Puglia Food & Wine Festival

5 agosto 2009

Il Comune di Ceglie Messapica, la Comunità Europea, la Regione Puglia – Assessorato alle Risorse Agroalimentari, la Camera di Commercio di Brindisi, l’Università degli Studi di Bari, l’Istituto Basile, Ricerca e Qualità – Associazione Culturale, l’APT Brindisi, la Confcommercio Puglia organizzano nei gioni 8 e 9 agosto 2009 Puglia Food & Wine FestivalDe Honesta Voluptate – Tra cultura ed eccellenze enogastronomiche. L’evento si svolgerà nel centro storico di Ceglie Messapica. Ecco il programma della manifestazione:

Taglio del Nastro

Sabato 8 agosto 2009 / ore 20:30 – Piazza Sant’Antonio

Live Food Performance

Sabato 8 e domenica 9 agosto 2009 Piazza Plebiscito

Sabato 8 agosto 2009 / ore 20:45 e ore 23:00

  • Purea di fave bianche con insalata di peperoni, uva e pomodori regina – Chef Domenico Maggi
  • Strascinate integrali con fagiolini pinti, pomodoro e cacioricotta - Chef Corrado De Virgilio
  • Fagotto di scarola con gnocchetti fatti in casa e garum – Chef Angelo Silibello Ristorante Cibus di Ceglie Messapica
  • Rotoli di Sagnariccia con ricotta, basilico e fagiolini – Chef Massimo Santoro Relais La Fontanina di Ceglie Messapica
  • Nocetta di agnello con capocollo di Martina Franca e insalata di funghi cardoncelli – Chef Antonio De Rosa
  • Cremoso ai fichi mandorlati e crema al San Marzano – Chef Gianni Bellanova Ristorante Tre Trulli di Ceglie Messapica

Domenica 9 agosto 2009 / ore 20:45 e ore 23:00

  • Purè di fave con ostriche fritte in pastella, peperoni arrostiti e pancetta croccante – Chef Antimo Savese Ristorante Antimo di Ceglie Messapica
  • Pancotto con cicoria e salsiccia Chef Andy Luotto Ristorante Il D’Angeli di Sutri
  • Raviolini al nero d’olive celline farciti di caprino con fonduta di fiori di zucchina profumata alla menta selvatica Chef Antonella Ricci e Vinod Sookar Ristorante al Fornello da Ricci di Ceglie Messapica
  • Farro con pezzetti di cavallo in pignatta e ricotta forte Chef Corrado De Virgilio
  • Bocconcini di coniglio in pignatta Chef Domenico Maggi
  • Mousse di ricotta con noci caramellate su mosto di fichi Chef Gianni Bellanova Ristorante Tre Trulli di Ceglie Messapica

Concerti

Sabato 8 e domenica 9 agosto 2009 Largo Ognissanti

Sabato 8 agosto 2009 / Ore 22:30

Antonio Amato Ensemble

La musica e i ritmi della tradizione popolare salentina proposti da uno dei più talentuosi musicisti di pizzica. La voce solista dell’orchestra Popolare più importante d’Europa, quella della Notte della Taranta, accompagnato in concerto dal suo Ensemble.

Domenica 9 agosto 2009 / Ore 22:30

Benicia Cardenas & Mercadonegro

Benicia Cardenas, una delle più apprezzate esponenti della scena musicale colombiana, propone un concerto caliente, con tutta la carica della salsa e della cumbia. Ad accompagnarla i Mercadonegro, la più importante dance orchestra di Salsa d’Europa.

Conferenze

Sabato 8 e domenica 9 agosto 2009 Vico III Paolo Chirulli

Tra gli appuntamenti in programma al Puglia & Food Festival anche incontri e conferenze sul tema dell’enogastronomia

Sabato 8 agosto 2009 / Ore 21:00

Tumori e alimentazione: la prevenzione comincia a tavola

Interverranno

  • Antonio De Rosa (Chef di fama internazionale)
  • Pietro Federico (Sindaco di Ceglie Messapica)
  • Maurizio Portaluri (Primario di Radioterapia P.O. Perrino – Brindisi)
  • Giuseppe Serravezza (Presidente LILT sezione provinciale di Lecce)
  • Saluto delle autorità

Moderatore Giacomo Mojoli (Giornalista e docente universitario)

Domenica 9 agosto 2009 / Ore 21:00

La Puglia. Terra di enogastronomia

Interverranno

  • Vittorio Cavaliere (Esperto di enogastronomia)
  • Cesare Fiorio (Noto personaggio dell’automobilismo italiano)
  • Francesco Nacci (Commissario APT Brindisi)
  • Michele Peragine (Giornalista RAI)
  • Christine Smallwood (Scrittrice e Direttore Creativo di Appetites for Europe)
  • Dario Stefano (Assessore Risorse Agroalimentari Regione Puglia)
  • Saluto delle autorità

Moderatore Giacomo Mojoli (Giornalista e docente universitario)

Mostre

Sabato 8 e domenica 9 agosto 2009 /dalle ore 20:30

Chiostro della Ex Casa Municipale

  • I Fiumi Cotti a cusa di Silvio Craia
  • Il servo di Federico a cura di Gianni Veneziano
  • Bacco tra lumi e fumi a cura di Paolo De Santoli
  • Guida ai vini di Puglia: percorso non tracciato alla scoperta delle realtà enologiche della Puglia a cura di Vittorio Cavaliere

Piazzetta Vecchia

  • Della Ceramica d’Apulia – Zoomorfismi di Umberto Saldarelli e Giuseppe di Muro
  • Cavalieri Raggianti di Paolo Santoli

Sito Web: http://www.pugliafoodfestival.it

Puglia Food & Wine Festival

Puglia Food & Wine Festival

Le Bicchjerare Un complesso di musica leggera nella Ceglie del secondo dopoguerra

21 luglio 2009

Il quartetto dei fratelli Suma è uno dei primi complessi di musica leggera di Ceglie che ha operato fino alla metà degli anni ’80, da tutti conosciuto con il nome di li Bicchjrare. Si forma negli anni difficili del secondo dopoguerra, segnati dalla povertà, dalla scarsità dei mezzi economici e dalle incertezze legate al futuro.
I fratelli Suma sono stati un punto di riferimento per i gruppi musicali che si sono formati successivamente. Ancora oggi, infatti, a distanza di sessant’anni, tutti rammentano le esibizioni musicali di questi musicisti.
La storia del quartetto riflette l’immagine di un passato che ci appartiene e a cui siamo legati, un tassello importante della storia musicale della nostra città. Mi è sembrato doveroso ricostruire, attraverso i ricordi che mi ha trasmesso nonno Vincenzo e le testimonianze dello zio Pietro (l’unico componente di questo quartetto ancora in vita, arricchito da foto d’epoca, la loro storia, per condividerla e farla conoscere ai giovani d’oggi.
Il quartetto de li Bicchierare era composto da Vincenzo Suma alla fisarmonica, Omobono alla chitarra, Michele al basso e Pietro alla batteria.
Nelle occasioni più importanti al quartetto si aggiungevano altri elementi: Vincenzo di Noi alla tromba, Pompeo Agosto al sax contralto, Domenico Gasparro al sax soprano, Antonio Ciracì alla tromba, Spalluti al sax tenore e Vincenzo Amico (voce).
Le prime esperienze musicali dei fratelli Suma si collocano negli anni duri della seconda guerra mondiale, quando Omobono e Michele impararono a suonare (Omobono imparò a suonare il violino e la chitarra durante il servizio militare). Nel 1947 a Michele e ad Omobono si affiancò Vincenzo con la fisarmonica. Per ultimo si inserì Pietro alla batteria, così nacque il quartetto dei fratelli Suma.
I Suma hanno animato gli avvenimenti più importanti della nostra città, come feste di matrimonio, battesimi, comunioni, cresime, feste di campagna, feste di carnevale e veglioni che si svolgevano nei locali situati in via Pietro Elia e in via Orto di Burla. Il complesso dei fratelli Suma si è esibito nella provincia di Brindisi, ma anche in quella di Taranto e Bari (l’ultima esibizione a Noci).
Il loro repertorio musicale era composto da ballabili, tarantelle, valzer, mazurche, tango, pizzica pizzica cegliese e brani popolari della tradizione locale. Invitiamo i lettori ad inviare al giornale aneddoti che hanno visto protagonisti i fratelli Suma e il loro complesso e a raccontare e trasmettere foto di questi straordinari musicisti che hanno animato la vita musicale cittadina per vari decenni.
continua……

Vincenzo Suma
sumavincenzo2009@libero.it

Una giornata inutile, un’occasione persa

18 luglio 2009

Il 28 aprile 2009, presso il Teatro Comunale si è svolta la giornata di studi Dal Castello al territorio, organizzata dal Comune. Un Teatro, haimè semivuoto, animato soltanto da qualche scolaresca. Assenti assessori e consiglieri comunali, ma è mancata soprattutto la partecipazione dei cegliesi. Straordinaria e altamente qualificata la presenza di illustri studiosi, il prof. Raffaele Licinio, Direttore del Centro di Studi Normanno-Svevi e docente dell’Università di Bari; prof. Franco Porsia e Pasquale Cordascio docenti presso la stessa Università; dott. Victor Rivera Magos dell’Università di Siena. La Presidenza dei lavori è stata affidata al prof. Cosimo Damiano Fonseca, Accademico dei Lincei.
Da questi straordinari cattedratici attendevo buone nuove, per apprendere e magari scoprire nuovi documenti e argomenti sconosciuta sulla storia di Ceglie. E’ bene dire subito che la delusione è stata tanta: la manifestazione era solo una passerella politica, francamente stucchevole!
Ma andiamo al contenuto. In questi ultimi anni ho partecipato a decine di convegni, ma non mi era mai capitato di ascoltare professori d’università e studiosi di professione, per giunta ospiti, infarcire la propria relazione, con un’accusa rivolta agli studiosi locali sulla metodologia e sui contenuti dei loro lavori. Un attacco ingiustificato verso “studiosi” che cercano, con enormi sacrifici e molti limiti, di portare un contributo alla conoscenza di avvenimenti storici che riguardano Ceglie.
Ma, non dovrebbero essere gli studiosi di professione a portare linfa alla ricerca storica, con documenti frutto di ricerche d’archivio e non con tesi fantasiose?
I professori si sono attorcigliati intorno ad un documento, quello del 1120 o su altri due o tre, già pubblicati da studiosi come Ludovico Pepe, Petra Lamers e altri, o inseriti nei Registri della Cancelleria Angioia ricostruiti dal Filangieri.
Una Giornata piena di attese, risultata per usare un eufemismo, insoddisfacente se non inutile.
Mi auguro che nella pubblicazione degli Atti delle due giornate di studio, vengano inseriti altri documenti o elementi utili per meglio conoscere sia il territorio che la storia del nostro Castello.
Non si può parlare di questa struttura senza avere a disposizione, se ancora sono presenti, i documenti conservati dai discendenti della famiglia Verusio, ad oggi del tutto sconosciuti o inopinatamente negati alla consultazione degli studiosi.
Ancora una considerazione. Visto che in questa Giornata si è spaziato in tutti i campi è mancata qualsiasi notizia sulle vicissitudini storiche della nostra Chiesa in quegli anni. Un argomento che sicuramente sarebbe stato trattato ad altissimo livello e con grande competenza dal prof. Fonseca un vero luminare in questa materia.
Non posso chiudere questa nota, senza rilanciare ancora una volta una proposta fatta attraverso le pagine di questo giornale nel lontano 2001 e cioè quello di pensare seriamente a ricostruire con metodo scientifico la nostra storia.
Per fare questo è necessario: volontà politica, risorse economiche certe e la costituzione di un Comitato scientifico composto da esperti, coinvolgendo in questo progetto gli Archivi di Stato della Regione e soprattutto quello di Napoli.
Solo mettendo insieme tutte queste risorse sarà possibile, lavorando sodo per anni, avere un storia di ceglie degna di questo nome.

Strani fenomeni nel cielo di Ceglie Messapica

13 luglio 2009

Ma si tratta di fenomeni che si sono verificati nel lontano 26 ottobre 1956. La notizia fu riportata all’epoca sul numero 47 de La Domenica del Corriere, supplemento settimanale illustrato del Corriere della Sera. Pare che un lettore cegliese abbia avvistato verso le 5:50 della mattina strani fenomeni nel cielo. Ecco l’articolo completo intitolato Le veglie di Ceglie.

Le Grange o Grance Cegliesi

6 luglio 2009

Per Gràngia o Grància Grància, termine francese grànge, grànche, latino tardo grànica, (grànum) nella Lex Baiuvariorum s’intende un’organizzazione benedettina, specialmente cistercense, di persone e beni economici, costituita inizialmente da edifici rurali sui terreni di un’abbazia per la custodia dei prodotti agricoli, ed in seguito (sec. XII) trasformata, per il lavoro manuale dei monaci stessi, in una piccola comunità monastica governata da un rappresentante dell’abate e una unità economica (fattoria) amministrata dal cellerario o monaco granciere; ampliata dalla popolazione laica dei salariati, contadini, pastori, piccoli artigiani, diede origine a villaggi rurali che conservano tuttora la denominazione originaria di Gràngia o Grància.
Nel latino medioevale (a.1319), è documentato Gràntia “cascinale”. La voce è passata dal francese anche nello spagnolo e all’italiano meridionale. Da non confondere con Grancìa, che ha il significato di “ulcera nella bocca”. Nel Medioevo, per grancia si indicava dunque una coltivazione agricola dipendente da una Abbazia o da un Priorato, unità agricola organizzata nei possedimenti di un Ordine monastico.
Questo tipo di organizzazione a Ceglie, a quel tempo, più che Grància era meglio conosciuta con il termine “Beneficio”. A tal proposito mi preme rammentare che nella nostra città esiste ancora un rione ed una contrada rurale che porta quel nome (u’ benefic’). Le più antiche chiese cittadine quali Sant’Anna, Sant’Antonio Abate, all’
epoca meglio nota come Sant’Antonio di Vienna, nel dialetto cegliese “Sand’ Anduèn”, SS. Annunziata, San Domenico, Chiesa Madre, e la stessa Chiesa di San Rocco fruivano di una Grància.
L’Abbazia benedettina di Sant’Anna, per esempio, disponeva, tra l’altro, “…. della masseria in loco detto Paglionico e Marzano (o Manzano) di terre fattizie macchinose con chiusa, cisterna, arbori di pero, giardiniello ed altri membri e degli ortali detti di Sant’Anna e di San Nicola…..” (ASBr. Notaio C. Vacca, 25.05.1589, C.170; ASBr., Notaio Tommaso Lamarina, a.1747, CC.451-479), “… con terre aperte quanto quelle chiuse, casella, pagliara et una cisterniola d’acqua…..” (ASBr., Notaio C.Vacca, 4.3.1596, C.255/T256).
La masseria di cui sopra (Paglionico), il 7 aprile 1604, da documentazione risulta di proprietà di un certo Donato Appruzzesi. Fu proprio in quel tempo, infatti, composta una controversia tra il Capitolo di Ceglie e lo stesso Appruzzesi con sentenza della Corte di Ceglie (ASBr., Notaio Stefano Matera, C. 67/t).
Per la chiesa della Santissima Annunziata, il “Beneficio” era goduto dal Cardinale Giuseppe Spinelli, Arcivescovo di Napoli (1734-1752), “……al quale
spetta(va) di provvederla di tutto il bisognevole…..”.
Tale Grància era composta da tutto il territorio dell’antica masseria “….dell’Insarti con 195 alberi di olivo……” (ASBr., Platea seu campione di tutti li Beni stabbili di campagna…….il venerabile convento di San Domenico…..A.1744, Pianta Geometrica dell’Insarti; La piantina geometrica di cui innanzi è stata pubblicata in Terre Celiarum del Galdo Hydruntini Provincia (a cura di) Enrico Turrisi, Oria 1997, p.69). Ci saranno stati sicuramente altri terreni, case, censi appartenenti alla Grància di cui sopra, ma non ne siamo venuti ancora a conoscenza. Con molta attendibilità dovrebbero essere tutte quelle proprietà che in seguito furono del capitolo cegliese. Quei beni sono riportati in un decreto, del 1748, con il quale la Curia oritana autorizzava don Francesco Paolo Leone, Priore Generale del Capitolo della Collegiata di Ceglie ad alienare alcuni beni, a mezzo asta pubblica, per saldare un debito di 4.000 ducati dovuti dal Capitolo ad un certo don Giovanni Antonio Polaja di Martina.
Il documento in argomento è importantissimo per la toponomastica della zona non solo, ma soprattutto risulta una fonte eccezionale di informazioni. Ci precisa,
per esempio, che a quei tempi, a Ceglie esisteva la coltivazione del lino e la conseguente lavorazione di quel prodotto fino alla tessitura. Apprendiamo inoltre che nella cosiddetta Corsèa Sant’Antonio era ubicata una piscina utilizzata dalll’Ill.mo Signor Duca il quale pagava al Capitolo un censo annuo di grana 10 (ASBr., Notaio Tommaso Lamarina, a.1748, C.300). Per raggiungere quella piscina (cisterna) fu scavato nella roccia un tunnel che partendo dai giardini del castello raggiungeva l’odierno Corso Garibaldi al civico 72.
La Grància della Cappella di Sant’Antonio Abate (ASBr., Not. Francesco Paolo Lamarina, 12.4.1683, C.35), era posseduta dal Clerico Giuseppe Oltavy della Terra Turris Paludarum (odierna Torrepaduli in provincia di Lecce) diocesi di Ugento.
Nel gennaio del 1748, Cappellano e beneficiario della Grància della citata Cappella era il Rev. Don Giuseppe Manfredi di Scorrano (LE), il quale era stato investito dal Cardinale Giuseppe Pignatelli, Arcivescovo di Napoli [Relazione dell’Arciprete Donato Maria Lombardi in risposta ad un questionario per la Visita Pastorale di Mons. Castrese Scaja (1746-1755), Vescovo di Oria]. Il Cardinale Pignatelli era nato a Napoli il 6.2.1652 e costì morto il 5.12.1734, era stato, tra l’altro, anche Arcivescovo di Taranto dal 27.9.1683 e Nunzio Apostolico in Polonia fino al 1703 (Enciclopedia Cattolica, Roma 1950, vol. IX, p.1467).
Il monastero di San Domenico, riconosciuto dallo stesso Ordine conventuale quale il più ricco del Regno [tassato per 12 ducati annui. Basti pensare che quello di Bari era esentato (G. Cioffari, Gli Ordini Religiosi Mendicanti: Tradizione e Dissenso, Memorie domenicane. Nuova Serie 1991, cap. IX)], possedeva la masseria S. Pietro con vigna estensione 211, prodotto lordo 300, contribuzione (fissata dal Ministero delle Finanze per il 1811: 635-25) 75,35, Napoli 4.5.1811, fasc.1377/9, b.70 Affari Generali, custode Brizio Vitale, Casa Municipale, Giustizia e pace, Scuola; fasc.1377/1, stato demaniale, Ceglie, Gendarmeria reale, 4 corridoi e terzo piano; il frantoio detto Forlèo, alcune mandrie di bovini, ovini e caprini, case, botteghe, ecc. (ASBr., Platea…a.1744; Catasto Onciario di Ceglie, aa.1700-1750, vol. I, fotogrammi n° 105, 125,127,145; ASLe., Stato dei beni componenti la dotazione del Ducato di Taranto, Ceglie, Masseria S. Pietro, ecc., fasc. 1377/13).
L’ospizio, con l’annessa chiesa, gestita dai Padri Carmelitani di Martina era ubicato nelle immediate vicinanze dell’omonimo largo. Infatti a ricordo di quella struttura fu dato il nome a quel sito. Il numero di bisognosi che ricorrevano all’ospitalità caritatevole dell’ospizio deve essere stato considerevole, tanto che la fondazione ricevette ben presto donazioni e lasciti in case, terreni, censi. Il monastero aveva, per quanto di nostra attuale conoscenza, la Grància composta da un appezzamento di terreno dove ora insiste il complesso ospedaliero per neuromotolesi (ASBr., Platea seu campione di tutti li Beni stabbili di campagna ……….cit.; Piantina topografica intitolata Pianta Geometrica di Fino in Terre Celiarum del Galdo Hydruntini Provincia, Oria 1997, p.75).
Il Collegio delle Scuole pie, possedeva, invece, tutto il terreno che dalla Porta di Giuso porta alla Stazione FSE, odierna via Bottega di Nisco, adibito ad orti e frutteto. Inoltre, il Collegio, pagava un censo annuo di 10 grana al Capitolo di Ceglie per il terreno dove qualche anno fa c’era la masseria di Insarti.
Infine il Capitolo della Chiesa Madre oltre alle proprietà dell’antica Abbazia di Sant’Anna e della Chiesa dell’Annunziata, possedeva anche un terreno utilizzato ad orti dove ora insiste il Banco di Napoli. Tutta quella zona dell’ odierna via Balilla, infatti, è conosciuta con il nome di Orto del Capitolo.

Pasquale Elia

Ceglie Open City

11 settembre 2008

Fare un bilancio di un’iniziativa per la quale ci si è spesi con passione è sempre difficile. Perché difficile è scindere i due piani, quello emotivo e quello della resa musicale – nel caso del CeglieJazz – e organizzativa. Proverò a fare una recensione, come se da giornalista mi avessero invitato a seguire il Festival.
Organizzato dalla civica amministrazione, con il sostegno di pochi ma convinti sponsor, il CeglieJaz Open Festival giunto alla 4^ edizione, ha confermato la sua vocazione di evento-laboratorio, caratteristica che si porta dietro sin dal primo anno. Tre giorni intensi di musica più iniziative collaterali (la mostra Scatti Open di Nico Elia allestita presso lo showroom Schifano, proiezioni video), una lunga serie di musicisti italiani e la presenza in città di John Tchicai, nome storico all’Avanguardia degli anni ’60, come resident artist hanno richiamato un pubblico non molto numeroso a dire il vero, ma di bocca buona, abituato a saggiare lidi musicali di una certa complessità. La rassegna è stata in parte funestata da un tempo inclemente, che ha costretto gli organizzatori a ripiegare in locations di fortuna. Così la serata inaugurale (che doveva tenersi nella piazza principale) ha visto Jazzerie, storico gruppo barese alfiere del jazz elettronico anni ’80, esibirsi nella chiesa Matrice. Un contesto non ideale che ha influito notevolmente sull’acustica (il prossimo anno sarà necessario organizzarsi per tempo e prevedere l’apertura del teatro). Quello di Jazzerie (Roberto Ottaviano, sax tenore e soprano; Nico Stufano, chitarra elettrica; Maurizio Quintavalle, contrabbasso; Mimmo Campanale, batteria) era un ritorno, dopo vent’anni, vissuto con spirito e non certo di rimpatriata. Pur ingabbiato in certi manierismi jazz-fusion, di grande effetto vent’anni fa ma non certo adesso, il quartetto ha saputo creare una musica estremamente emotiva, un jazz solido e vigoroso, dalle fitte trame armoniche. ogni tanto una vena romantica esplodeva qua e là, in un incedere che ricordava, abbastanza alla lontana, i primi momenti degli Steps Ahead di Michael Brecker più magici (quello del disco omonimo, per intenderci). Belle le combinazioni sax – chitarra. Tutt’altra atmosfera la seconda serata, anche questa spostata dal sagrato all’interno della chiesa Matrice. Tempi dispari, riffs zigzaganti sparati all’unisono dall’insolita front-line (sax baritono e contralto), trame scure e corpose hanno caratterizzato l’esibizione dei Comanda Barabba (Christian Ferlaino e Tim Trevor-Briscoe, sassofoni; Nicola Guazzaloca, piano; Luca Bernard, contrabbasso; Gaetano Alfonsi, batteria), gruppo di giovani talenti bolognesi (età media: 20 anni). Contrabbasso e batteria hanno impeccabilmente mantenuto vivo e propulsivo il ritmo; il pianista si è rivelato straordinario per padronanza di tecnica e dosaggio delle dinamiche; sax alto e baritono hanno imbastito con nonchalance assoli di rara bellezza melodica e tensione ritmica.
Un bel gruppo, di cui ha goduto purtroppo uno sparuto pubblico (contrariamente alla serata precedente). Penalizzante l’acustica. Vedremo se la registrazione (prevista per tutti i concerti) renderà merito all’esibizione. L’ultima sera, il progetto più importante del Festival, sul quale gli organizzatori hanno investito parecchio: l’incontro esclusivo tra il sax tenore di John Tchicai (che nei giorni precedenti ha tenuto un workshop presso il Conservatorio di Monopoli, con il quale la rassegna sembra aver avviato un proficuo rapporto) e la Open Orchestra, composta per l’occasione da freeman di varie generazioni: Luca Bonvini, trombone e tromba a coulisse; Tony Cattano, trombone; Mario Tony Cattano, trombone; Ange lo Olivieri, tromba; Pasquale Innarella, sax tenore e soprano; Stefano Maltese, sax alto e soprano; Gianni Lenoci, piano; Antonio Borghini, contrabbasso; Marcello Magliocchi, batteria. l’ensemble si è presentato sul palco di piazza Plebiscito, come da programma, dopo due giorni intensi di prove aperte. Maltese, Lenoci e Iannarella hanno composto dei brani per l’occasione, Tchicai ne ha portato due. Ne è venuto fuori un set di due ore, che ha messo in mostra lo spirito compositivo degli autori: molto contemporaneo, di stampo dodecafonico, quello di Lenoci, africaneggiante quello di Tchicai e Maltese, più legato al classico suono da big band quello di Iannarella (segnato nella parte centrale da una pizzica travolgente e dedicato a Ceglie con il titolo di Ceglie Open City).
Nei lunghi brani non prevaleva un unico tema melodico ma emergevano vari globuli tematici in una fluida improvvisazione, il cui carattere peculiare era costituito dal diagramma dinamico, fatti di lenti crescendo e distensioni, di messe a fuoco e divagazioni.
Una maggiore messa a punto avrebbe giovato all’insieme. Il sax tenore di Tchicai (che si è calato nel progetto con convinzione e senza atteggiamenti da “guest star”) rimane una delle più belle in assoluto; intensa, corposa, ricca di arabeschi.
Peccato solo che la piazza fosse semideserta, anche se va tenuto conto che il festival si sovrapponeva ad altre tre rassegne pugliesi come Notte di stelle a Bari, Multiculturita a Capurso e Mola Jazz. Davvero troppo per qualsiasi appassionato.

Pierpaolo Faggiano

La megera passeggia in città

8 settembre 2008

Per le vie del paese la megera, con la sua falce, miete sempre più vittime. Una maledizione sembra essersi abbattuta su Ceglie, perché i più recenti dati epidemiologici segnalano un incremento della mortalità per tumore, che non si riscontra negli altri paesi della provincia di Brindisi.
Eppure noi cegliesi siamo convinti che l’unica cosa vera che possiamo esportare è la nostra aria salubre e incontaminata. Che questo non fosse vero lo sapevamo da tempo, perché i distretti industriali di Brindisi e Taranto ci toccano direttamente con i lavoratori cegliesi che lavorano in fabbriche inquinanti e pericolose e con lo smog che a ogni soffio di vento e di pioggia precipita copioso sulle nostre teste e respirato dai nostri polmoni.
Ma questo ragionamento vale anche per gli altri comuni, eppure Ceglie registra la più alta percentuale di tumori.
Se guardiamo più da vicino i problemi ci possiamo rendere conto che potrebbero esserci ulteriori concause che aggravano la situazione sanitaria e ambientale.
Poco, per esempio, si riflette su quanto sia vecchio il parco macchine circolante in paese con tutte le drammatiche conseguenze ambientali.
Poi c’è il problema dell’asbesto che per tanti anni è stato utilizzato in edilizia e anche per recipienti per la raccolta delle acque. Sulle case ancora si intravedono queste bombe ecologiche a cielo aperto.
Ma anche il modo incivile e intollerabile con cui viene eliminato in edilizia nei lavori di ristrutturazione grida vendetta: abbandonato in ogni angolo del territorio da barbari impuniti.
Un’ulteriore bomba ecologica è rappresentata dall’uso indiscriminato dei diserbanti in agricoltura. Siamo proprio convinti che noi mangiamo prodotti locali genuini, dall’olio alle verdure con frutta?
A questo dobbiamo aggiungere un’alimentazione disordinata e antigienica: qualsiasi docente sa delle abitudini alimentari dei ragazzi che in prima mattinata si riempiono di grassi e fritture e se un ragazzo a merenda mangia una frutta viene deriso dalla maggioranza dei compagni.
Nel programma di Ceglie Estate sono previste sagre e feste. Ci sarà qualcuno che provvederà a controllare se i permessi sanitari sono in regola?
Un’ultima annotazione ci sembra doverosa. In questi anni nel nostro territorio di campagna sono state scavate buche profondissime. In contrada Ulmo due erano enormi, adesso sono coperte, ma non sappiamo se mai qualcuno ha controllato con quale materiale sono state riempite.
La nostra comunità su queste emergenze deve confrontarsi. Sarebbe utile che la politica se ne interessasse, anziché perdersi in battaglie insignificanti. La politica anziché perdersi a rincorrere proteste senza senso sui pochi spazi di vivibilità urbana attrezzati, dovrebbe dare un esempio concreto per realizzare ulteriori angoli di salubrità.
Insomma è giunto il tempo di caratterizzarsi tutti per l’impegno da profondere per rendere Ceglie sempre più pulita, perché è in gioco la nostra vita e quella dei nostri figli.

Distrutta una delle colonne della Via Crucis

20 agosto 2008

Veduta della Stazione della Via Crucis

Veduta della Stazione della Via Crucis

Stamattina la città si è svegliata con un’amara sorpresa. Una delle edicole (Stazioni della Via Crucis) di via San Paolo della Croce è stata distrutta.
Da anni avevamo previsto la triste fine di queste opere d’arte cittadine che si trovano in una delle vie più trafficate della nostra città.
Questo giornale, a più riprese, si è interessato affinché fossero trasferite in un luogo più sicuro come, per esempio, il sagrato antistante la Chiesa dei Padri Passionisti.
Sull’argomento pubblicheremo un’articolo più esauriente nelle prossime ore.

Veduta della Stazione della Via Crucis

Veduta della Stazione della Via Crucis

Veduta della Stazione della Via Crucis

Veduta della Stazione della Via Crucis

Veduta della Stazione della Via Crucis

Veduta della Stazione della Via Crucis

Libri parrocchiali

8 febbraio 2008

Catalogo Beni Ecclesiastici della Chiesa CollegiataL’archivio parrocchiale di Ceglie è conservato nella Insigne Chiesa Collegiata di “Santa Maria Assunta”, ed è giunto fino ai nostri giorni quasi integro. I registri iniziano dall’anno 1565, quindi prima che i decreti emanati dal Concilio di Trento obbligassero i sacerdoti ad annotare i battesimi, i matrimoni e i defunti della loro parrocchia.
Numerosi studiosi, l’hanno utilizzato, poiché si tratta della fonte più importanti per la storia civile e religiosa della nostra città..
I volumi, sono rilegati in pergamena. Il primo registro è mutilo e contiene solo i battezzati. Le annotazioni dei parroci permettono di chiarire molti aspetti della vita cegliese tra il XVI e il XVII secolo, un periodo storico di grandi trasformazioni del tessuto socio-economico cittadino.
Nei libri dei battezzati il primo dato che colpisce è la caratterizzazione di alcuni nomi propri, e in particolare quelli risalenti al Cinquecento. Alcuni risentono dell’eredità classica del Rinascimento come Pompeo, Lucrezia, Mattia, Camilla, Core, Beatrice e altri nomi, allora comuni, oggi sono del tutto scomparsi, come Drusiana, Letitia, Perna. Tuttavia, per la maggior parte, compaiono nomi simili a quelli di oggi, che i parroci trascrissero così come erano abituati a pronunciarli, cercando a volte di italianizzare il dialetto cegliese; così si possono leggere tra gli altri Col’Antonio, ColaDonato, Frangisco Catherina, Giulio, Bernardino.
Il nome più curioso si legge nel registro dei battezzati alla data 27 febbraio 1569, quando Nardo Barletta e sua moglie Antonia impongono al figlio appena nato il nome di “Giovanni Francesco Gaspar Baldassar Melchior”, in forza di chissà quale particolare devozione verso i Re Magi.
A volte, per identificare le persone, i parroci ne riportano i soprannomi, ed è curioso notare che alcuni sono simili a quelli odierni, come “Sgrigno” , “Fiuro”, “Trentacapidde”, “Strazzabaccalà” ecc..
In una pagina del registro cinquecentesco è riportata la fede di nascita del figlio del feudatario don Fabrizio Sanseverino.
Ma i registri più ricchi di informazioni sono quelli dei defunti, anche perché i parroci, per poter stabilire se il deceduto avesse ricevuto i sacramenti e fosse davvero morto nella grazia di Dio, erano soliti descrivere le circostanze minuziose della morte e della sepoltura.
Molti, soprattutto se viandanti o forestieri, usavano portare con sé la “cartella”, un certificato che, in caso di morte, serviva a informare il sacerdote che il defunto aveva assolto alla prescrizione di comunicarsi almeno una volta all’anno, a Pasqua.
Anche allora erano molti coloro che morivano per incidenti o disgrazie. Una delle cause più frequenti di morte erano le epidemie che si succedevano periodicamente e mietevano migliaia di vittime. Molti di loro sono seppelliti nella cripta della Chiesa Matrice.
I parroci di ogni epoca annotavano anche gli eventi più importanti come le forti grandinate, le carestie, le epidemie e i terremoti. Avvenimenti che avevano un peso ben maggiore sulla vita della comunità cegliese rispetto ai tempi di oggi.
Nel 1707 don Dionisio Greco, Arciprete della Collegiata , registrò l’avvento del nuovo governo austriaco, che mise fine a due secoli di viceregno spagnolo, e l’ingresso in Napoli del nuovo imperatore Carlo VI, avvenuto il 29 luglio “con applauso universale senza spararsi un tricchetracco”, cioè in modo del tutto pacifico.
Nel corso del XVIII secolo si affermerà l’uso di redigere gli atti parrocchiali in latino, ma all’occasione i parroci continueranno a scrivere in italiano per annotare e commentare gli avvenimenti più importanti per la comunità, consapevoli della necessità di lasciare, di alcuni fatti, una testimonianza che fosse comprensibile al maggior numero di persone.
Proprio i commenti dei parroci, che rivelano le loro simpatie, le loro debolezze e le loro idiosincrasie, rendono i registri antichi della parrocchia di “Santa Maria Assunta” una piacevole lettura, che ci avvicina ai nostri concittadini dei secoli passati.
Quando si trattava di annotare la morte di personaggi illustri o ritenuti tali, i parroci sottolineavano l’avvenimento con qualche riga in più sul registro. Come accadde all’architetto Trinchera di Ostuni che nel 1797 morì fulminato mentre stava posizionando la croce sulla cupola della chiesa.
I registri parrocchiali, di battesimo, matrimonio e morte; quelli importantissimi degli atti capitolari, nonostante alcune lacune dovute ad avvenimenti violenti, come la Rivoluzione Napoletana del 1799 o trafugamenti e perdita di quasi tutte le pergamene antiche e i libri rossi della città, sono da sempre il bene più prezioso di ogni comunità. Qui a Ceglie questi documenti necessitano di una catalogazione, informatizzazione e studio approfondito dell’esistente che sicuramente potrebbe gettare nuova luce sulla storia cittadina degli ultimi quattro secoli.

Nicola Santoro

Ceglie e il suo nome

1 febbraio 2008

Città messapica, come la dice il suo nome, fiorente e forte nei tempi lontani e più volte distrutta e risorta. Ma le sue origini e i suoi abitanti si perdono nel buio dei secoli. Avanzi archeologici parlano di civiltà messapica di cui Ceglie era un centro. Un passato glorioso, un’elegante cittadina di antichissima origine: una delle città più importanti della Dodecapoli messapica [Manduria, Orra = Oria, Mesania = Mesagne, Brention = Brindisi, Kailìa Messapica = Ceglie Messapica, Hodrum, Neriton = Nardò, Alytia = Alezio, Sybar, Hyretum,Thuria Sallentina, Aoxentum = Ugento], fortificata e protetta da poderose mura megalitiche, delle quali restano visibili importanti reperti. La confederazione si basava su di un “sacro giuramento” che sanciva la fratellanza fra le sue tribù. Messapia è l’etimo antico di “Metapia” poi “Messapia” (terra di mezzo) che si riferisce alla penisola salentina posta tra il mondo greco ed il territorio occupato dagli Itali. Sono ben quattro le cinte murarie, la più antica delle quali, cioè la più interna, viene fatta risalire ad un’epoca compresa tra il V ed IV sec. a.C.. Collocata su alture, oltre i 300 metri s.l.m., è in posizione di privilegio per aria e per i vasti panorama. Francavilla Fontana, Oria, Latiano, Mesagne, San Michele Salentino, San Vito dei Normanni, Carovigno, Ostuni, Cisternino, Martina Franca, Villa Castelli: ecco la corona geografica intorno alla nostra Città.
Terreno roccioso e scosceso. Prodotti qualificati: olive, uve, mandorle e, qualche decennio fa, fichi, i quali venivano esportati oltre che al Nord dell’Italia, anche in Austria, Paesi Bassi, Germania, Francia.
Popolazione eminentemente agricola, le cui scarse produzioni la fanno vivere in forti disagi economici, gente di gran cuore, ma nello stesso tempo passionali nel bene e nel male, religiosi, caritatevoli, buoni amici (finché in buoni rapporti), ma di carattere incontrollato e di primo impeto. Il progresso sociale cui tutte le città si sono affacciate negli ultimi tempi, dà garanzia che anche per Ceglie si determinerà, sebbene molto lentamente, un miglioramento civile, economico, sociale e morale, di cui le nuove generazioni, foriere di nuovi tempi ne danno già i segni. Il nome CEGLIE (Celia per Tolomeo – lo riferisce Leandro nella Descrizione di tutta l’Italia, per i romani, Caelium, Caelia, Cilia, per M. Catone, Coeli, per A. Galateo, Coelios per Filippo Ferrari, Celium sive Caelia, Celio, et Ceglie……..in confinio ab Ostuneo), deriverebbe da “Celeia”, sloveno “Celije”, slavo “Kelija”, con il significato di “cella” (G. Semerano, Le Origini della Cultura Europea, Firenze 1974, vol. I, p.286). Kelia anche per Strabone (Geografia, l’Italia, libro VI, 3/8, Iapigia VI-3,7). All’epoca dei coloni greci era KAILIA, molto simile a KELIA, uguale KALUM, con il significato di COMUNITA’. Messapia con base accadica Musabu = domicilio = presidio, oppure Messu – Apsi = re del mare = popolazioni che formavano una federazione affacciata sul mare. A titolo di pura informazione, in Bosnia esiste tuttora un’altra fiorente città omonima della nostra: CELIJE.

Pasquale Elia