IX, p.1467).
Il monastero di San Domenico, riconosciuto dallo stesso Ordine conventuale quale il più ricco del Regno [tassato per 12 ducati annui. Basti pensare che quello di Bari era esentato (G. Cioffari, Gli Ordini Religiosi Mendicanti: Tradizione e Dissenso, Memorie domenicane. Nuova Serie 1991, cap. IX)], possedeva la masseria S. Pietro con vigna estensione 211, prodotto lordo 300, contribuzione (fissata dal Ministero delle Finanze per il 1811: 635-25) 75,35, Napoli 4.5.1811, fasc.1377/9, b.70 Affari Generali, custode Brizio Vitale, Casa Municipale, Giustizia e pace, Scuola; fasc.1377/1, stato demaniale, Ceglie, Gendarmeria reale, 4 corridoi e terzo piano; il frantoio detto Forlèo, alcune mandrie di bovini, ovini e caprini, case, botteghe, ecc. (ASBr., Platea…a.1744; Catasto Onciario di Ceglie, aa.1700-1750, vol. I, fotogrammi n° 105, 125,127,145; ASLe., Stato dei beni componenti la dotazione del Ducato di Taranto, Ceglie, Masseria S. Pietro, ecc., fasc. 1377/13).
L’ospizio, con l’annessa chiesa, gestita dai Padri Carmelitani di Martina era ubicato nelle immediate vicinanze dell’omonimo largo. Infatti a ricordo di quella struttura fu dato il nome a quel sito. Il numero di bisognosi che ricorrevano all’ospitalità caritatevole dell’ospizio deve essere stato considerevole, tanto che la fondazione ricevette ben presto donazioni e lasciti in case, terreni, censi. Il monastero aveva, per quanto di nostra attuale conoscenza, la Grància composta da un appezzamento di terreno dove ora insiste il complesso ospedaliero per neuromotolesi (ASBr., Platea seu campione di tutti li Beni stabbili di campagna ……….cit.; Piantina topografica intitolata Pianta Geometrica di Fino in Terre Celiarum del Galdo Hydruntini Provincia, Oria 1997, p.75).
Il Collegio delle Scuole pie, possedeva, invece, tutto il terreno che dalla Porta di Giuso porta alla Stazione FSE, odierna via Bottega di Nisco, adibito ad orti e frutteto. Inoltre, il Collegio, pagava un censo annuo di 10 grana al Capitolo di Ceglie per il terreno dove qualche anno fa c’era la masseria di Insarti.
Infine il Capitolo della Chiesa Madre oltre alle proprietà dell’antica Abbazia di Sant’Anna e della Chiesa dell’Annunziata, possedeva anche un terreno utilizzato ad orti dove ora insiste il Banco di Napoli. Tutta quella zona dell’ odierna via Balilla, infatti, è conosciuta con il nome di Orto del Capitolo.

Pasquale Elia

Libri parrocchiali

8 febbraio 2008

Catalogo Beni Ecclesiastici della Chiesa CollegiataL’archivio parrocchiale di Ceglie è conservato nella Insigne Chiesa Collegiata di “Santa Maria Assunta”, ed è giunto fino ai nostri giorni quasi integro. I registri iniziano dall’anno 1565, quindi prima che i decreti emanati dal Concilio di Trento obbligassero i sacerdoti ad annotare i battesimi, i matrimoni e i defunti della loro parrocchia.
Numerosi studiosi, l’hanno utilizzato, poiché si tratta della fonte più importanti per la storia civile e religiosa della nostra città..
I volumi, sono rilegati in pergamena. Il primo registro è mutilo e contiene solo i battezzati. Le annotazioni dei parroci permettono di chiarire molti aspetti della vita cegliese tra il XVI e il XVII secolo, un periodo storico di grandi trasformazioni del tessuto socio-economico cittadino.
Nei libri dei battezzati il primo dato che colpisce è la caratterizzazione di alcuni nomi propri, e in particolare quelli risalenti al Cinquecento. Alcuni risentono dell’eredità classica del Rinascimento come Pompeo, Lucrezia, Mattia, Camilla, Core, Beatrice e altri nomi, allora comuni, oggi sono del tutto scomparsi, come Drusiana, Letitia, Perna. Tuttavia, per la maggior parte, compaiono nomi simili a quelli di oggi, che i parroci trascrissero così come erano abituati a pronunciarli, cercando a volte di italianizzare il dialetto cegliese; così si possono leggere tra gli altri Col’Antonio, ColaDonato, Frangisco Catherina, Giulio, Bernardino.
Il nome più curioso si legge nel registro dei battezzati alla data 27 febbraio 1569, quando Nardo Barletta e sua moglie Antonia impongono al figlio appena nato il nome di “Giovanni Francesco Gaspar Baldassar Melchior”, in forza di chissà quale particolare devozione verso i Re Magi.
A volte, per identificare le persone, i parroci ne riportano i soprannomi, ed è curioso notare che alcuni sono simili a quelli odierni, come “Sgrigno” , “Fiuro”, “Trentacapidde”, “Strazzabaccalà” ecc..
In una pagina del registro cinquecentesco è riportata la fede di nascita del figlio del feudatario don Fabrizio Sanseverino.
Ma i registri più ricchi di informazioni sono quelli dei defunti, anche perché i parroci, per poter stabilire se il deceduto avesse ricevuto i sacramenti e fosse davvero morto nella grazia di Dio, erano soliti descrivere le circostanze minuziose della morte e della sepoltura.
Molti, soprattutto se viandanti o forestieri, usavano portare con sé la “cartella”, un certificato che, in caso di morte, serviva a informare il sacerdote che il defunto aveva assolto alla prescrizione di comunicarsi almeno una volta all’anno, a Pasqua.
Anche allora erano molti coloro che morivano per incidenti o disgrazie. Una delle cause più frequenti di morte erano le epidemie che si succedevano periodicamente e mietevano migliaia di vittime. Molti di loro sono seppelliti nella cripta della Chiesa Matrice.
I parroci di ogni epoca annotavano anche gli eventi più importanti come le forti grandinate, le carestie, le epidemie e i terremoti. Avvenimenti che avevano un peso ben maggiore sulla vita della comunità cegliese rispetto ai tempi di oggi.
Nel 1707 don Dionisio Greco, Arciprete della Collegiata , registrò l’avvento del nuovo governo austriaco, che mise fine a due secoli di viceregno spagnolo, e l’ingresso in Napoli del nuovo imperatore Carlo VI, avvenuto il 29 luglio “con applauso universale senza spararsi un tricchetracco”, cioè in modo del tutto pacifico.
Nel corso del XVIII secolo si affermerà l’uso di redigere gli atti parrocchiali in latino, ma all’occasione i parroci continueranno a scrivere in italiano per annotare e commentare gli avvenimenti più importanti per la comunità, consapevoli della necessità di lasciare, di alcuni fatti, una testimonianza che fosse comprensibile al maggior numero di persone.
Proprio i commenti dei parroci, che rivelano le loro simpatie, le loro debolezze e le loro idiosincrasie, rendono i registri antichi della parrocchia di “Santa Maria Assunta” una piacevole lettura, che ci avvicina ai nostri concittadini dei secoli passati.
Quando si trattava di annotare la morte di personaggi illustri o ritenuti tali, i parroci sottolineavano l’avvenimento con qualche riga in più sul registro. Come accadde all’architetto Trinchera di Ostuni che nel 1797 morì fulminato mentre stava posizionando la croce sulla cupola della chiesa.
I registri parrocchiali, di battesimo, matrimonio e morte; quelli importantissimi degli atti capitolari, nonostante alcune lacune dovute ad avvenimenti violenti, come la Rivoluzione Napoletana del 1799 o trafugamenti e perdita di quasi tutte le pergamene antiche e i libri rossi della città, sono da sempre il bene più prezioso di ogni comunità. Qui a Ceglie questi documenti necessitano di una catalogazione, informatizzazione e studio approfondito dell’esistente che sicuramente potrebbe gettare nuova luce sulla storia cittadina degli ultimi quattro secoli.

Nicola Santoro

Ceglie e il suo nome

1 febbraio 2008

Città messapica, come la dice il suo nome, fiorente e forte nei tempi lontani e più volte distrutta e risorta. Ma le sue origini e i suoi abitanti si perdono nel buio dei secoli. Avanzi archeologici parlano di civiltà messapica di cui Ceglie era un centro. Un passato glorioso, un’elegante cittadina di antichissima origine: una delle città più importanti della Dodecapoli messapica [Manduria, Orra = Oria, Mesania = Mesagne, Brention = Brindisi, Kailìa Messapica = Ceglie Messapica, Hodrum, Neriton = Nardò, Alytia = Alezio, Sybar, Hyretum,Thuria Sallentina, Aoxentum = Ugento], fortificata e protetta da poderose mura megalitiche, delle quali restano visibili importanti reperti. La confederazione si basava su di un “sacro giuramento” che sanciva la fratellanza fra le sue tribù. Messapia è l’etimo antico di “Metapia” poi “Messapia” (terra di mezzo) che si riferisce alla penisola salentina posta tra il mondo greco ed il territorio occupato dagli Itali. Sono ben quattro le cinte murarie, la più antica delle quali, cioè la più interna, viene fatta risalire ad un’epoca compresa tra il V ed IV sec. a.C.. Collocata su alture, oltre i 300 metri s.l.m., è in posizione di privilegio per aria e per i vasti panorama. Francavilla Fontana, Oria, Latiano, Mesagne, San Michele Salentino, San Vito dei Normanni, Carovigno, Ostuni, Cisternino, Martina Franca, Villa Castelli: ecco la corona geografica intorno alla nostra Città.
Terreno roccioso e scosceso. Prodotti qualificati: olive, uve, mandorle e, qualche decennio fa, fichi, i quali venivano esportati oltre che al Nord dell’Italia, anche in Austria, Paesi Bassi, Germania, Francia.
Popolazione eminentemente agricola, le cui scarse produzioni la fanno vivere in forti disagi economici, gente di gran cuore, ma nello stesso tempo passionali nel bene e nel male, religiosi, caritatevoli, buoni amici (finché in buoni rapporti), ma di carattere incontrollato e di primo impeto. Il progresso sociale cui tutte le città si sono affacciate negli ultimi tempi, dà garanzia che anche per Ceglie si determinerà, sebbene molto lentamente, un miglioramento civile, economico, sociale e morale, di cui le nuove generazioni, foriere di nuovi tempi ne danno già i segni. Il nome CEGLIE (Celia per Tolomeo – lo riferisce Leandro nella Descrizione di tutta l’Italia, per i romani, Caelium, Caelia, Cilia, per M. Catone, Coeli, per A. Galateo, Coelios per Filippo Ferrari, Celium sive Caelia, Celio, et Ceglie……..in confinio ab Ostuneo), deriverebbe da “Celeia”, sloveno “Celije”, slavo “Kelija”, con il significato di “cella” (G. Semerano, Le Origini della Cultura Europea, Firenze 1974, vol. I, p.286). Kelia anche per Strabone (Geografia, l’Italia, libro VI, 3/8, Iapigia VI-3,7). All’epoca dei coloni greci era KAILIA, molto simile a KELIA, uguale KALUM, con il significato di COMUNITA’. Messapia con base accadica Musabu = domicilio = presidio, oppure Messu – Apsi = re del mare = popolazioni che formavano una federazione affacciata sul mare. A titolo di pura informazione, in Bosnia esiste tuttora un’altra fiorente città omonima della nostra: CELIJE.

Pasquale Elia

Dall’immaginazione al potere – All’occupazione del potere

29 gennaio 2008

Volantino Movimento Popolare Luigi RussoGià da tempo è incominciato il ripensamento critico sul ’68, un sommovimento che pose in discussione l’assetto politico, culturale e religioso nell’Italia uscita dal boom economico che richiedeva nuove categorie interpretative e nuovi assetti sociali.
La storia del ’68 cegliese ricalca il movimento che si ebbe a livello nazionale, con le sue luci e le sue tenebre sfociate nell’uccisione di Aldo Moro.
Questa storia la si può rileggere da diverse angolazioni, ma certamente in Italia l’ansia di rinnovamento e trasformazione, fu soffocata da una minoranza fanatica e ideologizzata che spense tutte le aspirazioni al cambiamento, affermando la propria egemonia vetero-marxista. Di fronte all’evidenza della storia, alcuni proseguirono la loro corsa verso la lotta armata, altri, camaleonticamente, si trasformarono in abili gestori del potere e i loro volti bugiardi si possono guardare in televisione o incontrare per strada, altri ancora godono dei lauti guadagni del professionismo politico.
In quegli anni fecero irruzione sulla scena politica non solo i figli della borghesia, ma anche i figli degli operai, dei piccoli commercianti e dei contadini che per la prima volta potevano accedere in massa ai più alti gradi dell’istruzione. Non a caso il movimento esplose come rivendicazione studentesca per liberalizzare i corsi di studi, rivendicando nuovi strumenti didattici e percorsi culturali che superassero la rigidità classista della scuola gentiliana.
Scontri in Piazza Plebiscito A Ceglie fu occupato l’Istituto Tecnico Industriale e per intimorire gli studenti che erano impegnati in una pratica di autogestione, fu arrestato in classe,davanti a tutti, lo studente Angelo Leo, che negli anni successivi si distinse per l’organizzazione sindacale dell’autogestione del trasporto delle donne che volevano sfuggire allo sfruttamento del caporale e la cui esperienza fu raccolta nel libro bello e dolente Vite bruciate
Noi maestri democratici chiedemmo e ottenemmo la chiusura delle pluriclassi di campagna, veri ghetti per bambini poveri, sull’onda della lettura di Lettera a una professoressa di don Milani.
I prodromi del ’68 cegliese si possono rintracciare nella costituzione del Circolo Culturale Luigi Russo. Il circolo ,che segnava una rottura rispetto alla ideologia clericale e parafascista che come una cappa di piombo soffocava il paese, lasciò il segno, tanto che Don Oronzo Elia predicò contro il Circolo additato come l’anticristo.Era stato l’intellettuale comunista Loris Gallico a favorire e incoraggiare noi giovani ad aprire il circolo e in esso confluimmo giovani di orientamento marxista e e cattolico tra cui Antonio Lodedo, Giuseppe Trinchera, Pietro Mita, Giuseppe Palmisano, Giovanni Vitale e Anna Sgura.
Fu prodotto qualche numero di un giornale ciclostilato, furono tentate delle inchieste sull’educazione sessuale con scandalo dei benpensanti e si tennero contatti con figure all’epoca carismatiche quali il laicissimo Beppe Patrono e Pietro Silibello che aveva abbandonato l’abito talare per diventare prete operaio nelle cave di Avetrana e che lasciava la sua paga agli operai sposati con figli. Pietro Silibello occupò la scena politica e religiosa cegliese per qualche anno.
Dal Circolo Culturale si diramarono i due filoni principali del ’68 cegliese: da un lato i cattolici che trovammo un’aggregazione politico-culturale nel Movimento Politico dei Lavoratori fondato da Livio Labor e che con le Acli aveva operato la scelta socialista. Tra gli animatori di questo gruppo ricordiamo Pietro Ciracì gli aclisti Francesco Monaco e Francesco Oliva; dal corpo del P.C.I si staccò un gruppo marxista-leninista che assunse i connotati di forte settarismo, predicava la rivoluzione agendo in modo violento, convinto che dalle masse dei contadini e braccianti poveri del Mezzogiorno sarebbe partita la scintilla rivoluzionaria e palingenetica. Questo gruppo si denominò Circolo Lenin di Puglia e successivamente assunse altre denominazioni (O.C.L.M. M.L.S.).
Il gruppo, tra cui spiccavano Pasquale Altavilla e Pietro Mita era culturalmente schematico e catechistico, rimuginava vecchi schemi dogmatici.
Si richiamava al maoismo cinese e invitata la popolazione cegliese a sintonizzarsi su Radio Tirana.
L’Albania era vista come il paradiso in terra!
All’interno di questo filone politico, mi sembra interessante evidenziare il lavoro svolto dal Collettivo Donne in Lotta, perché rompeva gli schemi maschilisti della società cegliese, praticava l’autocoscienza e si distinse per la contestazione, alla proiezione di films pornografici, davanti al cinema-teatro “Francesco Argentiero”.
Anche l’esperienza del giornale Via Porticella può essere letta come il tentativo di unire queste due anime che col senno di poi sono apparse inconciliabili. Gli epigoni marxisti-leninisti avevano una vocazione egemonica e il pluralismo per loro era solo un espediente per realizzare i propri scopi e fini.
A Ceglie si è scontata l’arretratezza dei gruppi dirigenti della D.C. e del P.C.I.Gli uni erano di formazione e di cultura dorotea ed avevano esaurito tutta la spinta del cattolicesimo democratico, mentre gli altri erano i rappresentati di un partito contadino, incapace di generare aggregazioni e sprigionare egemonia sulle altre classi sociali.
Il Partito Socialista era inesistente e subalterno alla D.C.,invischiato con i suoi dirigenti in qualche piccola pratica clientelare senza respiro politico.
L’esperienza del Movimento Politico Lavoratori, si sciolse come neve al sole al primo test elettorale, anche se a Ceglie ci fu un’affermazione interessante, mentre i gruppettari continuarono a mantenere un’egeminia soprattutto tra gli studenti.
La predicazione di Don Franco Candita, nella Chiesa Matrice, può essere annoverata tra le cose più interessanti di quella stagione. Fu un diffusore delle nuove tesi del Concilio Vaticano II, e le sue letture bibliche erano esegeticamente modernissime, ci fece conoscere la nuova teologia e memorabile si può considerare la lectio sull’Avvento tenuta in chiesa da Ortensio De Spinetoli, invitato da don Franco.
Il ciclo politico e culturale del ’68 cegliese si concluse con l’esperienza di Opposizione Popolare caratterizzata da una torrenziale retorica antisistema.
Si cercò una sintesi tra le due anime della nuova sinistra, ma il risultato si può considerare poco soddisfacente.
I gruppettari operarono un boicottaggio nelle preferenze verso il capolista, ma rimasero gabbati e per questo immediatamente quell’esperienza fu chiusa e fatta morire, perché si ritrovarono a tavola un convitato di pietra.
Erano iniziate le prove generali per l’assalto ai vertici istituzionali e dall’immaginazione al potere, si finì all’occupazione del potere.
Questa fase della storia politica di Ceglie sarà oggetto di riflessione in un prossimo articolo.

Vincenzo Gasparro

Madonna della Grotta

3 ottobre 2007

Ritorniamo ad interessarci di uno dei più preziosi ed importante bene artistico e storico presente a Ceglie e su tutto il territorio pugliese, la trecentesca chiesa della Madonna della Grotta. Gli appelli lanciati a più riprese da questo giornale, negli ultimi tempi hanno trovato accoglimento da parte di un gruppo di cittadini che hanno costituito un Comitato a difesa di questa Chiesa che, è bene precisare ancora una volta ha un vincolo posto dal Ministero per i Beni Artistici e Storici, quindi non poteva e non può essere in alcun modo manomessa.
Riprendiamo brevemente quanto scrivemmo nel numero di luglio-agosto 2002: “… la Soprintendenza competente con nota n. 32881 del 23.12.1998, l’ultima, credo, in ordine di tempo, inviava al Vescovo di Oria e al Comune di Ceglie, la seguente missiva: … con riguardo all’immobile di cui all’oggetto, in via preliminare si premette il rilevante interesse storico-artistico, poiché espressione di architettura religiosa basiliana in grotta, ascrivile ai secoli VII-X, ornata di altari settecenteschi, sulla quale, com’è noto sorse il Santuario e monastero benedettino. Nel corso del procedimento di vincolo ex legge 1.6.1939 .1089 (D.M. 9.11.1993) ci si è accorti che mentre l’edificio subdiviso, risulta essere di proprietà privata, la chiesa rupestre ipogea e relativo accesso medievale risultano intestate catastalmente ai “Luoghi Sacri Pubblici” ovvero di proprietà di codesta Curia Vescovile, come si evince dal certificato catastale allegato in copia. Nel sottolineare lo stato di deplorevole abbandono e degrado in cui versa il santuario, antico luogo di culto sin dal VII secolo, si invita la S.V., in qualità di rappresentante pro-tempore della Curia oritana a voler accertare la sussistenza del titolo di proprietà su tale chiesa. Ciò al fine di programmare, in concerto con codesta Curia e l’Amministrazione comunale che legge per opportuna conoscenza, le più urgenti misure a tutela e salvaguardia di questa chiesa…“.
Non fu preso alcun provvedimento!
Sono trascorsi quasi dieci anni da quella missiva, il degrado e lo scempio è continuato. Persi quasi tutti gli affreschi quattro-cinqucenteschi, anche la struttura è in serio pericolo e se non saranno presi seri e urgenti provvedimenti, nel breve volgere di qualche lustro, di questa chiesa non rimarrà che qualche vecchia e sbiadita foto.
Il Comitato spontaneo di cittadini nati a difesa di Madonna della Grotta, chiede il nostro aiuto e come cittadini non possiamo restare inerte di fronte a questa giusta richiesta. Partecipiamo alla raccolta di firme promossa per sensibilizzare i cegliesi e anche i forestieri, ma soprattutto le autorità competenti.
Diamo, quindi, forza a questo Comitato partecipando a tutte le iniziative messe in cantiere per richiamare l’attenzione su questo prezioso bene culturale che appartiene alla comunità cegliese.

Le Masserie di Ceglie: Madonna della Grotta

25 giugno 2007

Nell’anno 1597, precisamente il giorno 20 del mese di luglio, il procuratore generale del Capitolo di Ceglie, don Paladino Nisio, stipula una convenzione con il maestro muratore Vito Nughele per la costruzione di quattro cappelle nella chiesa di Santa Maria della Grotta. Le cappelle dovevano essere allestite in numero di due per parte, lungo le pareti della chiesa, iniziando dal muro in cui si apriva la porta maggiore ed essere completate da due arcate misuranti palmi 16 ciascuna.
La stipula della convenzione da parte del Nisio (o Nisi), poteva essere sottoscritta a pieno titolo. Infatti, ormai da 19 aprile del 1570, poiché mesi prima della sua dipartita, monsignor Giovanni Carlo Bovio, di famiglia bolognese ma brindisino di nascita (era nato nella città il 5 gennaio 1522), arcivescovo di Brindisi e di Oria dal 1564 al 1572, aveva assegnato il complesso dei fabbricati masserizi e della chiesa Sancte Marie de Cripta unacum eius fructibus iuribus et emolumentis integro ac pleno jure imperpetuum pertineat ad dictam vestram parrochialem ecclesiam et vestram capitularem massam… al capitolo di Ceglie. Pertanto, il Capitolo poteva totalmente disporne per incrementare il culto della Vergine ed impiegare i frutti dei terreni annessi alla chiesa, non soltanto per per le necessità dell’importante santuario mariano, ma anche per i bisogni dell’intero clero di Ceglie.
La chiesa fu meta di pellegrinaggi. Sull’affresco che rappresenta San Antonio Abate, sul pilastro sinistro al lato dell’abside, vi sono vari graffiti di pellegrini; in uno si legge:aprele 1473 fruit processio… Si andava in primavera a Santa Maria della Grotta dai vari centri vicini.
Oggi l’edificio sacro e i padiglioni masserizi si presentano, a chi proviene da Ceglie, quasi all’improvviso, a circa sei chilometri dalla città, dopo aver percorso una stretta, tortuosa vicinale, opportunamente asfaltata, che conduce a Francavilla Fontana. Le pareti della chiesa sono alte e snelle, rese preziose dal bugnato antico, interrotte soltanto dal vecchio portale e dall’ampio rosone, del quale rimane la ghiera esterna e nessun elemento della raggiera; esili monofore filtrano all’interno, discrete, la luce del giorno. La facciata, a bugne rustiche e monocuspidata, termina anch’essa (come per la chiesa dell’Annunziata, nella zona storica di Ceglie) con un campanile a vela ad un fornice cui fu aggiunto, in tempi posteriori, un altro che non riesce, comunque, ad appesantire la leggera eleganza dell’intera struttura litica.
E’ probabile che il fornice più basso sia stato realizzato mentre si eseguivano i lavori delle cappelle nell’aula lunga e stretta della chiesa, facendo perdere così all’assieme quell’equilibrio estetico programmato dal progettista. Tuttavia, non è possibile affermarlo con sicurezza, perché mancano probanti documenti in proposito. E’ noto però il nome dell’architetto del sacro edificio, il quale appose la propria firma sulla facciata, appena a destra rispetto all’asse, sotto il rosone. Qui, su un concio di pietra calcarea, una scritta si tre righi, a caratteri gotici abbreviati, recita in latino:Hoc opus aedificavit magister muratoribus Dominicus de Juliano.
Chi fosse questo magister si ignora totalmente. Si possono, tuttavia, avanzare delle ipotesi abbastanza convincenti. Si pensa che egli abbia lavorato abbondantemente e con un certo profitto in tutta l’area della regione. Dalla sua scuola deve provenire il discusso Domenico di Martino o Martana che nel XIV secolo costruì la chiesa matrice di Grottaglie, varie volte restaurata, ove si ritrovano elementi comuni alla chiesa di Santa Maria della grotta di Ceglie come le colonnine ottagonali (che sorreggono l’arco ogivale del protiro) ed altri elementi del portale che accusano un’indiscussa parentela con quelli del portale maggiore della Basilica di San Nicola di bari.
L’intern, largo 6 metri e lungo (dalla porta d’ingresso fino all’arco di trionfo, che divide l’aula vera e propria dal vano absidale) 22 metri, era, senza dubbio alcuno, completamente affrescato. Oggi i muri sono scrostati e spogli, sebbene ancora, qua e là, qualche superstite scampolo d’intonaco ci documenta su di un passato pregno di arte e di devozione.
Il tetto, anche se in parte crollato, risulta formato da un doppio spiovente embricato, dalle lontane reminiscenze gotiche. La presenza, infine, della pavimentazione nettamente sottoposta alla soglia dell’ingresso rappresenta un elemento architettonico tipico delle chiese a carattere ipogeico, che trova riscontro nell’area jonico-salentina, in special modo nella cattedrale di Otranto, nell’Assunta di Castellaneta, rigorosamente restaurata agli inizi degli anni Settanta e nella S.S. Annunziata di Ceglie, da poco restaurata con accortezza filologica.
Appena varcato lo splendido portale con all’interno degli affreschi ed una gradinata in calcare duro si accede attraverso un’altra scalinata nel primo ambiente adattato a cripta nel quale si fondono l’arcano ed il mistico. Infatti le stalattiti e le stalagmiti fanno da stupenda cornice agli altari, i piani e le scalinate interne della chiesa sotterranea. la cavità prosegue per altri 36 metri circa tra stretti e bassi passaggi a gallerie riccamente concrezionate.
In una nicchia, nella quale è ricavata una cappella di taglio rinascimentale, da un altare litico ormai sbrecciato, occhieggia di già sbiadito, l’affresco della Vergine col Bambino da cui deriva il titolo alla chiesa ed il toponimo alla contrada. Lo spettacolo è penoso. Rifiuti e immondizie si accumulano da sempre e dove un tempo, per il tramite della Madre del Cristo, si invocava la protezione divina, regnano prepotenti la desolazione irredimibile e la rovina.
Affiancano la chiesa un minuscolo portico dotato di alcuni anelli di pietra calcarea, forse un tempo usati per agganciarvi i finimenti o allacciarvi le redini dei cavalli dei pellegrini ed un vasto corpo masserizie dal tetto a spioventi embricati. Si pensa possa essere stato, in origine, la sede di una comunità di monaci italo-greci, qui rifugiatisi a salvamento in seguito alle persecuzioni iconoclastiche scatenate dall’imperatore d’Oriente, Leone III l’isaurico, nell’VIII secolo.
Anche se gli elementi architettonici degli edifici sono certamente più recenti, di rozza fattura e giustapposti gli uni agli altri, risultato di modifiche strutturali apportate per l’adattamento del complesso alla diversa funzione, è ancora chiaramente individuabile l’impianto a chiostro. I numerosi locali risultano attualmente destinati ad abitazioni di contadini, che coltivano i campi dell’azienda agricola chiamata appunto dal nome della contrada masseria Madonna della Grotta.
Ancora nell’anno 1730, al tempo in cui venne redatta la Platea dei beni del Capitolo, la masseria faceva parte della Collegiata e Insigne Chiesa della Terra di Ceglie.Essa chiesa – enumera l’anonimo compilatore della Platea –possiede una masseria volgarmente detta della Beatissima Vergine della grotta, consistente in tumola cinquanta di terre serrate, e tre cento di terre aperte, con arbori trenta circa di olive, dentro una chiusura delle medesime, oltre altri innesti, le quali non ancora producono frutto; può fruttare da fertile, ed’infertile per ciaschedun’anno docati cinquanta, confinando detta Massaria da levante con un’altra Massaria di questo Reverendo Capitulo detta di Donna Antonia Christofero, li beni de R.R.P.P. Scholepie di Francavilla da Tramontana, da ponente li… altra Massaria di detto Capitulo chiamata Le Cruci, frutta, e può fruttare l’anno dico 50.. Attualmente l’azienda è di proprietà di privati e non risulta, con certezza, quando sia stata alienata dal Capitolo di Ceglie. Né tuttavia si può affermare se, quando e come essa possa essere stata espropriata in seguito ad una delle tante leggi eversive che, dal tempo di Carlo di Borbone e del suo ministro Bernardo Tanucci, via via fino ai regni di Gioacchino Murat e di Vittorio Emanuele II di Savoia, privarono la chiesa di buona parte del suo patrimonio secolare.
Un dato è, comunque, certo: la masseria sopravvive assai precariamente, essendo oramai abbandonata, come tante altre aziende dell’agro di Ceglie che non hanno saputo essere al passo con i tempi e si sono rivelate incapaci di riconvertire la produzione si da renderla maggiormente competitiva e più economicamente redditizia.
L’antica chiesa-basilica, in cui a malapena è possibile leggere superstiti affreschi dai vaghi moduli bizantineggianti che la impreziosivano, è paurosamente degradata per essere stata destinata, per lunghi anni, a stalla. E’, ormai, il melanconico relitto di un passato glorioso, che sopravvive a se stessa ed è visitata soltanto da qualche sporadico studioso che si avventura fin li per esaminarla e ne commisera la triste fine. Decisamente inutile, in questi anni, si è rivelato ogni intervento che da varie parti e in momenti diversi è stato posto in essere per tentare, almeno, un restauro conservativo dell’illustre monumento. Gli organi preposti alla tutela del patrimonio architettonico della Puglia hanno sempre lamentato, pretestuosamente, la mancanza di fondi sufficienti, forse sperando che il vecchio tempio alfine crolli e, con buona pace di ciascuno, non se ne parli definitivamente più.

Gaetano Scatigna Minghetti

Articolo tratto dal giornale Ceglie Plurale, anno V, n. 38, aprile 2005.

Madonna della Grotta

20 giugno 2007

La Repubblica promuove lo sviluppo della Cultura e la Ricerca scientifica e Tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio artistico e storico della Nazione. Così la Costituzione italiana nei suoi principi fondamentali all’art. 9. Ma delle buone intenzioni dei Costituenti restano in molti casi (non sempre per fortuna) cumuli di macerie e di queste Ceglie è sparsa: il Castello, vincolato nella parte strutturale e non nei beni immobili (Archivio); il Centro Storico, la Chiesa di San Demetrio, quella di Sant’Anna (il 7 luglio u.s. è stato presentato un nuovo progetto di restauro) e soprattutto l’importante Abbazia di Madonna della Grotta, uno dei più importanti monumenti della Puglia (XIII-XIV secolo). Tutti questi beni, insieme a tanti altri, sono stati vincolati dall’Organo competente, in base alla Legge 1089/39. Recita il nuovo Testo unico sui beni culturali (D.lgs. n. 490 del 29.x.1999):gravi conseguenze si prevedono verso quei proprietari che a qualsiasi titolo danneggiano, deturpano i beni in loro possesso sottoposti a vincolo.
In questo articolo mi occuperò di una di queste macerie i inestimabile valore storico-artistico: Madonna della Grotta. Anticamente questa era la Chiesa più importante della città, dove si svolgeva la più importante festa il giorno 15 agosto. Ha suscitato l’interesse di studiosi di fama mondiale ma, è del tutto sconosciuta ai cegliesi.
La Soprintendenza per i beni Culturali e Ambientali di Bari, con prot. 32881 del 23 dicembre 1998, l’ultima credo in ordine di tempo, invia la seguente missiva al Vescovo di Oria e al Comune di Ceglie Messapica:Con riguardo all’immobile di cui all’oggetto, in via preliminare si premette il rilevante interesse storico-artistico, poiché espressione di architettura religiosa basiliana in grotta, ascrivibile ai secoli VII-X, ornata da altari settecenteschi, sulla quale, com’è noto nel XVII secolo sorse il Santuario e monastero benedettino, dal secolo scorso alienato dalla Curia Vescovile di Oria a privati. Nel corso del procedimento di vincolo ex legge 1.6.39 n. 1089 (D.M. 9.11.1993) ci si è accorti che mentre l’edificio subdivo, risulta essere di proprietà privata (sig.ra Maggia Maria Lucia) la chiesa rupestre ipogea e relativo accesso medievale risultano intestate catastalmente ai Luoghi Sacri Pubblici ovvero di proprietà di codesta Curia Vescovile, come si evince dal certificato catastale allegato in copia. Nel sottolineare quindi lo stato di deplorevole abbandono e degrado cui versa il santuario rupestre, antico luogo di culto sin dal VII secolo, si invita la S.V., in qualità di rappresentante pro-tempore della curia oritana a voler accertare la sussistenza del titolo di proprietà ecclesiastico su tale porzione della Chiesa, segnalando allo scrivente le risultanze emerse. Ciò al fine di programmar, in concerto con codesta Curia e l’Amministrazione comunale che legge per opportuna conoscenza, le più urgenti misure di tutela e di salvaguardia…; ed ancora il 30.5.2000, n. 15122 di prot. la Soprintendenza, invia al Comune la seguente lettera:Premesso che il bene monumentale in oggetto, risulta sottoposto a tutela, stante il rilevante interesse storico e culturale nonché l’abbandono in cui versa, si ritiene opportuno e doveroso richiamare l’attenzione di codesta Amministratore in ordine alla definizione delle più opportune misure volte al recupero e valorizzazione. Ciò alla luce del fatto che il suddetto bene rappresenta particolarità sotto il profilo grottale e artistico in ambito regionale poiché presenta cicli pittorici ascrivibili ad un periodo compreso tra il XIII-XV secolo di eccezionale interessa e rarità. Tutto quanto sopra allo scopo di pervenire ad una soluzione complessiva di acquisizione al pubblico demanio e conservazione dei beni, teso all’incremento dell’offerta turistica e culturale della città e del territorio….
Dalla documentazione visionata presso l’Ufficio Tecnico Comunale, non risulta alcun provvedimento conseguenziale, ne da parte del Comune, tanto meno da parte della Soprintendenza, nel frattempo sono stati distrutti quasi tutti gli affreschi e la chiesa è in uno stato pietoso di abbandono. Ci sono responsabilità e negligenze da parte degli organi preposti alla tutela e dei proprietari, è giunto il momento di attivare tutte le procedure previste dalla legge per salvare questo monumento unico nel suo genere in Puglia.
Nessuna legge ha il potere magico di generare coscienza civica e consapevolezza storica dei cittadini, né di rendere l’occhio degli organi preposti alla salvaguardia onniscente e omnipresente (qui come in altri casi, la Soprintendenza ha chiuso entrambi gli occhi!). Spetta al privato e al Comune preservare i nostri beni storici-artistici. Mancando questa collaborazione, la salvaguardia di questo patrimonio è utopia. Mi auguro che a questa Chiesa non si faccia fare la fine della Sala del Consiglio del Castello, si è intervenuti quando ormai il dipinto del plafond era irrecuperabile. In molte occasioni, in particolare in questi ultimi anni, il privato ha fatto la sua parte: ha restaurato la Chiesa di San Gioacchino e dell’Annunziata, ma non si può sempre chiedere al cittadino.
La Soprintendenza faccia la sia parte.
Purtroppo, per questi simboli che sono rinati, ce ne sono tanti altri che cadono a pezzi, senza che nessuno si incarichi di fare qualcosa. Non meritiamo questa umiliazione.

Antonio Ciracì

Articolo tratto dal giornale Ceglie Plurale, anno I, n. 10/11, luglio-agosto 2002.

Madonna della Grotta, monumento da salvare

18 giugno 2007

Signor Ministro dei Beni Culturali Giuliano Urbani, Architetto Gian Marco Jacobitti, Sovrintendente ai Beni Storici e Monumentali della Puglia, uno dei simboli più importanti dell’arte e della storia pugliese versa in uno stato pietoso di abbandono. Per incuria e disinteresse, non solo degli organo preposti alla sua tutela ma anche di noi cegliesi, Madonna della Grotta rischia di essere cancellata dal panorama artistico nazionale.
Costruita su un’antica cripta basiliana dall’Architetto Domenico de Juliano nel XIV secolo, per la sua importanza artistica e storica è stata vincolata dal Ministero per i Beni Culturali, in base alla Legge 1089/39.
Ad oggi, nessun atto concreto e conseguenziale è stato posto in essere dal Ministero e dalla Sovrintendenza per salvare gli antichi affreschi che ornavano la chiesa, ormai irrimediabilmente distrutti, niente si sta facendo per la salvaguardia della stessa.
Il nostro atto di accusa si unisce al grido lanciato da studiosi italiani e stranieri sulle pagine della stampa nazionale per salvare almeno ciò che resta di questo importante monumento.
Il nuovo Codice dei beni Culturali prevede pene severe e poteri sostitutivi contro chi, come in questo caso, sistematicamente e scientemente distrugge un patrimonio che appartiene alla cultura. Per tutelare Madonna della Grotta, ma anche altri monumenti da sicura distruzione (vedasi il Castello Ducale) che cancellerebbe un altro pezzo di storia, è urgente e necessario da parte degli organi competenti attivare tutte le procedure previste dalla legge, non ultimo quello dell’esproprio al fine di garantire l’incolumità dell’intero corpo di fabbrica.
Signor Ministro, signor Sovrintendente, ogni ulteriore silenzio o la mancanza di adeguati interventi di tutela, saranno da noi considerati connivenza, così come la distruzione del monumento addebitato all’incuria e alla responsabilità di coloro che sono preposti per legge alla sua tutela.
Noi cegliesi facciamo sentire la nostra voce attraverso lettere ai giornali, e-mail, al Ministero e alla Sovrintendenza , iniziative e manifestazioni che richiamino l’attenzione su uno dei simboli religiosi più significativi del Sud Italia.
Auspichiamo che questo nostro appello possa trovare ragionevole accoglimento da parte del Ministro e del Sovrintendente nell’esclusivo interesse della cultura e dell’arte pugliese.

Michele Ciracì

Articolo tratto dal giornale Ceglie Plurale, anno III, n. 33, ottobre 2004.

Presentazione del libro Vuoto a perdere

5 giugno 2007

Copertina del libroSabato 9 giugno alle ore 19,00 presso la libreria Libridine Multimediale di Ceglie Messapica (Brindisi) sarà presentato il libro Vuoto a perdere - Le Brigate Rosse, il rapimento, il processo e l’uccisione di Aldo Moro (Besa Editrice 2007). L’autore, Manlio Castronuovo, cercherà di rispondere ai seguenti interrogativi. Perchè Aldo Moro? Cosa è successo in via Fani? Che trattative sono state avviate per liberare Aldo Moro? In che maniera le BR hanno “interrogato” Moro? La giornata del 18 aprile: perchè fu così importante? L’uccisione di Aldo Moro: quante ricostruzioni? Il memoriale di Aldo Moro prigioniero delle BR: cosa e come è emerso?
L’evento sarà arricchito da letture di brani teatrali ispirati alle vicende degli anni ’70 interpretati dal cegliese Giuseppe Vitale, attore teatrale. I brani, nel dettaglio, sono: L’apnea di via Fani: dal racconto di Valerio Morucci; La Renault rossa (da una memoria di un bambino degli anni ’70); Qualcuno era comunista di Giorgio Gaber. E’ per me sempre un grande piacere – ha dichiarato Vitale – poter realizzare idee e progetti a Ceglie Messapica e con cegliesi. E’ da due anni, infatti, che collaboro con il Teatro della Calce e dal marzo al maggio di quest’anno ho tenuto un laboratorio teatrale presso la scuola media Giovanni Pascoli (ospitata nel plesso della Leonardo Da Vinci).
Tutti i lettori di Ceglie Plurale sono invitati ad essere presenti all’evento.

Giuseppe Vitalewww.giuseppevitale.it/dblog/