Le Bicchjerare Un complesso di musica leggera nella Ceglie del secondo dopoguerra
21 luglio 2009
Il quartetto dei fratelli Suma è uno dei primi complessi di musica leggera di Ceglie che ha operato fino alla metà degli anni ‘80, da tutti conosciuto con il nome di li Bicchjrare. Si forma negli anni difficili del secondo dopoguerra, segnati dalla povertà, dalla scarsità dei mezzi economici e dalle incertezze legate al futuro.
I fratelli Suma sono stati un punto di riferimento per i gruppi musicali che si sono formati successivamente. Ancora oggi, infatti, a distanza di sessant’anni, tutti rammentano le esibizioni musicali di questi musicisti.
La storia del quartetto riflette l’immagine di un passato che ci appartiene e a cui siamo legati, un tassello importante della storia musicale della nostra città. Mi è sembrato doveroso ricostruire, attraverso i ricordi che mi ha trasmesso nonno Vincenzo e le testimonianze dello zio Pietro (l’unico componente di questo quartetto ancora in vita, arricchito da foto d’epoca, la loro storia, per condividerla e farla conoscere ai giovani d’oggi.
Il quartetto de li Bicchierare era composto da Vincenzo Suma alla fisarmonica, Omobono alla chitarra, Michele al basso e Pietro alla batteria.
Nelle occasioni più importanti al quartetto si aggiungevano altri elementi: Vincenzo di Noi alla tromba, Pompeo Agosto al sax contralto, Domenico Gasparro al sax soprano, Antonio Ciracì alla tromba, Spalluti al sax tenore e Vincenzo Amico (voce).
Le prime esperienze musicali dei fratelli Suma si collocano negli anni duri della seconda guerra mondiale, quando Omobono e Michele impararono a suonare (Omobono imparò a suonare il violino e la chitarra durante il servizio militare). Nel 1947 a Michele e ad Omobono si affiancò Vincenzo con la fisarmonica. Per ultimo si inserì Pietro alla batteria, così nacque il quartetto dei fratelli Suma.
I Suma hanno animato gli avvenimenti più importanti della nostra città, come feste di matrimonio, battesimi, comunioni, cresime, feste di campagna, feste di carnevale e veglioni che si svolgevano nei locali situati in via Pietro Elia e in via Orto di Burla. Il complesso dei fratelli Suma si è esibito nella provincia di Brindisi, ma anche in quella di Taranto e Bari (l’ultima esibizione a Noci).
Il loro repertorio musicale era composto da ballabili, tarantelle, valzer, mazurche, tango, pizzica pizzica cegliese e brani popolari della tradizione locale. Invitiamo i lettori ad inviare al giornale aneddoti che hanno visto protagonisti i fratelli Suma e il loro complesso e a raccontare e trasmettere foto di questi straordinari musicisti che hanno animato la vita musicale cittadina per vari decenni.
continua……
Vincenzo Suma
sumavincenzo2009@libero.it
Un Liszt dipinto dal vero
16 luglio 2009
Cosimo Gigliola eccellente musicista, ottimo pianista, fine interprete del repertorio romantico: tutto questo e molto altro è andato in scena la sera di domenica 5 aprile scorso al Teatro Comunale di Ceglie per il quinto appuntamento stagionale dell’Associazione Caelium del Maestro Massimo Gianfreda. Il programma del concerto era interamente incentrato sul compositore ungherese Franz Liszt (1811-1886) del quale il giovane pianista cegliese ha proposto 3 lunghi pezzi dalle variegate cifre stilistiche e di genesi. All’inizio Funerailles, un semplice tema malinconico, dal tono quasi straziante ma insieme non pesante. Impressionante l’incipit marziale e il tema melodico concepito in modo discendente dal vago sapore di cinema neo-realista e che ricordava molto da vicino certe colonne sonore di quel filone, tipo quella firmata da Alessandro Cicognini per il capolavoro assoluto di Vittorio De Sica Umberto D. Al centro della serata, poi, una più accattivante composizione e cioè la Parafrasi sul Rigoletto di Giuseppe Verdi con la quale il compositore magiaro ha messo sul pentagramma innumerevoli varianti sul celebre tema Bella figlia dell’amore. Gigliola, il cui merito principale è stato quello di non eccedere in facili virtuosismi o pezzi di sfoggio di bravura che poteva tra l’altro permettersi, ha dato prova di essere un pianista sempre attento alle coloriture di timbro, alle sonorità volute dall’autore, all’agogica mai esercitata al solo scopo di acchiappare facilmente il pubblico: un interprete fedele e misurato ma dalle inconfondibili caratteristiche originali apparse chiare specialmente nell’ultimo pezzo in programma Anni di pellegrinaggio, Seconda annata: Italia, composizione concepita da Liszt tra il 1836 e il ‘39 e che racchiude al suo interno sette diversi momenti in cui l’arte dei suoni sposa liberamente la bellezza degli occhi scaturita dall’ammirazione di autentici capolavori dell’arte italiana. Liszt trovò lo spunto per quest’opera nel corso delle sue tappe italiane legate alle diverse tournèe concertistiche che in quegli anno lo vedevano acclamato interprete in tutta Europa. E così Gigliola, forte della sua tecnica e di una memoria davvero strabiliante, ha dipinto dal vero, come se avesse avuto un pennello, lo Sposalizio (della Vergine) diRaffaello, Il pensieroso, ispirato al Mosè di Michelangelo che si trova nella Chiesa di San Pietro in Vincoli a Roma, impregnato com’è di grave solennità silenziosa. La meraviglia lisztiana di fronte ai capolavori del genio plurisecolare italiano prendeva così corpo con la Canzonetta del Salvator Rosa, ispirata da una composizione poetica del letterato napoletano, al Sonetto 47 del Petrarca (il più tenue di tutti), al 104 e al 123 fino ad arrivare a toccare il culmine con Après une lecture du Dante dal sottotitolo emblematico di fantasia quasi sonata e che ben si esplicava in suoni e temi dal gusto celestiale e sonorità che, all’opposto, sembravano provenire dalle profondità cavernose più terree. Performance di spessore questa di Gigliola, coronata col bis tratto dal Preludio op.23 n.35 di Rachmaninoff che è servito al pianista per certificare una raggiunta maturità artistica e interpretativa veramente da applausi.
Nicola Santoro
L’altarino alla Madonna
14 luglio 2009
Nel mese di Maggio degli anni ‘70, quando le rondinelle, con il loro canto e la loro danza, adornavano il ciclo azzurro, e le margherite ammantavano i campi di giallo e di bianco, le bambine del paese volgevano il loro pensiero alla Mamma Celeste.
In suo onore si preparavano bianche lenzuola con pizzi, merletti e ricami; le più belle che la mamma o la nonna custodivano con cura. Io, una tra le tante bambine di quei tempi, mi prodigavo a chiedere alla mamma quel pezzo di bianco lenzuolo e, con amichetti e cuginetti, adornavamo con cura gli scalini delle nostre abitazioni, mettendo una statuetta della madonnina più in vista con candele accese e tantissimi petali di rose profumate sparse ai piedi della statuetta; ai lati piccoli vasi di fiori freschi, talvolta raccolti nei viottoli dei paesi. Poi mettevamo un piattino a terra con una figura della Vergine; ai passanti si diceva ad alta voce: offerta alla Madonnina!
Io preferivo che i passanti, di loro spontanea volontà mettessero nel piattino qualche lira. Di solito donavamo cinquanta lire o cento lire. Quei soldi servivano per andare a comprare fiori freschi o candele, per adornare l’indomani l’altarino. Ogni sera, dopo aver svolto i compiti, fra le 17:00 e le 20:00 finché le mamme non ci chiamavano dal balcone, adornavamo gli scalini e ci mettevamo con le mani giunte a recitare l’Ave Maria. Vi posso assicurare che era bellissimo nelle stradine vedere i gradini adornati e illuminati, soprattutto quando imbruniva. Il mese di Maggio sembrava una favola. Non vi nascondo che qualche volta si faceva a gara con altre bambine a chi adornava i gradini più belli; tante volte capitava che la candela si rovesciava sul lenzuolo e si bruciacchiava l’angolino… erano guai con le mammine… ma la nonna sapeva sempre come rimediare dandoci un altro candido pezzo di lenzuolo.
Alcuni andavano in giro a bussare alle case, sempre dicendo: offerta alla Madonna! Quando poi il mese di Maggio si chiudeva, con la restante somma di spiccioli, ci compravamo un gelato; il resto categoricamente si portava dinnanzi alla Madonnina dove si accendeva una candela di cera. Quel ricordo tanto caro lo custodisco con gelosia, e, con esso, l’adorazione alla mamma di tutte le mamme. Ed è per questo che le dedico un inno tutto per lei in questo mese meraviglioso.
La Suora e lo Scrittore
11 luglio 2009
A Silvio D’Amico, lo storico del paese, benché non fossero ancora le sette,
non gli restò che alzarsi. Si era girato e rigirato, nel letto, per tutta la
notte, senza riuscire mai a chiudere gli occhi per più di un’ora. Almeno così
gli era parso. Più volte gli era balenato per la mente che doveva cercare al
camposanto di Molfetta, quel tassello che mancava per completare la sua ricerca
su papa Vito, il primo parroco della Collegiata del suo paese. Lo avevano
sepolto lì dov’era morto, più di vent’anni addietro. Si armò di penna e
taccuino e, alla guida della sua vecchia Cinquecento, si recò dritto al
cimitero molfettese. Non gli fu difficile trovarlo. Chi non trovò al suo posto,
invece, fu il custode. Contava sul suo apporto per farsi indicare il punto
esatto dov’era sepolto il monsignore. Aveva bussato e ribussato, finché non
aveva notato, all’angolo della vetrina d’ingresso, un cartello che recava l’
avviso: “Sono in cimitero”. Silvio si lasciò sfuggire un irrispettoso sorriso,
pensando che il povero custode, con quella scritta, intendesse annunciare a
tutti d’essere morto anche lui. Lo storico si avventurò tra tombe e cappelle,
alla ricerca di quello che poteva essere rimasto di papa Vito.
Una prima, sommaria ricognizione si rivelò infruttuosa. Cercare una tomba
non doveva essere come cercare un ago in un pagliaio, eppure di papa Vito
neanche l’ombra. A Silvio non gli andava di importunare nessuno. Diamine, aveva
fatto tanti chilometri per non sapere dove andare? Proprio così, Silvio non
sapeva dove cercare. Doveva necessariamente chiedere aiuto, se non voleva
tornarsene con la coda tra le gambe. Già, ma a chi chiedere? Ognuno, in quel
luogo, va e viene in religioso silenzio. Decise, così, spingendosi più a sud
possibile, di ricominciare a leggere i nomi sulle lapidi. Niente, ancora
niente. Eppure di Sunna, quello era il cognome del nostro, ne aveva scorsi
tanti.
Lo sconforto cominciava a prendere il sopravvento sullo scrittore. Non gli
restava che chiedere e, giustappunto, mancò poco che non atterrasse un’anziana
suora. Lei, certamente, doveva conoscere la tomba di un prete. Si scusò con la
sorella per l’incresciosa botta e si decise a chiedere lumi. L’anziana suora,
come lui, non era del posto, ma di quella sepoltura ne aveva sentito parlare in
convento. Doveva trovarsi tra i loculi della chiesa Madre, realizzati, tanti
anni addietro, in una specie di catacomba, a ridosso della zona monumentale. Il
posto preciso proprio non le veniva a mente, all’anziana religiosa. Si offrì di
accompagnare lo studioso. Una prece non si rifiuta a nessuno, specialmente a un
povero sacerdote sepolto lontano dal suo paese natale. I due si trovarono
presto davanti allo stretto ingresso di un sotterraneo. Occorreva impegnare una
scala di ferro, sistemata quasi perpendicolarmente, per arrivare sul fondo del
locale. L’uomo si fece spazio davanti alla suora e si offrì di fare da cavia.
La scala barcollava sotto il peso dello storico. Bisognava scendere
necessariamente uno alla volta e con la massima cautela. La suora attese
pazientemente il suo turno. In verità avrebbe voluto evitare quella discesa ma
giunta a quel punto non se la sentì di lasciar fare. Indicare dall’alto il
posto preciso dov’era sepolto quel povero sacerdote poteva suonare come un non
voler offrire la sua preghiera. Dal fondo Silvio armeggiò con la scala a pioli
e l’assicurò tra le sue gambe. L’anziana suora poteva avventurarsi nella sua
discesa. Contrariamente a come aveva fatto l’uomo, si girò di spalle e impegnò
il primo gradino. Silvio, da giù, non poteva fare a meno di guardare la suora.
La scala, malferma, non poteva essere lasciata. L’uomo accostò la testa ai
pioli. Alzò lo sguardo al cielo, seguendo con gli occhi il dondolio della
tunica. Stramazzò al suolo.
L’anziana suora non capì mai il perché di quella improvvisa fine. Lo capì a
sera la superiora, ritirando il bucato dal soleggio.
Ceglie Messapica,
28.2.2009 Damiano LEO
Jartjsane De Cegghije
24 settembre 2008
La tradizione sartoriale cegliese
20 settembre 2008
Ceglie Open City
11 settembre 2008
Fare un bilancio di un’iniziativa per la quale ci si è spesi con passione è sempre difficile. Perché difficile è scindere i due piani, quello emotivo e quello della resa musicale – nel caso del CeglieJazz – e organizzativa. Proverò a fare una recensione, come se da giornalista mi avessero invitato a seguire il Festival.
Organizzato dalla civica amministrazione, con il sostegno di pochi ma convinti sponsor, il CeglieJaz Open Festival giunto alla 4^ edizione, ha confermato la sua vocazione di evento-laboratorio, caratteristica che si porta dietro sin dal primo anno. Tre giorni intensi di musica più iniziative collaterali (la mostra Scatti Open di Nico Elia allestita presso lo showroom Schifano, proiezioni video), una lunga serie di musicisti italiani e la presenza in città di John Tchicai, nome storico all’Avanguardia degli anni ‘60, come resident artist hanno richiamato un pubblico non molto numeroso a dire il vero, ma di bocca buona, abituato a saggiare lidi musicali di una certa complessità. La rassegna è stata in parte funestata da un tempo inclemente, che ha costretto gli organizzatori a ripiegare in locations di fortuna. Così la serata inaugurale (che doveva tenersi nella piazza principale) ha visto Jazzerie, storico gruppo barese alfiere del jazz elettronico anni ‘80, esibirsi nella chiesa Matrice. Un contesto non ideale che ha influito notevolmente sull’acustica (il prossimo anno sarà necessario organizzarsi per tempo e prevedere l’apertura del teatro). Quello di Jazzerie (Roberto Ottaviano, sax tenore e soprano; Nico Stufano, chitarra elettrica; Maurizio Quintavalle, contrabbasso; Mimmo Campanale, batteria) era un ritorno, dopo vent’anni, vissuto con spirito e non certo di rimpatriata. Pur ingabbiato in certi manierismi jazz-fusion, di grande effetto vent’anni fa ma non certo adesso, il quartetto ha saputo creare una musica estremamente emotiva, un jazz solido e vigoroso, dalle fitte trame armoniche. ogni tanto una vena romantica esplodeva qua e là, in un incedere che ricordava, abbastanza alla lontana, i primi momenti degli Steps Ahead di Michael Brecker più magici (quello del disco omonimo, per intenderci). Belle le combinazioni sax – chitarra. Tutt’altra atmosfera la seconda serata, anche questa spostata dal sagrato all’interno della chiesa Matrice. Tempi dispari, riffs zigzaganti sparati all’unisono dall’insolita front-line (sax baritono e contralto), trame scure e corpose hanno caratterizzato l’esibizione dei Comanda Barabba (Christian Ferlaino e Tim Trevor-Briscoe, sassofoni; Nicola Guazzaloca, piano; Luca Bernard, contrabbasso; Gaetano Alfonsi, batteria), gruppo di giovani talenti bolognesi (età media: 20 anni). Contrabbasso e batteria hanno impeccabilmente mantenuto vivo e propulsivo il ritmo; il pianista si è rivelato straordinario per padronanza di tecnica e dosaggio delle dinamiche; sax alto e baritono hanno imbastito con nonchalance assoli di rara bellezza melodica e tensione ritmica.
Un bel gruppo, di cui ha goduto purtroppo uno sparuto pubblico (contrariamente alla serata precedente). Penalizzante l’acustica. Vedremo se la registrazione (prevista per tutti i concerti) renderà merito all’esibizione. L’ultima sera, il progetto più importante del Festival, sul quale gli organizzatori hanno investito parecchio: l’incontro esclusivo tra il sax tenore di John Tchicai (che nei giorni precedenti ha tenuto un workshop presso il Conservatorio di Monopoli, con il quale la rassegna sembra aver avviato un proficuo rapporto) e la Open Orchestra, composta per l’occasione da freeman di varie generazioni: Luca Bonvini, trombone e tromba a coulisse; Tony Cattano, trombone; Mario Tony Cattano, trombone; Ange lo Olivieri, tromba; Pasquale Innarella, sax tenore e soprano; Stefano Maltese, sax alto e soprano; Gianni Lenoci, piano; Antonio Borghini, contrabbasso; Marcello Magliocchi, batteria. l’ensemble si è presentato sul palco di piazza Plebiscito, come da programma, dopo due giorni intensi di prove aperte. Maltese, Lenoci e Iannarella hanno composto dei brani per l’occasione, Tchicai ne ha portato due. Ne è venuto fuori un set di due ore, che ha messo in mostra lo spirito compositivo degli autori: molto contemporaneo, di stampo dodecafonico, quello di Lenoci, africaneggiante quello di Tchicai e Maltese, più legato al classico suono da big band quello di Iannarella (segnato nella parte centrale da una pizzica travolgente e dedicato a Ceglie con il titolo di Ceglie Open City).
Nei lunghi brani non prevaleva un unico tema melodico ma emergevano vari globuli tematici in una fluida improvvisazione, il cui carattere peculiare era costituito dal diagramma dinamico, fatti di lenti crescendo e distensioni, di messe a fuoco e divagazioni.
Una maggiore messa a punto avrebbe giovato all’insieme. Il sax tenore di Tchicai (che si è calato nel progetto con convinzione e senza atteggiamenti da “guest star”) rimane una delle più belle in assoluto; intensa, corposa, ricca di arabeschi.
Peccato solo che la piazza fosse semideserta, anche se va tenuto conto che il festival si sovrapponeva ad altre tre rassegne pugliesi come Notte di stelle a Bari, Multiculturita a Capurso e Mola Jazz. Davvero troppo per qualsiasi appassionato.
Pierpaolo Faggiano
La creazione infinita
23 gennaio 2008
Non so se credete nei miracoli. Certamente Vito Mancuso ha fatto il miracolo di trasformare un libro di teologia in un best-seller in questo tempo di ballerine e predicatori televisivi. Un libro, tra l’altro, eterodosso che si cimenta con le domande ultime della vita.
L’interesse per i “novissimi” fa a pugni con la società e i sentimenti “liquidi” analizzati da Bauman.
M’è capitato di leggere in successione la Spe Salvi e questo spumeggiante testo che rifonda la dottrina cattolica, l’attualizza anche alla luce delle più importanti scoperte scientifiche moderne e vuole dare una risposta laica ai fondamenti della dottrina costruita tra contraddizioni e sedimentazioni successive nel corso della millenaria storia cristiana.
Ma mentre Ratzinger chiude l’orizzonte cristiano nella sua autoreferenzialità dogmatica, Mancuso riscrive le domande fondamentali che sono alla base di ogni esistenza e per far questo usa due clavi: la riscoperta del pensiero greco e le geniali intuizioni di Theillard de Chardin, il gesuita proibito che abbiamo letto e apprezzato in gioventù, ma attorno al quale era caduto un colpevole silenzio, perché ritenuto troppo eterodosso.
Subito il teologo definisce l’ orizzonte epistemologico della sua ricerca:”L’interlocutore principale di questo libro è la coscienza laica,intendendo con ciò quella parte della coscienza,presente in ogni uomo, credente o non credente,che cerca la verità per se stessa e non per appartenere a una istituzione; quella parte della coscienza che vuole aderire alla verità, ma vuole farlo senza alcuna forzatura ideologica, di nessun tipo, e se accetta una cosa, lo fa perché ne è profondamente convinto e non perché l’abbia detto uno dei numerosi papi…La vera laicità significa ritenere conclusivo non il principio di autorità, ma la luce della coscienza”.
Un avvertimento per i dibattito culturale odierno, che si sta sviluppando sul crinale di una pericolosa contrapposizione ideologica che non si avvertiva da tempo.
Mancuso parte dal presupposto che le religioni traggono l’abbrivo dalla paura e che “si tratta di sistemi che hanno bisogno dell’ignoranza e della paura degli uomini”.
Da qui parte un affascinante viaggio nel mondo della filosofia e della fisica e dall’intuizione einsteiniana dell’energia che muove l’universo si sviluppano apparati concettuali ficcanti e vengono sottoposti al vaglio della ragione critica i fondamentali postulati della religione cattolica.
Il lavoro di Mancuso è interessante non tanto sulla parte destruens, ma su quella costruens e tenta l’elaborazione di un sistema capace di rispondere laicamente alle domande ineludibili della modernità sia sui sistemi religiosi della “salvezza”,sia su quello della “redenzione”.
La necessità di una risposta teleologica alla costruzione dell’universo nasce dalla convinzione che la polvere primordiale vitale dell’universo,che data quattro miliardi di anni, e che continua ad espandersi all’infinito, non può essere il frutto del caso e della necessità, ma delle proprietà intrinseche alla materia e che le cose e le creature non siano altro che energia che contribuiscono a questa creazione infinita.
Su qualche punto del lavoro di Mancuso restano delle perplessità. La risposta tentata per comprendere il “dolore innocente” non la trovo molto convincente ed esaustiva, ma si tratta di argomenti che fanno tremare i polsi, di grande difficoltà teorica e non è facile rispondere agli interrogativi sul male nudo e senza peccato.
Così come non trova risposta convincente e laica il problema della Resurrezione del Cristo.
Resta comunque fondamentale il tentativo di fondare una nuova teologia nel tempo della postmodernità ,perché gli uomini non si fermano mai di fronte all’interrogativo radicale dell’esistere.
Il destino umano, individuale e collettivo, è legato alle risposte che siamo capaci di dare rispetto alle domande sulla vita e sulla morte:”Chi non sa perché muore, non sa perché vive. Chi non sa cos’è la morte, non sa cos’è la vita. Chi ha paura della morte, ha paura della vita”.
Il cardinale Martini nella lettera che scrive al teologo è cosciente delle novità rivoluzionarie del libro e dei pericoli e lo stesso Mancuso è cosciente delle difficoltà che incontrerà e quasi a scudo ,in esergo, mette questa frase tratta dal Siracide: ”Lotta fino alla morte per la verità e il Signore Dio combatterà per te”. Auguri professore.
Vito Mancuso,
L’anima e il suo destino,
Raffaello Cortina Editore
Vincenzo Gasparro
Arbiter elegantie
2 ottobre 2007
Il libro di Michele Ciracì, rappresenta un altro tassello della ricostruzione storica locale che l’autore con tenacia, pazienza e competenza porta avanti da decenni.
La storia ricostruita partendo dal lavoro umano, esaltando il sudore degli ultimi, di quelli di cui la storiografia non si occupa e ignora, il cui diuturno impegno determina il farsi della storia, nella quotidianità dolente, ma anche esaltante dell’homo faber.
Questo, come altri testi, dovrebbero diventare pane quotidiano nelle tecniche didattiche storiografiche nelle scuole, per imparare il metodo della ricerca e nel contempo favorire l’affermazione dell’immaginario simbolico della comunità.
Quello che mi piace mettere in risalto in questa nota è proprio la metodologia usata. Tutto il materiale fotografico, le testimonianze orali sulla sartoria cegliese è il frutto di una partecipazione collettiva e corale che l’autore ha saputo sollecitare. I sarti cegliesi, con le loro testimonianze, hanno contribuito attivamente a ricostruire la loro storia.
Qualche tempo fa m’imbattei a Milano nella tabella della sartoria Caraceni e ricordai i racconti degli amici sarti cegliesi che in quell’atelier avevano lavorato e che per entrarci avevano dovuto dare prova della propria maestria.
Anni duri di povertà nell’Italia della ricostruzione alla ricerca dolorosa del pane. Gli artigiani cegliesi sono testimoni delle drammatiche trasformazioni delle forme di produzione capitalistiche, del passaggio dalla forma lavoro basate sul controllo completo del ciclo produttivo, a quello seriale fordista della catena e della produzione in scala. Il rifiuto della maggior parte di loro di riconvertirsi alle nuove tecnologie, connota l’orgoglio di maestri capaci dominare tutto il ciclo produttivo dando prova della propria genialità che trasforma un materiale informe, in un oggetto estetico funzionale ed elegante. Questa consapevolezza li poneva su un gradino superiore nella scala sociale, perché il possesso di un’arte li rendeva orgogliosi e fieri. Era un classico sociologico la superiorità ostentata dagli artigiani nei confronti dei braccianti considerati lavoratori dotati solo di forza bruta.
Un proverbio suonava così: ci vogliono sette generazioni per trasformare nu villane in un arrisane. Li univa comunque la stessa povertà, se è vero che ogni artigiano si ingegnava e diventare un lavoratore polivalente che praticava due o tre mestieri per sfuggire alla morsa della fame.
Michele Ciracì
Stia della sartoria Cegliese
Tiemme Manduria
Autunno in musica
24 agosto 2007
Ad ottobre, due qualificati appuntamenti scandiranno le serate domenicali del nostro Teatro Comunale. Il primo, di scena il 21, vedrà protagonista l’ “Ensemble Caelium” per l’occasione formato dai flauti di Lucia Rizzello e Luigi Bisanti, dal soprano Doriana De Giorgi e dal pianista Valerio, formazione che in futuro potrà anche variare e allargarsi di organico secondo le esigenze di repertorio. L’Associazione Musicale “Caelium” presieduta dal maestro Gianfreda, ha commissionato infatti a diversi compositori opere, alcune delle quali saranno date in prima assoluta su testi dei poeti pugliesi Joseph Tusiani e Damiano Leo, nostro concittadino. Alcuni di questi titoli è possibile ascoltarli tramite il CD “Musica vita este, curato 13 anni fa dal Conservatorio di Lecce e dal “Fondo Tusiani” depositato presso l’Università di Lecce, disco dal quale è tratta la foto suggestiva qui sotto proposta. Tusiani, nato a San Marco in Lamis (Fg) ed emigrato già nel 1947 negli Stati Uniti allo scopo di conoscere il padre, è oggi internazionalmente conosciuto come eccellente traduttore di classici italiani: il suo volume “The Complete Poems of Michelangelo” è distribuito dall’Unesco e celebre risulta la sua versione della Gerusalemme Liberata del Tasso. In USA e in Canada è stata pubblicata la sua traduzione delle liriche dantesche, “Dante ’s Lyric Poems”. Nel 1956 con il poemetto “The Return”, vinse il Greenwood Prize, mai prima assegnato ad un poeta non americano. La sua attività lo vede come collaboratore delle riviste “Latinitas” (Vaticano), “Vox Latina” (Germania) ed altre.
Tusiani fin da giovanissimo ha portato con se in America un mondo personale di ricordi, di esperienze e affetti legati alla valle garganica e alla feconda terra pugliese di capitanata. I suoi primi anni si identificano infatti col suolo natio, ” Primavera”, con le sue tante varianti è la parola più spesso ricorrente nei suoi lavori.
Damiano Leo, nato a Ceglie Messapica è membro onoris causa dell’Accademia Universale “Federico secondo di Svevia”. Con le sue liriche inedite ha preso parte alla realizzazione delle antologie sulla condizione della poesia in Puglia e Lucania. Alcuni suoi titoli: Orme d’Echi, Canto per Ceglie, L’Amante di Nettuno, L’Anemone e la luna, La Parola incantata.
Il programma di questo primo concerto prevederà musiche di Nino Nicolosi, Davide Summaria, del brindisino Giuseppe Gigante, Riccardo Piacentini, Palmo Liuzzi, Michele Pezzuto, Valerio De Giorgi, Mario Gagliani, dello stesso Massimo Gianfreda e del maestro Aldo Clementi, autentico pezzo da novanta nel panorama compositivo contemporaneo.
L’appuntamento del 28 ottobre, invece, vedrà l’esibizione della pianista lucana Maria Grazia Lioy, docente dal 1980 al Conservatorio Schipa di Lecce e che per la serata cegliese si cimenterà con l’intero ciclo “Goyescas” composto da Granados. Intermezzo, Los Requiebros, Coloquio e la Reja, El Fandango del Candil, Quejas o’ La Maja y el ruisenor, El Amor y la Muerte, Epilogo (Serenata del espectro), El Pelele saranno le pagine che si avrà modo di ascoltare.
Nicola Santoro




