Le Bicchjerare Un complesso di musica leggera nella Ceglie del secondo dopoguerra

21 luglio 2009

Il quartetto dei fratelli Suma è uno dei primi complessi di musica leggera di Ceglie che ha operato fino alla metà degli anni ’80, da tutti conosciuto con il nome di li Bicchjrare. Si forma negli anni difficili del secondo dopoguerra, segnati dalla povertà, dalla scarsità dei mezzi economici e dalle incertezze legate al futuro.
I fratelli Suma sono stati un punto di riferimento per i gruppi musicali che si sono formati successivamente. Ancora oggi, infatti, a distanza di sessant’anni, tutti rammentano le esibizioni musicali di questi musicisti.
La storia del quartetto riflette l’immagine di un passato che ci appartiene e a cui siamo legati, un tassello importante della storia musicale della nostra città. Mi è sembrato doveroso ricostruire, attraverso i ricordi che mi ha trasmesso nonno Vincenzo e le testimonianze dello zio Pietro (l’unico componente di questo quartetto ancora in vita, arricchito da foto d’epoca, la loro storia, per condividerla e farla conoscere ai giovani d’oggi.
Il quartetto de li Bicchierare era composto da Vincenzo Suma alla fisarmonica, Omobono alla chitarra, Michele al basso e Pietro alla batteria.
Nelle occasioni più importanti al quartetto si aggiungevano altri elementi: Vincenzo di Noi alla tromba, Pompeo Agosto al sax contralto, Domenico Gasparro al sax soprano, Antonio Ciracì alla tromba, Spalluti al sax tenore e Vincenzo Amico (voce).
Le prime esperienze musicali dei fratelli Suma si collocano negli anni duri della seconda guerra mondiale, quando Omobono e Michele impararono a suonare (Omobono imparò a suonare il violino e la chitarra durante il servizio militare). Nel 1947 a Michele e ad Omobono si affiancò Vincenzo con la fisarmonica. Per ultimo si inserì Pietro alla batteria, così nacque il quartetto dei fratelli Suma.
I Suma hanno animato gli avvenimenti più importanti della nostra città, come feste di matrimonio, battesimi, comunioni, cresime, feste di campagna, feste di carnevale e veglioni che si svolgevano nei locali situati in via Pietro Elia e in via Orto di Burla. Il complesso dei fratelli Suma si è esibito nella provincia di Brindisi, ma anche in quella di Taranto e Bari (l’ultima esibizione a Noci).
Il loro repertorio musicale era composto da ballabili, tarantelle, valzer, mazurche, tango, pizzica pizzica cegliese e brani popolari della tradizione locale. Invitiamo i lettori ad inviare al giornale aneddoti che hanno visto protagonisti i fratelli Suma e il loro complesso e a raccontare e trasmettere foto di questi straordinari musicisti che hanno animato la vita musicale cittadina per vari decenni.
continua……

Vincenzo Suma
sumavincenzo2009@libero.it

L’altarino alla Madonna

14 luglio 2009

Nel mese di Maggio degli anni ’70, quando le rondinelle, con il loro canto e la loro danza, adornavano il ciclo azzurro, e le margherite ammantavano i campi di giallo e di bianco, le bambine del paese volgevano il loro pensiero alla Mamma Celeste.
In suo onore si preparavano bianche lenzuola con pizzi, merletti e ricami; le più belle che la mamma o la nonna custodivano con cura. Io, una tra le tante bambine di quei tempi, mi prodigavo a chiedere alla mamma quel pezzo di bianco lenzuolo e, con amichetti e cuginetti, adornavamo con cura gli scalini delle nostre abitazioni, mettendo una statuetta della madonnina più in vista con candele accese e tantissimi petali di rose profumate sparse ai piedi della statuetta; ai lati piccoli vasi di fiori freschi, talvolta raccolti nei viottoli dei paesi. Poi mettevamo un piattino a terra con una figura della Vergine; ai passanti si diceva ad alta voce: offerta alla Madonnina!
Io preferivo che i passanti, di loro spontanea volontà mettessero nel piattino qualche lira. Di solito donavamo cinquanta lire o cento lire. Quei soldi servivano per andare a comprare fiori freschi o candele, per adornare l’indomani l’altarino. Ogni sera, dopo aver svolto i compiti, fra le 17:00 e le 20:00 finché le mamme non ci chiamavano dal balcone, adornavamo gli scalini e ci mettevamo con le mani giunte a recitare l’Ave Maria. Vi posso assicurare che era bellissimo nelle stradine vedere i gradini adornati e illuminati, soprattutto quando imbruniva. Il mese di Maggio sembrava una favola. Non vi nascondo che qualche volta si faceva a gara con altre bambine a chi adornava i gradini più belli; tante volte capitava che la candela si rovesciava sul lenzuolo e si bruciacchiava l’angolino… erano guai con le mammine… ma la nonna sapeva sempre come rimediare dandoci un altro candido pezzo di lenzuolo.
Alcuni andavano in giro a bussare alle case, sempre dicendo: offerta alla Madonna! Quando poi il mese di Maggio si chiudeva, con la restante somma di spiccioli, ci compravamo un gelato; il resto categoricamente si portava dinnanzi alla Madonnina dove si accendeva una candela di cera. Quel ricordo tanto caro lo custodisco con gelosia, e, con esso, l’adorazione alla mamma di tutte le mamme. Ed è per questo che le dedico un inno tutto per lei in questo mese meraviglioso.

Melanconiche sensazioni

12 giugno 2007

Questo articoletto nasce con l’intento di esaltare le cose belle, semplici ed antiche di una volta, pur non rinnegando di certo gli agi e i vantaggi della nostra civiltà moderna.
Fino a pochi anni fa non esisteva l’illuminazione pubblica nelle nostre belle campagne cegliesi, e nelle abitazioni rurali e nelle ville fuori porta bisognava arrangiarsi con delle lampade a gas, delle lampade ad olio o addirittura delle candele.
Ricordo ancora, perfino io che sono ancora molto giovane, la poesia frammista a un pizzico di malinconia che emanavano quelle flebili luci all’interno di un trullo, di una lamia o di una stalla.
Poi, circa trent’anni fa anche nelle nostre campagne arrivò l’illuminazione pubblica e gli alti pali della luce e tutte le comodità ed i vantaggi conseguenti. Per esempio, nella campagna della mia famiglia la luce elettrica arrivò circa venticinque anni fa ed io ricordo bene quei giorni in cui fu eretto il palo che portava finalmente la corrente anche al trullo dei miei nonni.
A proposito delle dolci e melanconiche sensazioni che si provavano di notte in quei momenti al debole chiarore di una candela, di uno stoppino o di una lampada ad olio, voglio rendere nota una bellissima poesia che venne in mente circa cinquant’anni fa al noto Geometra Pietro Maggiore, un uomo che, nel bene e a volte anche sbagliando, ha fatto la storia di questo paese dal dopoguerra fino ai giorni nostri.
Egli all’epoca era giovane ed in preda agli ardori giovanili, come è ovvio supporre; ed una notte di inizio ottobre, in pieno periodo di villeggiatura e di vendemmia, tornò nella campagna dei suoi genitori da una città limitrofa, dove viveva una passione contrastata e spesso conflittuale con una giovane.
Era circa mezzanotte e reduce dai postumi di una ennesima serata di amore e litigi si appoggiò su un sacco pieno di paglia d’orzo, seduto al fianco del camino nel trullo, e alla tenue luce di una piccola candela si fermò a riflettere stanco e pensieroso sulla serata appena trascorsa. Pian pianino la stanchezza prese il sopravvento sui pensieri ed egli si appisolò ed “appapagnò” (come si dice da noi) su quel sacco.
D’un tratto un pezzo di fiamma si staccò dalla cima della candela e cadde sulla chianchetta a mensola che sosteneva la candela stessa e su cui era nel frattempo colata la cera bollente. Tanto bastò per provocare una scintilla luminosa, un bagliore improvviso, istantaneo e più forte e per destare di scatto dal leggero sonnellino il giovane amante e ispirargli una bellissima poesia sull’amore che qui sotto riporto, col consenso di Pietro Maggiore:

L’amore
Quando nasce somiglia
Alla luce di una candela.
Appena si accende, dà luce e splendore,
man mano che brucia
il lumicino s’incurva, s’incrosta
e la fiamma a tratti si attenua e vacilla,
con forza si raddrizza
la punta che brucia, calante si rinnova,
finché tocca la calda liquida cera,
i lumicini si accoppiano e bruciano insieme
la fiamma cresce,
a tratti sfavilla più del normale,
l’amore s’infiamma e così continua
finché dura cera e sostegno.

Pietro Maggiore

Termino qui questo breve articoletto, sperando di aver allietato un po’ le persone che amano come me le cose semplici di una volta e la nostra bellissima campagna.

Domenico Barletta

L’antica arte di preparare il sapone

1 maggio 2007

Fino a poco più di cinquant’anni fa nella nostra città strettamente legata alla produzione dell’olio d’oliva era l’industria del sapone, il cui commercio – riferisce in alcune sue ricerche Michele Ciracì – era legato da precise regole mercantili stabilite addirittura negli Antichi Capitoli, Statuti e Consuetudini dell’Università di Ceglie e redatti sin dalla seconda metà del XVI secolo. L’arte di confezionare e commerciare il sapone era un’attività molto antica e diffusa, come testimoniano i catasti e gli archivi antichi. Nel Catasto di Ceglie del 1748 sono registrati diversi contribuenti proprietari di “catare” (caldaie), in cui veniva cotto l’olio allo scopo di ottenerne sapone.
Tra il Settecento e l’Ottocento in paese erano addette alla fabbricazione del sapone una decina di famiglie.
Piccole botteghe e saponerie erano situate nella zona antica; ad esempio, sempre nell’antico Catasto di Ceglie si segnala nel Borgo la presenza di una saponeria accanto ad un trappeto (frantoio) appartenente alla famiglia Santoro, mentre un altro trappeto, detto “della saponeria”, di proprietà dei Greco era nelle immediate vicinanze del Convento dei Domenicani.
Si lavorava il sapone in locali appartenenti alle rispettive famiglie (quasi sempre sottani); le più conosciute erano i Di Oronzo e i Castellana, di cui possiamo conoscere la produzione attraverso una superstite documentazione pervenuta e racconti orali, come quelli della maestra Nenetta Castellana, oggi ottantenne, figlia del più rinomato “saponaro” di Ceglie. Giovanni Castellana era noto per la sua arte e perizia nel fabbricare sapone ben oltre i confini regionali. Nel 1913 fu l’unico imprenditore italiano a ricevere una medaglia d’oro e un diploma d’onore alla “Exposition Internationale du Modern Confort” di Parigi per aver presentato “un sapone unico e di grande qualità” ( cimeli ancora oggi custoditi gelosamente dalla figlia Nenetta).
La signorina Castellana riferisce che il padre era uno dei pochi a conoscere perfettamente i segreti per preparare a regola d’arte il sapone, che nella consistenza giusta e nell’aspetto doveva somigliare al miele. Il sig. Castellana a quei tempi era noto in tutta la nostra Regione per la lavorazione del prodotto e si avvaleva dei servizi di numerosi lavoranti, il più conosciuto era Pasquale Giordano, anche se l’ultima parola sulla preparazione dell’antico cosmetico spettava sempre a lui.
Per preparare la “lisciva” ci si serviva di alcuni prodotti naturali: cenere (quella più indicata proveniva dalla combustione di alberi di noce o di olivo) e calce; la cenere veniva mescolata con la calce in polvere in grandi vasi di terracotta, di circa un metro di diametro ed il tutto veniva battuto in continuazione, aggiungendo l’acqua necessaria per amalgamar eper bene cenere e calce. Il prodotto ricavato – come ci conferma sempre la signorina Castellana – era la lisciva; poi si metteva a cuocere insieme a dell’olio di oliva si girava e batteva il tutto con un pesto, aggiungendo di tanto in tanto dell’acqua. Il prodotto ultimo era sempre la lisciva.
Molte famiglie di saponari svolgevano il loro mestiere in soluzione di continuità da padre in figlio e per ottenere un sapone di alta qualità e diverso da quello prodotto da altri usavano formule segrete custodite gelosamente e ancora oggi sconosciute.
La cenere, fino agli anni ’40-’45 del secolo scorso, era molto richiesta dai saponari; era frequente vedere in giro i raccoglitori o le raccoglitrici di questo prodotto, i quali con un asinello o con le bisacce a tracolla raccoglievano la cenere del camino o del braciere dalle massaie e si radunavano al grido: “u cinerare, a ci tene a cenere!” Chi forniva la cenere veniva ripagata da una “leccata” di sapone che gli addetti alla raccolta portavano stesa su una tavoletta di legno rettangolare con un lungo manico.
Durante la Seconda Guerra Mondiale la produzione del sapone artigianale venne proibita dal Regime, perché l’olio con cui si confezionava era richiesto per altri scopi.
Tuttavia, questo prodotto, indispensabile per la pulizia personale e per lavare i panni, in particolare dei bambini, venne prodotto di contrabbando, in alcune abitazioni in città, ma soprattutto in campagna, anche di chi non era “sapunare” per mestiere: usando olio d’oliva, soda caustica o cenere e farina si preparava il sapone che occorreva alla famiglia. Tale metodo di fabbricazione casalinga del sapone era articolato in una semplice successione di operazioni: si scioglieva la soda versandola nell’olio, si aggiungeva man mano la farina, girando continuamente con un’asta di legno per meglio amalgamare i componenti e creare una specie di “pasta” che si lasciava riposare per alcuni giorni e poi si tagliava a pezzi.
Il professore Gaetano Scatigna Minghetti, ricorda bene gli ultimi discreti e riservati artigiani saponari di Ceglie. Racconta come, da bambino, fosse ammaliato dal delizioso aspetto del sapone che a prima vista sembrava marmellata e dal profumo che emanavano i preparati destinati a divenire sapone; molte volte era tentato dal mettere le mani in tali emulsioni dal colore dell’oro lucente e dall’assaggiarle, nonostante sapesse che erano prodotti tossici e assolutamente non adatti da ingerire.
Prima di terminare questo articolo, un’ultima curiosità. La signorina Nenetta Castellana, racconta come il padre, dopo aver preparato il sapone, prima di mettere a riposare l’emulsione lo assaggiava con la punta della lingua; tuttavia dopo anni di “assaggio” era diventata insensibile, ed era costretto a rivolgersi alla moglie, per capire se la poltiglia preparata era destinata a diventare un ottimo sapone in grado di competere sui mercati nazionali, se vi erano delle imperfezioni, o il sapone era troppo acido o molle; egli era sempre in grado di correggere l’errore in corso d’opera. La ricetta che propongo ai lettori su come si confezionava artigianalmente il sapone mi è stata, invece, dettata da Pietro Maggiore, decano dei Geometri della Provincia di Brindisi che, dopo cinquantacinque anni esercita ancora con successo la sua professione; la professione in tutti questi anni lo ha portato a conoscere e frequentare persone di tutte le età e condizioni sociali, immagazzinando conoscenze, segreti e tradizioni della millenaria civiltà cegliese.
Pietro Maggiore è, quindi, un pozzo al quale attingere curiosità, notizie, avvenimenti, termini dialettali e conoscenze del lavoro contadino, ma è soprattutto un esempio di umanità e professionalità a cui noi giovani dobbiamo ispirarci e guardare con rispetto.

“Ricetta del sapone prodotto con metodi artigianali e naturali” (per gentile concessione del Geometra Pietro Maggiore)

INGREDIENTI:
1) Cenere abbondante ripulita e setacciata (meglio se proveniente dalla legna di olivo);
2) Olio di oliva in quantità necessaria (anche forte);
3) Vaso di terracotta o recipiente in legno con un foro sul fondo.

PROCEDIMENTO:
1) Cenere abbondante ripulita da eventuali pezzetti di carbone;
2) Versare la cenere nel recipiente;
3) Versare dell’acqua fredda molto lentamente e girare continuamente la poltiglia;
4) Raccogliere l’acqua che esce;
5) Versarla in un apposito contenitore, aggiungendo l’olio in quantità necessaria per far amalgamare il composto, in rapporto di 1 litro di olio ogni 5 litri di acqua filtrata (lisciva);
6) Mettere a bollire a fuoco lento;
7) Durante la bollitura mescolare il prodotto girando sempre in un senso;
8) Quando il composto ha raggiunto una densità consistente, tipo crema pasticcera, spegnere;
9) Versare il composto caldo negli stampini.

N.B. Se alla fine il composto non risulterà molto denso, va fatto raffreddare, va versato in un grande contenitore e chiuso ermeticamente.
Tale sapone, secondo Maggiore, è adatto alle persone che hanno la pelle sensibile e soffrono di allergie ai saponi in commercio ai giorni nostri.
A seconda del filtro che si usava sul fondo del recipiente – riferisce sempre Maggiore – si ottenevano diverse gradazioni di colore: per esempio, se si usava un filtro di stoffa, si otteneva un colore ambrato, mentre se si usava come filtro la paglia d’orzo o di fieno, il colore del preparato era più dorato.

Ringrazio per le notizie e le testimonianze Michele Ciracì, il professore Gaetano Scatigna Minghetti, la maestra Antonia Castellana ed il geometra Pietro Maggiore.

Domenico Barletta

Quaremme

29 marzo 2007

Dopo molti decenni, quest’anno in Piazza Plebiscito è stato appeso il fantoccio di Quaremme e questo mi ha fatto ricordare cosa raccontava mia nonna alcuni anni fa. Per secoli, diceva, nelle principali strade della città, tra lo spazio temporale di 40 giorni, dalle Ceneri alla Pasqua, veniva appeso il fantoccio di Quaremme, vestito di nero e con la famosa conocchia tra le mani.
Molti significati si sono dati a questa antica usanza e a questa bambola fatta di stracci vecchi, i cegliesi l’hanno sempre identificata nella moglie dell’ormai defunto Carnevale.
Si accompagna, la vecchia, con la conocchia (fuso per filare la lana), un attrezzo  usato per dimenticare le pene sofferte per la morte del marito che, per settimane, l’aveva tenuta allegra.
In altre città del meridione, corredo della Quarantana è anche una patata dove sono state conficcate sette piume che rappresentano le sette settimane della Quaresima.
A Ceglie la variante è rappresentata invece da sette taralli (frisedde) che venivano tolte, una alla volta, alla scadenza della settimana, così da giungere alla Pasqua, con il fuso libero.
Come ricordano spesso gli anziani, ai loro tempi, questo periodo era caratterizzato da pesanti digiuni e severe penitenze. Era, infatti, vietato mangiare carne, ma solo baccalà, il sardone salato affumicato, le acciughe e qualche frutto, per purificarsi dalle lunghe feste del Carnevale.
Questa antica tradizione rappresentava anche un momento di incontri tra famiglie, in una comunità dove erano quasi assenti i luoghi di incontro dove socializzare.
Questo momento particolarmente austero veniva interrotto nella prima domenica di Quaresima, quando ad opera del più piccolo o anziano di casa, venica rotta la  pentolaccia: una antica pignatta ormai inservibile, riempita di cenere o di legumi. Era un’impresa rompere questa pignatta appesa al soffitto di casa e fatta penzolare per rendere più difficile l’operazione. La persona incaricata, bendata e fatta girare per far perdere l’orientamento veniva munità di un lungo bastone e buttava fendenti a destra e a manca per cercare di colpire la pignatta, chi la rompeva, poteva prendere il contenuto.
La terza domenica avveniva un altro macabro rituale, quello di mutilare un pupazzo fatto di stracci vecchi e riempito di paglia, mentre la domenica delle Palme, si portavano a benedire i rami di ulivo che venivano donati dai ragazzi alle proprie fidanzate o portati ad amici e parenti in segno di pace.
La notte Santa, quella che sanciva la fine della Quaresima, coincideva con la distruzione di Quaremme; il pupazzo veniva tirato giù e dato alle fiamme, tra urla, canti e balli e ci si preparava alla Pasqua e soprattutto a Pasquetta, giorno dedicato alla gita in campagna per fare la “scorcilaijove”